XII Domenica del Tempo Ordinario (A). Commento liturgico alla Parola di Dio
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La XII Domenica del Tempo Ordinario (A), ci consegna una parola che attraversa una delle esperienze più profonde dell'esistenza umana: la paura. La paura del rifiuto, dell'incomprensione, della sofferenza, della solitudine, della persecuzione e perfino della morte. Le letture di questa domenica, tuttavia, non si limitano a riconoscere la presenza della paura nel cuore dell'uomo, ma indicano il cammino per vincerla: la fiducia nel Signore che accompagna la vita dei suoi figli e non li abbandona mai.
La prima lettura presenta una delle pagine più intense e drammatiche del libro del profeta Geremia. Siamo all'interno delle cosiddette "confessioni" del profeta, nelle quali egli apre il proprio cuore davanti a Dio e manifesta tutta la fatica della sua missione. Geremia non è un eroe impassibile; è un uomo ferito, vulnerabile, segnato dalla sofferenza. Attorno a lui si stringe una rete di ostilità e di tradimenti.
L'esperienza del profeta è quella di chi rimane fedele alla parola di Dio e proprio per questo diventa bersaglio dell'incomprensione e della persecuzione. I suoi stessi amici attendono la sua caduta. È il dramma di ogni autentico testimone del Signore: la fedeltà al Vangelo non sempre genera consenso; spesso provoca opposizione e rifiuto. Eppure il testo non termina nella disperazione. Geremia trova la forza di rialzarsi nella certezza che il Signore non lo abbandona. È questa presenza fedele di Dio che trasforma il lamento in lode e la paura in speranza. Il profeta comprende che la vera sicurezza non consiste nell'assenza delle prove, ma nella compagnia del Signore dentro le prove.
Il Salmo responsoriale riprende e approfondisce questa esperienza. Il salmista si presenta come un uomo perseguitato e umiliato, ma continua a rivolgersi a Dio con fiducia: «Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio». La preghiera diventa il luogo nel quale la sofferenza non viene negata, ma viene consegnata al Signore. È significativo che il salmo venga proclamato dopo la lettura di Geremia: la fede non elimina il dolore, ma impedisce che il dolore abbia l'ultima parola.
Nella seconda lettura l’Apostolo Paolo propone una riflessione di grande profondità teologica: mette a confronto Adamo e Cristo. Attraverso il peccato di Adamo il male è entrato nel mondo e con il peccato è entrata la morte. Tuttavia il messaggio centrale del brano non riguarda il potere del peccato, ma la sovrabbondanza della grazia. Paolo insiste su una verità fondamentale della fede cristiana: il male non ha l'ultima parola sulla storia. Se il peccato ha prodotto conseguenze devastanti per tutta l'umanità, l'opera redentrice di Cristo è infinitamente più grande. La grazia di Dio supera il peccato e la vita vince la morte. Per questo il cristiano non vive nella paura del futuro. Egli sa che la sua esistenza è custodita dall'amore di Dio manifestato in Gesù Cristo.
Questa prospettiva illumina anche il Vangelo. Il brano appartiene al discorso missionario di Matteo, nel quale Gesù prepara i discepoli alla missione e li mette realisticamente di fronte alle difficoltà che incontreranno. Essi sperimenteranno opposizioni, rifiuti e persecuzioni, ma il Signore ripete per ben tre volte: «Non abbiate paura». Gesù non promette una vita priva di prove; assicura invece qualcosa di più grande e decisivo: la presenza fedele del Padre che accompagna i suoi figli in ogni circostanza.
Per questo i discepoli non devono lasciarsi scoraggiare. La verità del Vangelo può essere contestata e ostacolata, ma non potrà mai essere definitivamente soffocata. Anche quando sembrano prevalere la menzogna e l'ingiustizia, la luce di Dio continua a operare nella storia e alla fine si manifesta in tutta la sua forza. Gesù invita inoltre a guardare oltre ciò che può minacciare la vita terrena. Nessun potere umano può distruggere la comunione con Dio, che rappresenta il bene più prezioso e il fondamento della vera libertà del credente.
A conferma di questa fiducia, il Signore richiama l'immagine dei passeri e dei capelli del capo. Con queste parole egli rivela la cura premurosa del Padre, al quale nulla sfugge della vita dei suoi figli. Dio non è lontano né indifferente, ma conosce ciascuno personalmente e accompagna con amore il suo cammino.
Le parole sui passeri non significano che Dio voglia la sofferenza o la morte delle sue creature. Il Vangelo insegna piuttosto che nessuno è mai abbandonato dalla sua presenza. Anche nelle prove più dure e nei momenti di maggiore oscurità, il Padre rimane accanto ai suoi figli, sostenendoli con la forza del suo amore. La paura, allora, viene vinta dalla fiducia. La fede non elimina la fragilità umana, ma permette di attraversarla sapendo di essere custoditi da Dio. È questa l'esperienza dei santi e dei martiri, che non erano privi di timori, ma hanno trovato nel Signore la forza per rimanere fedeli anche nelle situazioni più difficili.
La colletta di questa XII Domenica del Tempo Ordinario raccoglie magnificamente il messaggio delle letture. La Chiesa si rivolge al Padre dicendo: «O Dio, che affidi alla nostra debolezza l'annuncio profetico della tua parola, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo nome davanti agli uomini».
Questa preghiera riconosce anzitutto la debolezza dei credenti. L'annuncio del Vangelo è affidato a uomini fragili, limitati e spesso impauriti. La forza della missione non nasce dalle capacità umane ma dall'azione dello Spirito Santo. È lui che rende possibile la testimonianza e dona il coraggio necessario per confessare Cristo davanti al mondo.
La colletta richiama inoltre il tema evangelico della confessione della fede. Il discepolo è chiamato a riconoscere Cristo davanti agli uomini, senza vergognarsi del Vangelo. Non si tratta di atteggiamenti aggressivi o polemici, ma della serena e coraggiosa testimonianza di chi ha incontrato il Signore e desidera comunicarlo agli altri.
Anche il prefazio del Tempo Ordinario illumina il significato di questa celebrazione. La Chiesa rende grazie al Padre perché nella storia della salvezza egli continua a guidare il suo popolo e a manifestare la sua provvidenza. Tutta la vita dei credenti è sostenuta dalla sua presenza. Nulla sfugge al suo amore e nulla può separare l'uomo dalla sua misericordia.
L'Eucaristia che celebriamo diventa così la risposta più vera alla paura. Attorno all'altare la Chiesa sperimenta che Cristo risorto è presente in mezzo ai suoi. Colui che ha vinto il peccato e la morte continua a sostenere il cammino dei credenti nelle prove della storia. Nutrendo il suo popolo con il pane della vita, il Signore rinnova la fiducia dei discepoli e li invia nel mondo come testimoni coraggiosi del Vangelo.
La parola che risuona nella liturgia della XII Domenica del Tempo Ordinario è dunque una parola di consolazione e di speranza: «Non abbiate paura». È la stessa parola che attraversa tutta la storia della salvezza, da Abramo ai profeti, dagli apostoli ai martiri, fino ai cristiani del nostro tempo. Non è un invito all'incoscienza, ma alla fede. Non è la negazione delle difficoltà, ma la certezza che Dio è più grande di ogni difficoltà. Chi vive nella comunione con Cristo può affrontare anche le prove più dure, sapendo che il Padre lo accompagna e che la sua vita è custodita nelle mani di Dio.
