Alla scoperta della enciclica Magnifica Humanitas. Capitolo primo
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Ci tuffiamo nella scoperta della prima lettera enciclica del Magistero del Vescovo di Roma Leone XIV, Magnifica Humanitas, e affrontiamo – in questo articolo – il capitolo primo, il cui titolo è: “Un pensiero dinamico fedele al Vangelo”.
I paragrafi che compongono questa prima parte della Lettera sono: Una Chiesa in cammino nella storia dell’umanità (19-22), Sapienza della Parola e dialogo con le scienze umane (23-24), La Dottrina sociale come discernimento comunitario (25-27), Lo sviluppo del Magistero sociale da Leone XIII a oggi (28), Primi passi della Dottrina sociale della Chiesa (29-32), Gli anni del Concilio Vaticano II (33-36), Il Magistero recente (37-44), Una lettura della storia alla luce della fede (45).
Il capitolo primo della Magnifica Humanitas si apre subito mettendo in evidenza l’attuale scenario socio-antropologico, con tutte le sue verità e domande: «Anche l’intelligenza artificiale va compresa non come un’appendice tematica, o come un’emergenza da gestire, ma come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale e ne domanda un ulteriore sviluppo, nella fedeltà al Vangelo» (17); contesto che viene letto a partire dagli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa. Leone XIV tiene a sottolineare che la Rivelazione e la storia mondana rimangono due realtà distinte, che si lasciano interrogare reciprocamente: «Una Chiesa che cammina con l’umanità, riconosce l’autonomia delle realtà terrene e la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica e, proprio per questo, ambisce a servire il bene comune» (18); accanto alla necessità di custodire: l’ascolto, il dialogo, il servizio e le responsabilità; al fine di «una convivenza più giusta e fraterna» (19). Comunità ecclesiale e comunità politica sono chiamate a «operare nella più piena autonomia» (21); sempre nella edificazione e difesa del bene comune. Il «discernimento spirituale» viene posto come strada percorribile e necessaria, cemento della «testimonianza evangelica nella vita pubblica» (22). Il Pontefice ricorda che la Chiesa «riconosce l’importanza di ascoltare la ricerca scientifica e di favorire un confronto serio e leale tra studiosi, accogliendo la diversità delle opinioni» (23). La sua Dottrina – inoltre – «non si traduce in un repertorio di soluzioni tecniche né in un modello economico o politico da contrapporre ad altri: appartiene a un livello diverso, quello dei principi che orientano la lettura degli avvenimenti e sostengono un’interpretazione evangelica dei processi storici e delle scelte che questi comportano. È da qui che scaturisce la funzione propria della Dottrina sociale, che non pretende di sostituirsi alle responsabilità della politica e delle istituzioni, ma si offre come sostegno al discernimento comune, aiutando a riconoscere e promuovere ciò che serve alla dignità delle persone, alla vitalità delle comunità e al bene di tutti» (24). La strada suggerita dalla Enciclica è quella della «via evangelica dell’annuncio mite e della verità che non si impone. […] È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere» (25).
Il cuore di queste pagine pulsa degli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa, declinata in questi termini: «Alla luce di quanto sin qui detto, la Dottrina sociale della Chiesa appare nel suo volto più autentico: non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. Essa nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia, si lascia interrogare dai segni dei tempi; si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane. Per questo, quando la dignità dei fratelli è sfigurata, quando la politica non risponde ai drammi dell’umanità, quando l’economia si volge contro la persona o la scienza oltrepassa i limiti del suo metodo, la Chiesa – insieme alle altre confessioni cristiane e ai credenti di altre religioni – deve far udire la sua voce non per dominare, ma per servire la comunione. Così compresa, la Dottrina sociale diventa una teologia della comunione nella storia; un luogo in cui la Parola, divenuta carne, continua a farsi dialogo, memoria e profezia» (27).
Ripercorrendo la storia del Magistero sociale, il Papa ricorda il suo impegno «di ascoltare le situazioni storiche e di lasciarsi interrogare dalle domande che emergono dal presente» (28); accanto alla custodia – alla luce della Rivelazione – «di una visione integrale della persona, creata a immagine di Dio» (29). Viene sottolineato, primieramente, l’impegno del Magistero di Leone XIII, in difesa del «primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria, con la conseguente attenzione alle persone e alle famiglie maggiormente esposte allo sfruttamento, e il nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di un ordine sociale più giusto» 30).
I presenti numeri della Magnifica Humanitas cercano di rilanciare i principi della sussidiarietà, del diritto alla associazione e al salario, della funzione sociale della proprietà, e della vita umana decorosa (cfr. 31); a discapito della forza e dell’utile, della sopraffazione, delle disparità e delle violenze (cfr. 32).
I numeri successivi del Documento ricordano che – a partire dalla teologia conciliare – la comunità ecclesiale si autocomprende come pienamente inserita nel vissuto mondano, nella «concretezza delle situazioni storiche», al fine di servire «lo sviluppo integrale della persona», con «sguardo evangelico e competenza umana» (34).
I paragrafi 35 e 36 fanno riferimento al Magistero di Paolo VI; per poi arrivare a quello di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI (cfr. 37-41). I numeri 42-44 affrontano i pronunciamenti magisteriali di papa Francesco.
Leone XIV – dunque – sintetizza, affermando: «Guardando a questo percorso nel suo insieme, si comprende come la Dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle “cose nuove” del proprio tempo. Ognuno, assumendo le sfide della propria epoca e leggendo con il Vangelo i mutamenti storici, ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità. Ne risulta uno sviluppo armonico, ma non sempre lineare, segnato da accenti differenti, da approfondimenti progressivi e, talvolta, da cambiamenti di prospettiva che non rompono con ciò che precede, ma ne fanno maturare le implicazioni. Se oggi possiamo parlare di un corpus di principi e criteri condivisi, è perché questa lettura della storia alla luce della fede non si è mai interrotta e ha saputo lasciarsi provocare dalle domande di ogni generazione» (45).

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