Dio ci ama sempre per primo. Leone XIV a Lampedusa

21 ore ago

Magnifica humanitas

«Dio ci ama sempre per primo. La bellezza del mare, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci raduna»: è stata questa la prima espressione della Omelia che Leone XIV ha tenuto a Lampedusa presso il Campo sportivo Arena in Località Salina celebrando la Santa Messa, in occasione della sua Visita Pastorale.

La parola del Vescovo di Roma ha tuonato con forza sullisola;crocevia di arrivi e partenze, luogo di speranza, di sofferenza, e simbolo di morte: «Gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto». Egli ha proseguito, affermando: «Carissimi, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr v. 30). Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cfr Lc 10,30). Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità».

Il Pontefice è giunto sullisola, con il desiderio di sottolineare lo spirito dellaccoglienza che qui viene incarnato: «Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione – vide e ne ebbe compassione (v. 33) –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita. Dico grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme. Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico».

La testimonianza offerta dal Santo Padre incoraggia la carità e il dono di a vantaggio della salvezza altrui: «La parabola ce lo racconta: l’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre” (cfr vv. 31.32). Nella parabola, un sacerdote si trova lì per caso(v. 31), e dopo di lui un levita. Entrambi vedono, ma passano oltre. Purtroppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti. È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti (cfr Ef 2,14). Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato. Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore».

Un ultimo pensiero è stato indirizzato da Leone XIV al Vecchio Continente: «Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».

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