XXX Domenica del Tempo Ordinario (A). Commento liturgico alla Parola di Dio

18 minuti ago

XXX domenica
O Padre, che fai ogni cosa per amore
e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri,
donaci un cuore libero da tutti gli idoli,
per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio,
facendo del suo comandamento nuovo l'unica legge della vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
(MR3, XXX Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)

 

La Parola di Dio di questa XXX Domenica del Tempo ordinario (A) ci invita a riscoprire ciò che conta davvero nella nostra vita di cristiani: amare Dio e amare il prossimo. Sono due dimensioni che non possiamo separare, perché il nostro amore verso Dio si manifesta anche nel modo in cui ci prendiamo cura degli altri, soprattutto di chi è più fragile e bisognoso. Gesù ci ricorda così che vivere la fede non significa soltanto osservare dei comandamenti, ma imparare ogni giorno ad amare, lasciando che questo amore guidi le nostre scelte, i nostri gesti e le nostre relazioni.

La prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, presenta alcune prescrizioni del cosiddetto Codice dell’alleanza, attraverso le quali Dio chiede al suo popolo di avere particolare attenzione verso i più deboli: il forestiero, la vedova, l’orfano e il povero. Il motivo di questa sollecitudine affonda le radici nell’esperienza della liberazione dall’Egitto: Israele, che ha conosciuto la condizione di straniero e di oppresso, è chiamato a riconoscere nell'altro la medesima dignità ricevuta da Dio. Il Signore si rivela così come colui che ascolta il grido dei poveri e prende le difese di quanti non hanno voce. La fedeltà all’alleanza non può dunque essere separata dalla giustizia e dalla misericordia nei rapporti umani.

Nel Vangelo, un dottore della Legge interroga Gesù per metterlo alla prova, chiedendogli quale sia il più grande comandamento. La risposta del Signore raccoglie l’intera rivelazione attorno a due precetti: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» e «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Gesù non introduce due comandamenti nuovi, ma accosta due parole già presenti nella Legge di Mosè, rivelandone l’unità profonda. L’amore verso Dio conserva il suo primato, ma trova nell’amore fraterno la sua espressione necessaria e concreta. Non è possibile professare un’autentica comunione con Dio rimanendo indifferenti alle necessità dei fratelli.

L’amore di cui parla Gesù non si esaurisce in un sentimento, ma coinvolge la totalità della persona e si traduce in scelte quotidiane di attenzione, accoglienza e servizio. La seconda lettura, nella quale Paolo ricorda ai Tessalonicesi di essersi convertiti dagli idoli per servire il Dio vivo e vero, mostra come l’accoglienza del Vangelo trasformi profondamente l’esistenza. La fede diventa testimonianza quando la Parola ricevuta produce frutti visibili nella vita della comunità.

Questa prospettiva trova una particolare espressione nella colletta propria dell’anno A, che raccoglie e trasforma in preghiera il messaggio delle letture: «O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita».

La preghiera si apre con una significativa professione di fede: Dio compie ogni cosa per amore. Il suo agire non è guidato dall’interesse o dalla ricerca di qualcosa per sé, ma dalla gratuità del dono. È questo il volto del Padre che Gesù ci ha rivelato e che la prima lettura manifesta nella sua premurosa attenzione verso gli umili e i poveri. L’amore di Dio diventa così il fondamento e il modello dell’amore che siamo chiamati a vivere.

La richiesta di un «cuore libero da tutti gli idoli» introduce poi una dimensione essenziale della conversione cristiana. Gli idoli non sono soltanto le false divinità, ma anche tutte quelle realtà che pretendono di occupare il posto di Dio: l’egoismo, il potere, la ricchezza e la ricerca esclusiva di sé stessi. Soltanto un cuore liberato da queste schiavitù può riconoscere il primato di Dio e aprirsi sinceramente ai fratelli. La libertà interiore diventa pertanto la condizione per un servizio autentico, capace di farsi dono senza attendere ricompense.

Particolarmente significativa è la conclusione della colletta, nella quale chiediamo di amare i fratelli «secondo lo Spirito del tuo Figlio». Non siamo chiamati semplicemente a imitare dall’esterno un insegnamento morale, ma a lasciarci trasformare dallo Spirito perché il nostro modo di amare assuma progressivamente i tratti dell’amore di Cristo. Il comandamento nuovo diventa così l’unica legge della vita, non perché vengano meno le altre esigenze della fede, ma perché tutte trovano nell’amore il loro compimento.

Nella celebrazione eucaristica questa unità tra amore di Dio e amore del prossimo raggiunge la sua espressione più alta. Cristo, che ha amato il Padre nella piena obbedienza e gli uomini fino al dono della propria vita, ci rende partecipi del suo amore. L’Eucaristia non soltanto manifesta questa carità, ma la alimenta e ci impegna a tradurla nella concretezza delle nostre relazioni. Quanto celebriamo sull’altare è chiamato a prolungarsi nella vita, affinché il culto reso a Dio trovi il suo frutto nell’attenzione verso i fratelli, soprattutto i più poveri e fragili. È questa la testimonianza che rende credibile la nostra fede: lasciarci amare da Dio per imparare, ogni giorno, ad amare come Cristo ci ha amati.

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