Assemblea diocesana dell’Aquila: dal Cammino sinodale una nuova stagione per l’iniziazione cristiana

3 giorni ago

Assemblea diocesana

L'Aquila - Alla presenza dei delegati delle parrocchie dell’Arcidiocesi dell’Aquila, in una sala gremita da circa duecento persone, si è svolta ieri, sabato 26 settembre, presso la Sala Convegni della Casa Immacolata Concezione delle Suore Zelatrici del Sacro Cuore “Ferrari” a San Gregorio, l’Assemblea diocesana che ha aperto l’anno pastorale 2026-2027. Il tema scelto, «L’esperienza sinodale. Cammino nuovo per la comunità», ha posto al centro della mattinata il rinnovamento dell’iniziazione cristiana e le prospettive pastorali che il Cammino sinodale consegna oggi alle comunità ecclesiali.

Dopo l’accoglienza, prevista dalle 8.30, e la preghiera iniziale delle 9, l’Arcivescovo metropolita dell’Aquila, mons. Antonio D’Angelo, ha introdotto i lavori ricordando che il nuovo anno pastorale non rappresenta l’avvio di un percorso separato da quanto vissuto negli ultimi anni, ma la prosecuzione del Cammino sinodale secondo un’impostazione rinnovata. Il titolo «Cammino nuovo per la comunità», ha sottolineato, indica soprattutto la necessità di una conversione della mentalità personale e comunitaria.

Mons. D’Angelo ha richiamato l’immagine delle «pietre vive» della Prima lettera di Pietro, invitando tutti a sentirsi protagonisti della vita della Chiesa e del discernimento comunitario. Il Signore, ha ricordato, «ci precede sempre»: compito delle comunità cristiane è dunque riconoscere, nella docilità allo Spirito, dove egli le stia conducendo. In questo orizzonte l’Arcivescovo ha collocato anche il cammino della Chiesa italiana dopo il percorso sinodale e i documenti che ne hanno raccolto gli orientamenti.

Subito dopo, ha preso la parola mons. Erio Castellucci, Arcivescovo-Abate di Modena-Nonantola e Vescovo di Carpi, già coordinatore del Comitato nazionale del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, al quale era affidata la relazione «Il Sinodo, via per l’iniziazione cristiana».

Castellucci ha anzitutto allargato il significato dell’espressione «iniziazione cristiana». In Italia essa viene normalmente associata ai bambini e ai ragazzi e alla preparazione alla prima Comunione e alla Cresima; in altri contesti ecclesiali, invece, riguarda soprattutto giovani e adulti. Per questo ha proposto di leggere l’iniziazione cristiana dentro il più ampio orizzonte della «formazione cristiana», valorizzando anche un dato ancora significativo nel nostro Paese: molte famiglie, comprese quelle che non partecipano stabilmente alla vita ecclesiale, continuano ad affidare alla Chiesa i propri figli per un percorso di formazione alla fede.

Il punto di partenza della riflessione è stato però più ampio: «La Chiesa non esiste per se stessa, esiste per il Vangelo, per l’annuncio del Vangelo». Castellucci ha riletto questa convinzione alla luce del Concilio Vaticano II, di Evangelii nuntiandi e soprattutto di Evangelii gaudium, richiamando l’immagine di una Chiesa che preferisce essere «accidentata, ferita e sporca» perché uscita per le strade, piuttosto che ripiegata sulle proprie sicurezze.

Da qui il riferimento alla Lumen gentium: la luce delle genti è Cristo, non la Chiesa. La comunità ecclesiale vive quindi di una luce riflessa ed è chiamata ad essere «segno e strumento», non centro di se stessa. Nello stesso senso, la Gaudium et spes colloca la Chiesa dentro la storia concreta degli uomini, condividendone gioie e speranze, tristezze e angosce. Castellucci ha insistito sull’immagine del lievito: la Chiesa non è tutta la pasta, ma il lievito nella pasta, chiamato ad agire con umiltà, continuità e tenacia.

Uno dei passaggi più significativi della relazione ha riguardato il «cambiamento d’epoca» nel quale la comunità cristiana è chiamata a vivere. La fine della cristianità, ha spiegato Castellucci, non coincide con la fine del cristianesimo, ma con il venir meno di quella sostanziale coincidenza tra valori ecclesiali e valori condivisi dalla maggioranza della società. La fede popolare non è scomparsa, ma non costituisce più un sistema omogeneo: va cercata come si cercano i germogli, non come se ci si trovasse davanti a un campo già pronto. In questo contesto si comprende anche la sinodalità, che non è «parlamentarismo», ma ricerca di strumenti e stili capaci di permettere alla Chiesa di camminare insieme.

Entrando nel cuore dell’iniziazione cristiana, il Vescovo di Modena-Nonantola ha evidenziato alcune criticità del modello attuale: la fatica nel coinvolgimento delle famiglie, la difficoltà crescente nel trovare catechisti, la debole partecipazione dell’intera comunità e, soprattutto, il rischio che prima Comunione e Cresima vengano vissute come traguardi conclusivi piuttosto che come tappe di un cammino. La catechesi, ha osservato, continua troppo spesso a risentire di una forte «scolarizzazione».

Per indicare una possibile strada, Castellucci è tornato al paradigma della prima comunità cristiana descritto in At 2,42. Quattro le dimensioni fondamentali: l’insegnamento degli apostoli, la koinonia, la frazione del pane e la preghiera. Parola, fraternità, sacramenti e preghiera: una fede creduta, vissuta, celebrata e pregata. Sono queste, secondo Castellucci, le dimensioni che dovrebbero tornare a strutturare ogni autentico percorso di iniziazione cristiana.

Il problema è che fino a pochi decenni fa queste dimensioni erano sostenute da una vita parrocchiale più ampia: non soltanto l’ora di catechismo, ma sport, cinema, feste, preghiera, relazioni e altre occasioni di vita comunitaria. Oggi, venuto meno quel contesto, il rischio è che rimanga soltanto l’insegnamento nozionistico, spesso incapace di incidere realmente sulla vita dei ragazzi. Per questo occorre passare da una semplice trasmissione di contenuti a una proposta esperienziale nella quale il contenuto della fede trovi posto dentro la vita.

Riprendendo Evangelii gaudium, Castellucci ha ricordato che «la realtà è più importante dell’idea»: non si tratta di rinunciare alla dottrina, ma di permettere che essa maturi dentro esperienze concrete, successivamente rilette e comprese alla luce del Vangelo.

Da qui la proposta di «descolarizzare» almeno in parte la catechesi, nei linguaggi ma anche nei ritmi. Non necessariamente un’ora settimanale come unico modello, ma percorsi nei quali la Messa domenicale torni ad essere centrale e sia accompagnata da esperienze mensili capaci di coinvolgere anche i genitori: incontri con testimoni, visite a luoghi significativi, catechesi attraverso l’arte, musica, film, esperienze di servizio agli anziani e alle persone con disabilità, momenti di preghiera preparati dagli stessi ragazzi.

Particolarmente forte è stato anche il richiamo alla comunità come vero soggetto della catechesi. Il catechista non dovrebbe essere colui al quale il parroco e la comunità «appaltano» l’educazione alla fede, ma una persona capace di coordinare un percorso nel quale bambini e ragazzi possano incontrare i diversi volti della comunità: famiglie, sposi, religiosi, operatori della Caritas, educatori, persone capaci di raccontare una fede vissuta. La testimonianza concreta, ha sottolineato Castellucci attraverso numerosi esempi, possiede spesso una forza educativa maggiore di molte spiegazioni astratte.

Il Vangelo, ha aggiunto con un’immagine particolarmente efficace, non può rimanere «in soffitta», da recuperare solo nei momenti di bisogno mentre la vita si svolge al piano terra: deve diventare «il clima, l’ossigeno della vita al piano terra». È questa la prospettiva di una «catechesi integrale», già intuita da esperienze educative come quelle dell’AGESCI e dell’Azione Cattolica.

Nella parte conclusiva della relazione, Castellucci ha invitato a riscoprire anche la forza formativa dell’anno liturgico. Il percorso della catechesi non deve necessariamente coincidere in tutto con quello dell’anno scolastico. L’Avvento può diventare il tempo dell’attesa, della speranza e dei desideri; il Natale quello della vita, dell’accoglienza, della famiglia e del corpo; la Quaresima può aiutare ad affrontare fragilità, conversione, sofferenza e morte; la Pasqua introduce ai temi della gioia, della risurrezione e della vita eterna; la Pentecoste alla testimonianza e alla missione. Anche le feste dei santi, soprattutto quelle legate alla storia locale, possono mostrare concretamente la bellezza di una vita cristiana vissuta.

Dopo la relazione e la pausa, i partecipanti si sono distribuiti nei laboratori di gruppo. Il confronto ha permesso di riprendere gli stimoli offerti da mons. Castellucci e di interrogarsi soprattutto su come tradurli concretamente nel nuovo anno pastorale dell’Arcidiocesi dell’Aquila: dal coinvolgimento dell’intera comunità nella catechesi alla valorizzazione dell’anno liturgico, dalla necessità di percorsi meno scolastici alla costruzione di esperienze capaci di legare maggiormente Vangelo e vita.

La mattinata si è conclusa con la condivisione in Assemblea del lavoro svolto nei diversi gruppi. Il confronto ha così trasformato la relazione iniziale in una prima occasione di discernimento pastorale, affidando alle comunità dell’Arcidiocesi il compito di tradurre il «cammino nuovo» evocato dal titolo dell’Assemblea in scelte concrete per il nuovo anno.

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