Quinta Domenica di Pasqua (A). Commento liturgico alla Parola di Dio

2 giorni ago

Quinta Domenica di Pasqua

La Quinta Domenica di Pasqua ci conduce dentro il cuore della fede pasquale, là dove il mistero della morte e risurrezione del Signore diventa orientamento per il cammino, fondamento della comunità e rivelazione piena del volto del Padre. La liturgia non ci presenta la Pasqua come un evento chiuso nel passato, ma come una vita nuova che nasce dall’adesione a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio. Tutto il percorso della Parola converge verso questa certezza: Cristo è la via che conduce al Padre, la verità che lo rivela, la vita che ci viene donata.

La prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, ci riporta alla vita concreta della prima comunità cristiana. Dopo le immagini luminose della comunione, della preghiera e della frazione del pane, Luca non nasconde che anche nella Chiesa nascente sorgono difficoltà. La crescita del numero dei discepoli porta alla luce una tensione: le vedove degli ellenisti vengono trascurate nel servizio quotidiano. La comunità non è dunque un luogo ideale, privo di fatiche, ma uno spazio abitato dallo Spirito in cui anche i problemi devono essere affrontati alla luce del Vangelo.

Gli apostoli non ignorano la ferita e non la minimizzano. Riconoscono che la comunione ecclesiale non si custodisce con parole generiche, ma con scelte concrete di giustizia e di servizio. Per questo vengono scelti sette uomini pieni di Spirito e di sapienza, perché si prendano cura del servizio delle mense, mentre gli apostoli continuano a dedicarsi alla preghiera e al ministero della Parola. La Chiesa cresce quando Parola e carità non sono separate, quando l’annuncio del Vangelo si traduce in attenzione ai poveri, agli esclusi, ai più fragili. È così che la Parola di Dio si diffonde: non attraverso una comunità senza problemi, ma attraverso una comunità che si lascia correggere, organizzare e rinnovare dallo Spirito.

Il Salmo responsoriale raccoglie questa esperienza nella lode: «Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo». È un salmo di fiducia, che invita i giusti a lodare il Signore perché retta è la sua parola e fedele ogni sua opera. Dopo aver ascoltato negli Atti la fatica della comunità a custodire la giustizia, il Salmo ci ricorda che il fondamento della speranza non è la perfezione degli uomini, ma la fedeltà di Dio. Il Signore ama la giustizia e il diritto; del suo amore è piena la terra. La comunità cristiana può affrontare le proprie tensioni solo se resta radicata in questa certezza: lo sguardo del Signore è su coloro che lo temono, su quelli che sperano nel suo amore. La speranza non è evasione dalla realtà, ma fiducia operosa in un Dio che sostiene, custodisce e rende possibile una vita nuova.

Questa vita nuova è descritta con forza nella seconda lettura, dove la Prima lettera di Pietro presenta Cristo come pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio. L’immagine è profondamente pasquale: ciò che gli uomini hanno scartato diventa, nel disegno di Dio, fondamento dell’edificio spirituale. Cristo crocifisso, respinto e rifiutato, nella risurrezione diventa pietra angolare. La Pasqua rivela così il modo di agire di Dio: egli costruisce non secondo i criteri della forza, del prestigio o dell’efficienza, ma a partire da ciò che il mondo considera debole e scartato.

Uniti a Cristo, anche i credenti diventano pietre vive. La Chiesa non è semplicemente una struttura esteriore, ma un edificio spirituale formato da persone che aderiscono a Cristo e si lasciano edificare insieme. Nessuno è inutile, nessuno è superfluo, nessuno può vivere la fede come esperienza isolata. Il battesimo ci inserisce in un popolo, in un sacerdozio regale, in una nazione santa chiamata a proclamare le opere meravigliose di Dio. Qui si comprende anche la preghiera della colletta, quando chiede al Padre che, aderendo a Cristo, pietra viva, anche noi siamo edificati in sacerdozio regale, popolo santo e tempio della sua gloria. La liturgia non aggiunge un tema nuovo, ma trasforma in preghiera ciò che la Parola annuncia: solo restando uniti a Cristo possiamo diventare una comunità viva, capace di manifestare la gloria di Dio.

Il Vangelo di questa Quinta Domenica di Pasqua, secondo Giovanni porta tutto questo al suo centro più profondo. Siamo nel contesto dell’ultima cena. Gesù sa che la sua ora è vicina; i discepoli avvertono il peso della separazione e sono turbati. Proprio dentro questo clima egli pronuncia parole di consolazione: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Gesù non nega la prova, non nasconde la notte che sta arrivando, ma indica una strada per attraversarla: credere, affidarsi, rimanere uniti a lui.

La fede, nel Vangelo di Giovanni, non è una semplice convinzione religiosa. È un movimento della vita, un consegnarsi, un mettere il proprio cuore nelle mani di Cristo. Per questo Gesù parla della casa del Padre e delle molte dimore. Non presenta ai discepoli un’idea astratta dell’eternità, ma l’immagine familiare di una casa, di un luogo dove c’è posto, dove si è attesi, dove la comunione non viene meno. «Vado a prepararvi un posto»: la sua Pasqua non è abbandono, ma apertura di una via. Attraverso la morte e la risurrezione, Cristo apre l’accesso alla comunione piena con il Padre.

La domanda di Tommaso dà voce alla nostra fatica: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». È la domanda di chi cerca orientamento, di chi teme di smarrirsi, di chi non vede ancora chiaramente la meta. La risposta di Gesù è una delle più alte rivelazioni del Vangelo: «Io sono la via, la verità e la vita». Cristo non indica solo una strada da percorrere, ma si presenta come la strada stessa. È la via perché conduce al Padre; è la verità perché in lui il Padre si rivela senza inganno; è la vita perché in lui l’esistenza umana riceve pienezza, senso e destino.

Anche la domanda di Filippo, «Signore, mostraci il Padre e ci basta», nasce dal desiderio più profondo dell’uomo: vedere Dio, conoscere il suo volto, trovare finalmente il senso ultimo della vita. Gesù risponde riportando lo sguardo su di sé: «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Non bisogna cercare Dio altrove, come se Cristo fosse soltanto un passaggio provvisorio. Nel volto di Gesù, nelle sue parole, nei suoi gesti, nella sua umanità consegnata fino alla croce, si rivela il Padre. La fede cristiana nasce da qui: Dio non resta lontano e irraggiungibile, ma si rende vicino nel Figlio.

Per questo la colletta della Quinta Domenica di Pasqua invoca il Padre che si rivela in Cristo maestro e redentore. Cristo è maestro perché ci mostra la via; è redentore perché non si limita a insegnarla, ma la apre con il dono della sua vita. Aderire a lui significa lasciarsi condurre dentro questa relazione con il Padre, accettando che la nostra vita venga edificata su di lui. Non basta ammirare Cristo o considerarlo un grande modello umano: occorre fondarsi su di lui, lasciarsi trasformare dalla sua Pasqua, permettere che la sua verità diventi criterio delle nostre scelte e che la sua vita diventi sorgente della nostra vita.

Così le letture si illuminano reciprocamente. La comunità degli Atti, chiamata a servire concretamente le vedove trascurate, mostra che la via di Cristo passa attraverso la carità e la giustizia. Il Salmo ricorda che questa via è sostenuta dalla fedeltà del Signore, sul cui amore possiamo sperare. La Prima lettera di Pietro annuncia che questa comunità si edifica solo se resta unita a Cristo, pietra viva. Il Vangelo rivela che Cristo è la via verso il Padre, la verità che illumina il cammino e la vita che sostiene la Chiesa.

Anche il prefazio pasquale si inserisce in questo movimento, perché nel tempo di Pasqua la Chiesa canta la vita nuova scaturita dalla morte e risurrezione del Signore. La Pasqua non riguarda solo il destino glorioso di Cristo, ma la trasformazione dell’umanità in lui. Nell’Eucaristia, il popolo delle pietre vive viene continuamente edificato: ascolta la Parola che indica la via, partecipa al sacrificio di Cristo che rivela la verità dell’amore, riceve il Pane della vita che lo unisce al Padre. Celebrare l’Eucaristia significa entrare, per Cristo, con Cristo e in Cristo, nella comunione filiale con Dio.

Da qui nasce anche una precisa responsabilità ecclesiale. Se Cristo è la via, la comunità cristiana deve diventare luogo in cui nessuno si senta smarrito o escluso. Se Cristo è la verità, la Chiesa deve lasciar trasparire il volto del Padre con parole e gesti limpidi, senza doppiezze e senza chiusure. Se Cristo è la vita, ogni ministero, ogni servizio, ogni scelta pastorale deve essere orientata a generare vita, a custodire i fragili, a ricostruire comunione. Come nella comunità degli Atti, anche oggi le difficoltà possono diventare occasione di crescita se vengono affrontate nella fede, nella corresponsabilità e nella carità.

La Quinta Domenica di Pasqua ci chiede dunque di verificare dove stiamo fondando la nostra esistenza. Possiamo costruire su molte sicurezze apparenti, ma solo Cristo è pietra viva. Possiamo cercare molte strade, ma solo lui conduce al Padre. Possiamo ascoltare molte parole, ma solo lui è la verità che salva. Possiamo inseguire molte forme di vita, ma solo lui dona la vita piena. In lui il turbamento del cuore si apre alla fiducia; in lui la comunità ferita ritrova comunione; in lui le pietre scartate diventano pietre vive; in lui la casa del Padre si apre come promessa e come meta.

La Pasqua, allora, non resta un annuncio esterno, ma diventa forma concreta della vita cristiana. Aderendo a Cristo, maestro e redentore, anche noi siamo edificati come popolo santo e tempio della gloria di Dio. Camminando in lui, via, verità e vita, impariamo a vivere come figli nel Figlio, a servire i fratelli, a sperare nell’amore del Padre e a rendere visibile, nella storia, la luce della risurrezione.

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