XIX Domenica del Tempo Ordinario - A. Commento liturgico alla Parola di Dio
5 giorni ago

XIX Domenica del Tempo Ordinario - A, Commento liturgico alla Parola di Dio
Onnipotente Signore, che domini tutto il creato,
rafforza la nostra fede e fa' che ti riconosciamo presente
in ogni avvenimento della vita e della storia,
per affrontare serenamente ogni prova e camminare
con Cristo verso la tua pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...(MR3, XIX Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)
La XIX Domenica del Tempo Ordinario (A), ci conduce al cuore dell’esperienza della fede: riconoscere la presenza di Dio anche quando la vita è attraversata dalla prova e il suo agire non corrisponde alle nostre attese. È il filo che unisce le letture e che la colletta propria dell’anno A traduce in preghiera, chiedendo al Signore di rafforzare la nostra fede e di renderci capaci di riconoscerlo «presente in ogni avvenimento della vita e della storia».
La prima lettura presenta Elia sull’Oreb (1Re 19,9a.11-13a). Il profeta, provato e scoraggiato, attende il passaggio del Signore. Vengono il vento impetuoso, il terremoto e il fuoco, ma Dio non è in queste manifestazioni grandiose. Soltanto dopo, nel «sussurro di una brezza leggera», Elia riconosce la presenza divina e si copre il volto. Il Signore gli chiede così di purificare la propria immagine di Dio: egli non si lascia imprigionare nelle nostre attese e spesso si manifesta nella discrezione, nel silenzio, in una presenza che può essere riconosciuta soltanto da chi sa ascoltare.
Il Salmo 84 raccoglie questa disposizione interiore nell’invito: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore». La sua parola annuncia la pace e apre davanti al credente un orizzonte nel quale «amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno». La pace biblica non è semplicemente assenza di difficoltà: nasce dalla certezza che Dio rimane fedele e continua a operare nella storia.
Anche Paolo, nella seconda lettura (Rm 9,1-5), vive una prova della fede. Il suo dolore riguarda Israele, il popolo al quale appartengono l’adozione, le alleanze, la Legge, il culto e le promesse e dal quale proviene Cristo secondo la carne. L’Apostolo non giudica né si pone a distanza: porta nel cuore «un grande dolore e una sofferenza continua». La fede diventa così intercessione e responsabilità per gli altri. Anche la sofferenza per chi non riconosce il Signore può essere abitata dalla speranza e affidata alla fedeltà di Dio.
Nel Vangelo (Mt 14,22-33) il tema raggiunge il suo vertice. Mentre Gesù rimane sul monte a pregare, i discepoli attraversano il lago e la loro barca è agitata dalle onde a causa del vento contrario. È un’immagine immediata della vita cristiana e della stessa Chiesa. Seguire il Signore non significa essere preservati dalle tempeste: i discepoli si trovano su quella barca proprio perché Gesù li ha mandati all’altra riva. Anche il cammino compiuto nell’obbedienza può conoscere il vento contrario.
Verso la fine della notte Gesù viene incontro ai suoi camminando sulle acque. Essi, dominati dalla paura, non riescono a riconoscerlo e pensano di vedere un fantasma. La parola di Gesù cambia allora il significato della notte: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Prima ancora di calmare il vento, Cristo calma il cuore. Quel «sono io» rivela che il Signore è presente proprio là dove i discepoli pensavano di essere rimasti soli.
Pietro domanda di poter andare verso Gesù, scende dalla barca e cammina sulle acque; ma quando guarda la forza del vento ha paura e comincia ad affondare. La sua invocazione, «Signore, salvami!», diventa la preghiera di ogni credente che sperimenta la fragilità della propria fede. Gesù tende immediatamente la mano e lo afferra. Pietro è «uomo di poca fede», ma proprio quella fede ancora fragile gli permette di gridare verso il Signore e di lasciarsi salvare. Il racconto termina non semplicemente con la cessazione del vento, ma con la professione di fede dei discepoli: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». La tempesta diventa così il luogo nel quale essi giungono a conoscere più profondamente il Signore.
La colletta propria dell’anno A raccoglie con particolare efficacia questo itinerario della Parola. La Chiesa si rivolge all’«Onnipotente Signore» e subito domanda: «rafforza la nostra fede». L’onnipotenza di Dio e la fragilità dell’uomo vengono poste l’una davanti all’altra. Ma ciò che soprattutto chiediamo non è di essere sottratti alle prove: chiediamo di riconoscere Dio presente «in ogni avvenimento della vita e della storia» e di poter così «affrontare serenamente ogni prova». La serenità cristiana non nasce dunque da una vita senza tempeste, ma dalla certezza di non attraversarle da soli.
La conclusione della colletta indica infine la meta: «camminare con Cristo verso la tua pace». È questo il senso della domenica. Elia scopre Dio nella brezza leggera; Paolo continua a confidare nella fedeltà divina dentro il dolore; Pietro viene afferrato mentre affonda; i discepoli riconoscono il Figlio di Dio nel cuore della tempesta. Anche a noi la liturgia non promette un mare sempre tranquillo, ma ci educa a riconoscere, dentro le vicende quotidiane, la voce di Cristo che continua a ripetere alla sua Chiesa: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

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