Sessant’anni fa Paolo VI chiudeva il Concilio Vaticano II
4 mesi ago

Il 7 dicembre 1965 Paolo VI chiude il Concilio Vaticano II con un discorso che segna una svolta: centralità dell’uomo, dialogo col mondo moderno, fede radicata in Dio e missione di carità. Una lettura dei temi chiave dell’allocuzione che fanno riflettere ancora oggi la Chiesa
L’ultima parola di un Concilio che voleva ricominciare dal cuore dell’uomo
Roma, 7 dicembre 1965. Nella Basilica Vaticana colma di luci, di volti provenienti dai cinque continenti, di voci che avevano discusso per quattro anni il destino della Chiesa, Paolo VI prende la parola. È l’ultima sessione pubblica del Concilio Vaticano II. La sua allocuzione non è un semplice atto conclusivo. È una porta spalancata: verso il mondo e verso il futuro.
Sin dalle prime parole, il Papa lascia emergere un’immagine potente: quella della Chiesa radunata in un’assemblea viva, concorde, carica di speranza. Non una Chiesa stanca, ma una Chiesa risvegliata, pronta a portare nel tempo post-conciliare l’energia spirituale accumulata in quei mesi di confronto e di preghiera.
Gloria a Dio: la domanda che attraversa tutto il Concilio
Paolo VI sceglie un punto fermo da cui partire: il valore religioso del Concilio. La domanda è radicale, quasi disarmante nella sua semplicità: abbiamo dato gloria a Dio?
Per rispondere, il Papa torna alla fonte. Ricorda Giovanni XXIII, “autore del grande Sinodo”, e la sua intenzione di custodire e proporre il deposito della fede in modo più efficace. Dio al centro, Dio prima di tutto: un atto di umiltà che diventa orientamento.
Il Concilio nel suo tempo: Dio proclamato in un mondo che lo dimentica
La riflessione di Paolo VI si apre poi al contesto storico. Il Concilio, insiste il Papa, si è svolto in un “tempo” complesso, segnato dalla corsa alla conquista della terra più che del cielo, dall’illusione di un’autonomia assoluta dell’uomo, dalla seduzione della scienza come risposta totale, dall’avanzata del laicismo, dal disincanto spirituale.
Dentro questo scenario, la Chiesa ha osato affermare una verità apparentemente “anacronistica”: Dio è.
Ed è vivo, buono, personale — e l’atto più alto dello spirito umano rimane la contemplazione. Nel cuore di un mondo che rischiava di smarrire il senso dell’Assoluto, la Chiesa ha riaperto la finestra sulla trascendenza.
La Chiesa si guarda dentro: non per analizzarsi, ma per ritrovare Cristo
Uno dei fili conduttori del discorso è l’autocoscienza ecclesiale. Sì, il Concilio ha parlato molto della Chiesa: della sua natura, dei suoi membri, della sua missione. Ma, precisa Paolo VI, non per un esercizio di autoreferenzialità.
Quell’introspezione serviva a una sola cosa: ritrovare la Parola vivente di Cristo dentro di sé, ravvivare la fede, rinfrescare la vena spirituale. I documenti su rivelazione, liturgia, laici, religiosi e sacerdoti testimoniano proprio questo: una Chiesa che rinasce dal suo rapporto con Dio.
La carità come anima del Concilio
Poi, il passaggio più sorprendente, quello che ha fatto epoca: il Concilio è stato il Concilio della carità.
La Chiesa non si è chiusa in se stessa. Ha scelto di incontrare il mondo moderno, di comprenderlo, di amarlo nelle sue luci e nelle sue ferite. Non si è spaventata di fronte all’“umanesimo che si fa religione dell’uomo”, né ha risposto con anatemi o condanne.
La scena evocata da Paolo VI è intensa: di fronte ai Padri conciliari si è erguita l’immagine dell’uomo contemporaneo, complesso e contraddittorio. Un uomo gioioso e ferito, sapiente e arrogante, superbo e fragile, scienziato e mistico mancato, peccatore e santo. Il Concilio non l’ha combattuto: lo ha guardato con la tenerezza del Samaritano.
È qui che Paolo VI pronuncia la sua frase più celebre e profetica: “anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”.
L’ottimismo del Concilio: fiducia, non ingenuità
Paolo VI riconosce i limiti e i drammi dell’umanità, ma sottolinea che il Concilio ha scelto consapevolmente di soffermarsi anche sulla sua grandezza. Ha incoraggiato i suoi valori, sostenuto i suoi sforzi, purificato le sue aspirazioni.
Ha aperto la liturgia alle lingue dei popoli, ha riconosciuto la dignità della persona, ha promosso giustizia, pace, cultura, libertà.
Non tutto è stato risolto, afferma il Papa, ma una svolta è stata compiuta: il magistero si è fatto dialogo. Ha parlato con voce amica, con linguaggio umano, si è avvicinato all’esperienza vissuta.
Servire l’uomo per condurlo a Dio
Il cuore del discorso emerge limpido: tutto ciò che il Concilio ha fatto lo ha fatto per servire l’uomo.
La Chiesa, paradosso luminoso, nel momento in cui si manifesta nella sua massima autorità conciliare, si definisce “ancella dell’umanità”.
Non per scivolare nell’antropocentrismo, ma per ricondurre l’uomo alla sua origine e al suo destino: Dio.
“Per conoscere l’uomo bisogna conoscere Dio”, dice Paolo VI. Ma poi, in un rovesciamento ancora più bello, aggiunge: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo — volto nel volto, lacrima nella lacrima.
Questo è il nuovo umanesimo cristiano del Concilio: amare l’uomo per amare Dio.
L’invito finale: tornare a Dio passando attraverso l’uomo
Nelle battute conclusive, Paolo VI affida a santi e patroni il cammino post-conciliare, e soprattutto a Maria, Madre della Chiesa. Poi riconsegna a tutti, credenti e non, il messaggio che resterà il testamento spirituale del Vaticano II:
Un invito, forte e amichevole, rivolto all’umanità: ritrovare Dio attraverso la via dell’amore fraterno.
Un Dio dal quale allontanarsi è cadere, al quale rivolgersi è risorgere, nel quale abitare è vivere.
Il Concilio Vaticano II si chiude così: con un inno alla dignità dell’uomo e alla gloria di Dio, uniti senza confusione e senza separazione.
E con la promessa — ancora aperta — di una Chiesa che vuole essere ponte, non muro; luce, non giudizio; madre, non tribunale.
Un Concilio che ha scelto di ascoltare il mondo per poterlo amare. E di amare l’uomo per poterlo condurre a Dio. Cos’è rimasto oggi di tutto questo?

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