Quarta Domenica di Pasqua (A). Commento liturgico alla Parola di Dio
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La quarta domenica di Pasqua ci conduce nel cuore della rivelazione pasquale attraverso l’immagine di Cristo pastore e porta. Non siamo davanti a una figura semplicemente consolatoria, né a un’immagine devozionale da collocare ai margini del mistero pasquale. Il Risorto, che la Chiesa continua a incontrare nel tempo luminoso della Pasqua, è colui che raduna, conosce, chiama, conduce e salva. La sua signoria non si manifesta come dominio, ma come cura; non come possesso, ma come dono; non come chiusura del gregge in un recinto rassicurante, ma come apertura verso la vita in abbondanza.
È proprio questa vita abbondante che la liturgia oggi invoca e annuncia. La colletta, di questa quarta domenica di Pasqua infatti, si rivolge a Dio Padre riconoscendo che nel Figlio egli ci ha riaperto la porta della salvezza e chiede la sapienza dello Spirito perché, fra le insidie del mondo, sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore. In poche parole, l’orazione raccoglie tutto il movimento della domenica: il Padre che salva, il Figlio che apre la porta, lo Spirito che dona discernimento, il credente che ascolta, il Pastore che guida, la vita che viene donata in abbondanza. Non si tratta soltanto di essere protetti, ma di essere resi capaci di riconoscere una voce vera in mezzo a tante voci che confondono, seducono o impoveriscono il cuore.
La prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, ci riporta ancora una volta al giorno di Pentecoste. Pietro, pieno di Spirito Santo, annuncia con franchezza al popolo d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che gli uomini hanno crocifisso. È il cuore del kerygma apostolico: la Pasqua non cancella la croce, ma la trasfigura; non nasconde la responsabilità del peccato, ma apre la via della conversione. La parola di Pietro non è una condanna sterile, perché trafigge il cuore per guarirlo. Gli ascoltatori, infatti, non rimangono chiusi nella colpa, ma si aprono alla domanda decisiva: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». È la domanda di ogni autentico cammino pasquale. La risurrezione di Cristo non resta un evento da contemplare dall’esterno, ma diventa appello a lasciarsi convertire, a ricevere il battesimo, ad accogliere il dono dello Spirito Santo. La comunità cristiana nasce così: non da un progetto umano, non da una strategia religiosa, ma da cuori feriti dalla Parola e guariti dalla misericordia.
Questa dinamica è già contenuta nella colletta, quando chiede che lo Spirito infonda in noi la sua sapienza. La conversione, infatti, non è soltanto un cambiamento morale, ma un nuovo modo di ascoltare, di vedere, di scegliere. Pietro annuncia Cristo risorto, e lo Spirito rende quella parola capace di aprire una porta nel cuore. La porta della salvezza, riaperta dal Figlio, diventa così anche la porta interiore attraverso cui l’uomo passa dalla chiusura alla fede, dalla dispersione alla comunione, dall’erranza al ritorno.
Il Salmo responsoriale, il celebre Salmo 22, offre la chiave poetica e spirituale dell’intera domenica: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla». L’immagine del pastore non indica solo protezione, ma anche cammino. Il Signore non immobilizza il suo popolo; lo guida. Lo conduce ai pascoli erbosi, alle acque tranquille, lo accompagna anche nella valle oscura. Il documento allegato sottolinea con forza che questa pagina liturgica fa risuonare una promessa di salvezza e di vita: Dio, nel Figlio, riapre la porta della salvezza e veglia con amore sui figli lontani e dispersi. Il Salmo non nega l’esistenza della valle oscura, ma annuncia che proprio lì il credente può dire: «Tu sei con me». È il passaggio decisivo dalla fede come idea alla fede come relazione. Quando il pericolo si fa vicino, Dio non è più nominato alla terza persona, ma invocato come un “Tu”: non solo “egli mi guida”, ma “tu sei con me”. La Pasqua consegna alla Chiesa questa certezza: il Risorto non cammina davanti a noi come un ideale lontano, ma ci accompagna come presenza viva.
Anche qui la liturgia non si limita a spiegare la Scrittura, ma la fa pregare. Il Dio che il Salmo canta come pastore è lo stesso Padre buono a cui la colletta si rivolge; il cammino verso i pascoli della vita diventa il cammino del popolo pasquale che, nella celebrazione, ascolta la voce di Cristo e si lascia condurre alla mensa eucaristica. La mensa preparata dal Signore, evocata dal Salmo, trova nell’Eucaristia il suo compimento sacramentale: il Pastore non solo guida il gregge, ma lo nutre con la sua stessa vita.
La seconda lettura, dalla Prima lettera di Pietro, approfondisce il volto pasquale del Pastore. Cristo ha patito per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. L’apostolo non propone una rassegnazione passiva davanti al male, ma indica la via cristiana della vittoria sul male: non rispondere all’oltraggio con l’oltraggio, non restituire violenza alla violenza, non lasciarsi trasformare interiormente dalla logica dell’aggressore. Cristo, sulla croce, non minaccia vendetta, ma si affida a colui che giudica con giustizia. Qui appare tutta la forza del Buon Pastore: egli non salva il gregge dall’alto, ma entrando fino in fondo nella ferita dell’umanità. «Dalle sue piaghe siete stati guariti»: la guarigione nasce dalle piaghe del Crocifisso risorto. Per questo Pietro può concludere: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime». La Pasqua è questo ritorno: dall’erranza alla comunione, dalla dispersione all’appartenenza, dalla paura alla fiducia.
Il prefazio pasquale illumina proprio questa trasformazione. La Pasqua non è solo il ricordo della risurrezione di Gesù, ma il principio di una vita nuova in Cristo. In lui l’umanità ferita viene rialzata, la morte è vinta, il peccato non ha più l’ultima parola, e il credente può camminare secondo una libertà nuova. Per questo la seconda lettura non va intesa come un invito a subire il male, ma come la descrizione della forma pasquale della vita cristiana: seguire le orme del Pastore significa lasciarsi plasmare dalla sua mitezza forte, dalla sua fiducia nel Padre, dal suo amore che non si lascia contaminare dall’odio.
Il Vangelo di Giovanni raccoglie e porta a compimento tutte queste immagini. Gesù non si presenta soltanto come pastore, ma anzitutto come porta. È un’immagine forte, concreta, pasquale. La porta è il luogo del passaggio: separa e unisce, custodisce e apre, protegge e permette di uscire. Dire che Cristo è la porta significa riconoscere che solo attraverso di lui si entra nella comunione con il Padre e si esce verso la libertà dei figli. Non una porta che imprigiona, ma una soglia che salva. Il documento allegato osserva che la colletta di questa domenica canta lo stupore di chi vede riaprirsi la porta del paradiso e riconosce sul volto di Dio il Padre buono, che veglia sui figli dispersi. In questa prospettiva il Vangelo non parla di un recinto chiuso, ma di una vita finalmente liberata: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
La figura dei ladri e dei briganti introduce una necessaria dimensione di discernimento. Non tutte le voci conducono alla vita. Non ogni guida è realmente pastorale. Ci sono voci che seducono, dominano, sfruttano, rubano libertà e speranza. Gesù smaschera ogni forma di potere religioso o umano che si serve delle persone invece di servirle. Il vero pastore, al contrario, chiama per nome. Questo particolare è decisivo: davanti a Cristo nessuno è massa anonima, numero, funzione, categoria. Il nome è la verità personale di ciascuno. Essere chiamati per nome significa essere conosciuti, amati, custoditi nella propria irripetibilità. La voce del Pastore non schiaccia, non manipola, non imprigiona; ridona identità, rialza, rimette in cammino.
Per questo la richiesta della colletta diventa particolarmente concreta: «sappiamo riconoscere la voce di Cristo». La voce del Pastore non è una tra le tante, ma quella che conduce alla salvezza e alla vita. Riconoscerla significa lasciarsi educare dallo Spirito, perché solo lo Spirito rende il cuore capace di distinguere ciò che viene da Cristo da ciò che, pur apparendo convincente, finisce per rubare vita. Nel tempo pasquale, l’ascolto della Parola non è mai semplice istruzione religiosa; è esperienza di risurrezione, perché la voce del Risorto chiama fuori dai sepolcri interiori, dalle paure, dai risentimenti, dalle chiusure, e apre alla libertà dei figli.
In questo senso, la quarta Domenica di Pasqua è anche una domenica profondamente vocazionale. Il Buon Pastore chiama, e la vocazione nasce dall’ascolto della sua voce. Non si tratta prima di tutto di scegliere un ruolo, uno stato di vita o un servizio, ma di riconoscere una voce che precede, ama e invia. Ogni vocazione cristiana nasce da qui: dall’esperienza di essere chiamati per nome e condotti fuori dai recinti della paura, dell’egoismo, dell’autosufficienza. La vocazione è sempre un esodo pasquale: uscire da sé per entrare nella vita di Cristo; uscire dalle chiusure personali per servire la gioia e la salvezza degli altri.
Anche la celebrazione eucaristica rende visibile questo movimento. Il popolo convocato ascolta la voce del Pastore nella Parola, professa la fede, si lascia condurre alla mensa e riceve il Pane della vita. La processione alla comunione, in questa domenica, può essere letta come gesto pastorale e pasquale: l’unico gregge cammina verso Cristo, sorgente della salvezza, per ricevere da lui non una semplice consolazione, ma la forza stessa della sua risurrezione. Il prefazio pasquale canta questa vita nuova che nasce dal mistero di Cristo; l’Eucaristia la comunica realmente, perché il Pastore si fa Agnello, il Custode si fa nutrimento, la Porta si apre alla comunione con il Padre.
La quarta Domenica di Pasqua ci consegna un’immagine luminosa e impegnativa della vita cristiana. Il Risorto è il Pastore che conosce le ferite del suo popolo, la Porta che riapre l’accesso alla salvezza, la Voce che chiama ciascuno per nome, l’Agnello che dona la vita in abbondanza. A noi è chiesto di ascoltarlo, di seguirlo, di lasciarci condurre fuori da ogni recinto di paura e di egoismo, per diventare a nostra volta segni di cura, di libertà e di vita per i fratelli.
