La luce di Dio. Le parole di papa Leone XIV

4 ore ago

«Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria. Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire»; papa Leone XIV ha presieduto la celebrazione eucaristica sulla Piazza Bartolo Longo, antistante il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei. Il Pontefice si è soffermato – nella sua omelia – sulla figura della Madonna, affermando: «Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.

Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario. Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre».

Le affermazioni del Santo Padre hanno sottolineato, ulteriormente, la testimonianza mariana: «Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12). Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. È quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare».

L’omelia è terminata con l’auspicio di Leone XIV: «Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!».

La Visita Pastorale del Pontefice è proseguita – nel pomeriggio – con l’arrivo nella Città di Napoli; nel Duomo, egli ha esortato i fedeli presenti con queste espressioni: «In questo spirito di amicizia e di fraternità, desidero condividere con voi una breve riflessione, che spero possa sostenervi, incoraggiarvi nel cammino e offrire qualche spunto utile alla vita ecclesiale e pastorale.

C’è una parola che risuona nel mio cuore ascoltando il racconto evangelico dei due discepoli di Emmaus: la parola cura. Come quei due discepoli, anche noi spesso portiamo avanti il nostro cammino senza riuscire a interpretare i segni della storia e, a volte, scoraggiati e delusi da tanti problemi o per le speranze personali e pastorali che sembrano non realizzarsi, abbiamo il volto triste e l’amarezza nel cuore. Gesù, però, si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce: il suo è l’atteggiamento di chi si prende cura. Il contrario della cura è la trascuratezza. E subito vengono in mente alcuni esempi: la trascuratezza delle strade e degli angoli della città, quella delle aree comuni, quella delle periferie e, ancor più, tutte quelle situazioni in cui è la vita stessa a essere trascurata, quando si fa fatica a custodirne la bellezza e la dignità. Vorrei però che ci fermassimo, prima di tutto, sull’importanza della cura interiore, che è cura del nostro cuore, della nostra umanità e delle nostre relazioni. Lo dico anzitutto a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a un ruolo di responsabilità, a un servizio di governo, a una speciale consacrazione. Penso anzitutto ai preti, alle religiose e ai religiosi, perché il peso del ministero e la fatica interiore che ne consegue, oggi sono diventati, per certi versi, ancora più gravosi rispetto al passato.

Napoli è una città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni; è una città in cui una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali e con i molteplici volti della povertà; è una città antica ma in continuo movimento, abitata da molta bellezza e nel contempo segnata da tante sofferenze e perfino insanguinata dalla violenza. In questo contesto, l’agire pastorale è chiamato a una continua incarnazione del messaggio evangelico, perché la fede cristiana professata e celebrata non si limiti a qualche evento emotivo ma penetri profondamente nel tessuto della vita e della società. Il peso, però, soprattutto per i presbiteri, è grande. Penso alla fatica di ascoltare le storie che vi vengono consegnate, di intercettare quelle più nascoste che hanno bisogno di venire alla luce, di perseverare nell’impegno di un annuncio evangelico che possa offrire orizzonti di speranza e incoraggiare la scelta del bene; penso alle famiglie affaticate e ai giovani spesso disorientati che vi proponete di accompagnare, e a tutti i bisogni, umani, materiali e spirituali, che i poveri vi affidano bussando alle porte delle vostre parrocchie e delle vostre associazioni. A ciò si aggiunge, spesso, un senso di impotenza e di smarrimento quando constatiamo che i nostri linguaggi e il nostro agire sembrano non adeguati alle nuove domande e sfide di oggi, specialmente dei più giovani. Il carico umano e pastorale è certamente alto, rischia di appesantire, di logorare, di esaurire le nostre energie, e a volte può essere ancora più aggravato da una certa solitudine e dal senso di isolamento pastorale.

Per questo abbiamo bisogno di cura. Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito. Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere.

La cura del nostro ministero, però, passa anche attraverso la fraternità e la comunione. Una fraternità radicata in Dio, che si esprime nell’amicizia e nell’accompagnamento vicendevole, così come nella condivisione di progetti e iniziative pastorali».

Le parole di Leone XIV hanno incoraggiato e benedetto il cammino della Chiesa diocesana partenopea: «Non dimentichiamo, poi, che questa esigenza di comunione ci riguarda in primo luogo in quanto battezzati, chiamati a formare l’unica Chiesa di Cristo. Essa perciò va cercata, incoraggiata e vissuta in tutte le nostre relazioni umane e pastorali, nelle quali un ruolo di primaria importanza è quello dei laici e degli operatori pastorali. Il camminare insieme alla sequela del Signore e il portare avanti la missione evangelizzatrice valorizzando i diversi carismi e ministeri risponde all’identità stessa della Chiesa: la Chiesa è mistero di comunione e ciascuno, a partire dal Battesimo, è chiamato ad essere una pietra viva dell’edificio, un apostolo del Vangelo, un testimone del Regno. Al riguardo, so che avete vissuto un tempo di grazia celebrando il Sinodo diocesano. È stato un processo che ha rimesso in movimento l’intera comunità ecclesiale, chiamandola a interrogarsi sul proprio modo di essere e di annunciare il Vangelo in questa terra. Vorrei invitarvi a custodire e fare vostro anzitutto il metodo del Sinodo: un esercizio di ascolto reciproco, un coinvolgimento che non ha escluso nessuno, una sinergia umana, pastorale e spirituale tra parrocchie, realtà associative, consacrati e laici, cercando di dare voce anche a chi solitamente resta ai margini. Questo ascolto ha fatto emergere con chiarezza le attese, le ferite e le speranze, restituendovi l’immagine di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, a convertire il proprio stile, a incarnarsi tra la gente come luce di speranza. Ciò che vi chiedo dunque è questo: ascoltatevi, camminate insieme, create una sinfonia di carismi e ministeri, e così trovate le modalità per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, capace di intercettare la vita concreta delle persone. È una missione che richiede l’apporto di tutti. In una città segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari, l’annuncio del Vangelo non può prescindere da una presenza concreta e solidale, che coinvolge tutti e ciascuno, preti, religiosi, laici. Tutti sono soggetti attivi della pastorale e della vita della Chiesa e non solo collaboratori, perché l’impegno e la testimonianza di ciascuno possano generare una comunità presente e attenta, capace di essere lievito nella pasta. Una comunità che sa progettare e proporre percorsi che aiutano le persone a vivere l’esperienza del Vangelo e a riceverne impulsi per rinnovare la città di Napoli».

Potrebbe interessarti

Go up