Sesta Domenica di Pasqua (A). Commento liturgico alla Parola di Dio
1 ora ago

La sesta domenica di Pasqua si colloca ormai alle soglie della Pentecoste e tutta la liturgia di questa domenica è attraversata dalla promessa e dall’azione dello Spirito Santo. Le letture bibliche, la colletta e le orazioni della Messa convergono verso un unico grande tema: il Signore risorto non abbandona la sua Chiesa, ma continua ad accompagnarla mediante il dono dello Spirito, presenza viva che consola, guida, illumina e rende possibile l’amore cristiano. La Pasqua non è soltanto il ricordo di un evento passato, ma la comunicazione di una vita nuova che il Risorto continua a trasmettere ai credenti perché possano vivere nella gioia, nella speranza e nella comunione.
La prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, mostra la forza sorprendente della Parola di Dio che si diffonde proprio attraverso la persecuzione. Ciò che umanamente avrebbe dovuto rappresentare la sconfitta della comunità cristiana diventa invece l’inizio di una nuova espansione missionaria. Filippo, costretto a lasciare Gerusalemme, giunge in Samaria e lì annuncia Cristo. Luca lascia intravedere una verità fondamentale della storia della salvezza: Dio sa trasformare le ferite e le crisi in occasioni di grazia. La dispersione dei cristiani non spegne il Vangelo, ma lo diffonde. La Chiesa cresce non attraverso la potenza umana, ma mediante la testimonianza di uomini che, pur segnati dalla prova, continuano ad annunciare Cristo con fede.
L’episodio dell’imposizione delle mani da parte di Pietro e Giovanni manifesta inoltre il valore ecclesiale del dono dello Spirito. I samaritani non rimangono una realtà separata, ma vengono inseriti nella comunione della Chiesa apostolica. Lo Spirito crea unità, abbatte le divisioni, genera comunione tra popoli e tradizioni storicamente nemiche. Là dove l’uomo costruisce separazioni, Dio opera riconciliazione. La Chiesa nasce continuamente da questa azione dello Spirito che raduna, unifica e rende fratelli.
Il salmo responsoriale prolunga questo clima di gioia pasquale e missionaria. «Acclamate Dio, voi tutti della terra» è un invito universale alla lode. Il salmista contempla le opere di Dio nella storia e riconosce che tutta la creazione è chiamata a entrare nella benedizione e nella gratitudine. La Pasqua non riguarda soltanto il singolo credente, ma l’intera umanità. Il Signore continua a operare meraviglie e la comunità cristiana è chiamata a renderne testimonianza. Il tono del salmo è profondamente pasquale: chi ha sperimentato la salvezza non può trattenere per sé la gioia ricevuta, ma desidera comunicarla e condividerla.
Anche la seconda lettura, tratta dalla Prima lettera di Pietro, si inserisce pienamente in questo orizzonte. L’apostolo invita i cristiani a rendere ragione della speranza che portano nel cuore. È un testo di straordinaria attualità, perché ricorda che la testimonianza cristiana non passa anzitutto attraverso il potere o l’affermazione esteriore, ma attraverso la mitezza, la buona coscienza, il bene compiuto anche nella sofferenza. La speranza cristiana non nasce dall’assenza delle prove, ma dalla certezza che Cristo risorto è presente nella vita del credente. Per questo il cristiano può affrontare anche le difficoltà senza lasciarsi dominare dalla paura. Lo Spirito Santo rende possibile una vita nuova, capace di conservare pace e fiducia anche dentro le contraddizioni della storia.
Nel Vangelo di Giovanni ascoltiamo uno dei grandi testi del discorso d’addio di Gesù. È un brano densissimo, nel quale il Signore prepara i discepoli al momento della sua passione e della sua partenza visibile. Proprio mentre si avvicina l’ora del distacco, Gesù promette una presenza nuova e definitiva: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre». Il termine Paraclito indica colui che viene chiamato accanto, il consolatore, il difensore, l’avvocato. Gesù sa che i suoi discepoli sperimenteranno paura, smarrimento e fragilità; per questo promette loro lo Spirito Santo come presenza permanente.
Il cuore del Vangelo è forse racchiuso nell’espressione: «Non vi lascerò orfani». È una parola che tocca profondamente la condizione umana. L’uomo teme l’abbandono, teme la solitudine, teme di perdere l’amore che sostiene la vita. Gesù invece assicura ai suoi che la Pasqua non è separazione definitiva, ma trasformazione della sua presenza. Egli non sarà più visibile come prima, ma continuerà a vivere nei suoi discepoli attraverso lo Spirito Santo. La Chiesa vive precisamente di questa presenza invisibile ma reale del Risorto.
Per questo il Signore collega continuamente l’amore all’osservanza dei comandamenti. «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Non si tratta di un’obbedienza fredda o esteriore, ma della forma concreta della comunione con Cristo. L’amore vero non rimane sentimento generico, ma diventa fedeltà, permanenza, adesione alla parola ricevuta. Giovanni insiste molto sul verbo “rimanere”, perché il rischio del discepolo è quello di lasciarsi turbare, di perdere stabilità, di allontanarsi. Lo Spirito Santo viene donato proprio per sostenere questa fedeltà fragile dell’uomo. Se l’uomo da solo non riesce a rimanere, lo Spirito lo sostiene e lo custodisce nella comunione con Cristo.
Il Vangelo della sesta domenica di Pasqua ci consegna anche una profonda immagine della Chiesa. La comunità cristiana nasce dall’amore del Padre, vive della presenza del Figlio risorto ed è continuamente animata dallo Spirito Santo. Non è semplicemente un’organizzazione religiosa, ma il luogo nel quale il Risorto continua a operare nella storia. Per questo la testimonianza dell’amore reciproco diventa essenziale.
Tutta la liturgia di questa sesta domenica di Pasqua sviluppa e approfondisce questi temi. La colletta chiede a Dio: «confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi». La preghiera unisce strettamente Spirito, gioia e testimonianza. Il cristiano non può annunciare il Vangelo se non è sostenuto interiormente dallo Spirito Santo. È lui che dona quella gioia profonda che non coincide con la superficialità o con l’assenza delle prove, ma nasce dalla certezza della presenza del Risorto. La liturgia pasquale educa progressivamente la Chiesa a vivere di questa gioia spirituale che anticipa già ora la vita eterna. Anche il documento allegato insiste sul fatto che il tempo pasquale sta giungendo alla sua pienezza e che la Chiesa si prepara ormai alla Pentecoste, nella quale esploderà pienamente la manifestazione dello Spirito.
La colletta contiene inoltre una forte professione cristologica: Cristo è colui che «messo a morte per i nostri peccati è risuscitato alla vita immortale». La Pasqua non è soltanto vittoria sulla morte biologica, ma inizio di una creazione nuova. Il Risorto introduce l’umanità dentro una vita trasfigurata e definitiva. Per questo la Chiesa, nella liturgia, continua a contemplare il mistero della morte e risurrezione del Signore come fonte inesauribile della speranza cristiana.
Anche le altre preghiere liturgiche orientano lo sguardo verso il mistero pasquale che continua a operare nella vita della Chiesa. Nell’Eucaristia lo Spirito santifica i doni del pane e del vino e raccoglie i fedeli nell’unità. La comunione al Corpo e al Sangue di Cristo rinnova nei credenti la presenza del Risorto e li rende capaci di vivere come testimoni della speranza.
Questa domenica, dunque, ci invita a non vivere da orfani. Il Signore risorto rimane con la sua Chiesa, la sostiene con il suo Spirito, la conduce verso la Pentecoste e le dona la forza di amare, di sperare e di testimoniare il Vangelo nel mondo.
