XXIII Domenica del Tempo Ordinario – A. Commento liturgico alla Parola di Dio

2 settimane ago

XXIII Domenica

O Padre, che ascolti quanti si accordano
nel chiederti qualunque cosa nel nome del tuo Figlio,
donaci un cuore e uno spirito nuovo,
perché ci rendiamo sensibili alla sorte di ogni fratello
secondo il comandamento dell'amore,
compendio di tutta la legge.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

(MR3, XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)

 

 

La Parola di Dio della XXIII Domenica del Tempo Ordinario (A), ci conduce nel cuore della responsabilità fraterna. La fede non permette di vivere gli uni accanto agli altri nell’indifferenza: il fratello ci è affidato e la sua vita, il suo bene e persino il suo cammino di conversione ci riguardano. Ma questa responsabilità può essere vissuta cristianamente soltanto nell’amore, perché correggere non significa giudicare, bensì cercare l’altro perché nessuno vada perduto.

Nella prima lettura il Signore costituisce Ezechiele «sentinella per la casa d’Israele». La sentinella vede il pericolo e non può tacere: deve avvertire, richiamare, aiutare a riconoscere la strada sbagliata. Il profeta diventa così immagine di una responsabilità che riguarda anche la comunità cristiana. Non possiamo salvarci ignorando la sorte degli altri. La correzione nasce dalla consapevolezza che la vita del fratello ci sta a cuore; il silenzio, quando diventa disinteresse davanti al male, può trasformarsi in una forma di complicità.

A questa parola severa risponde il Salmo 94 con l’invito: «Ascoltate oggi la voce del Signore». Prima ancora di correggere gli altri, ciascuno è chiamato ad ascoltare e a non indurire il proprio cuore. È un passaggio decisivo: può aiutare veramente il fratello soltanto chi rimane a sua volta sotto il giudizio misericordioso della Parola. La comunità che ammonisce è anzitutto una comunità che ascolta, si converte e si lascia correggere da Dio.

San Paolo, nella seconda lettura, rivela il fondamento di questa responsabilità: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole». L’amore è l’unico debito che il cristiano non finisce mai di pagare, perché tutto ciò che Dio domanda trova in esso il proprio compimento. Non si tratta di un sentimento generico, ma di una carità capace di assumere il bene dell’altro come una responsabilità personale. Per questo anche una parola difficile, quando nasce dalla carità e cerca sinceramente il bene, può diventare espressione dell’amore.

Il Vangelo porta questo tema dentro la vita concreta della comunità. Gesù indica il cammino della correzione fraterna: anzitutto l’incontro personale, poi, se necessario, l’aiuto di altri fratelli e infine il coinvolgimento della comunità. Non è una procedura costruita per condannare, ma un itinerario paziente per «guadagnare» il fratello. Il contesto del discorso ecclesiale di Matteo è infatti illuminato dalla volontà del Padre che nessuno dei piccoli vada perduto. Per questo la correzione evangelica rifugge dalla mormorazione, dall’umiliazione pubblica e dal desiderio di avere ragione: cerca invece la riconciliazione, custodendo insieme verità e misericordia.

Le parole conclusive di Gesù aprono poi alla dimensione propriamente ecclesiale: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». La concordia dei discepoli non nasce semplicemente dall’assenza di conflitti, ma dalla presenza di Cristo che rende possibile ricomporre ciò che il peccato divide. La preghiera comune diventa autentica quando è sostenuta da questa ricerca della comunione: non basta trovarsi nello stesso luogo, occorre imparare ad accordare il cuore nella carità.

La colletta propria dell’anno A raccoglie con particolare efficacia l’intero itinerario della Parola. La Chiesa si rivolge al Padre che ascolta quanti si accordano nel nome del Figlio e domanda il dono di «un cuore e uno spirito nuovo», perché i credenti diventino sensibili alla sorte di ogni fratello secondo il comandamento dell’amore, riconosciuto come compendio di tutta la legge. Il rinnovamento del cuore viene così prima di ogni pretesa di cambiare gli altri: soltanto chi si lascia trasformare da Dio può avvicinarsi al fratello senza condannarlo, parlare con franchezza senza ferirlo e accompagnarlo senza sostituirsi alla sua libertà.

L’Eucaristia domenicale forma proprio questa comunità. Riuniti nel nome di Cristo, impariamo che nessuno può dirsi estraneo alla vita dell’altro. La carità diventa attenzione concreta, capacità di ascoltare, coraggio di parlare quando è necessario, disponibilità a perdonare e pazienza nel ricostruire relazioni ferite. Essere sentinelle gli uni degli altri significa allora custodire senza controllare, correggere senza umiliare, accompagnare senza giudicare. È così che la comunità cristiana rende visibile la presenza del Signore in mezzo ad essa e diventa luogo nel quale ciascuno può ritrovare la strada della comunione.

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