XXI Domenica del Tempo Ordinario - A. Commento liturgico alla Parola di Dio

2 giorni ago

XXI Domenica

O Padre, fonte di sapienza,
che nell’umile testimonianza dell’apostolo Pietro
hai posto il fondamento della nostra fede,
dona a tutti gli uomini la luce del tuo Spirito,
perché riconoscendo in Gesù di Nazaret
il Figlio del Dio vivente,
diventino pietre vive
per l’edificazione della tua Chiesa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

(MR3, XXI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)

 

La XXI Domenica del Tempo Ordinario (A), pone al centro una domanda decisiva per la vita del credente: chi è Gesù per noi? Non basta conoscere ciò che gli altri dicono di lui, né ripetere una risposta appresa. La Parola ci conduce verso una professione di fede personale, quella che Pietro pronuncia a Cesarea di Filippo riconoscendo in Gesù «il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Attorno a questa confessione si raccolgono le letture della domenica, che mostrano come la fede nasca dall’iniziativa di Dio e diventi responsabilità, servizio ed edificazione della Chiesa.

Nella prima lettura, tratta dal profeta Isaia, la destituzione di Sebna e l’investitura di Eliakìm mostrano che ogni autorità rimane affidata da Dio e deve essere esercitata come servizio. Il segno della chiave posta sulla spalla indica una responsabilità reale, ma non un potere posseduto autonomamente: colui che riceve le chiavi è chiamato a diventare «padre» per il popolo. L’immagine prepara così il Vangelo, dove le chiavi saranno affidate a Pietro, ricordando che nella comunità credente l’autorità trova la propria verità nella fedeltà a Dio e nella cura dei fratelli.

A questa parola l’assemblea risponde con il Salmo 137, trasformando l’ascolto in rendimento di grazie: «Signore, il tuo amore è per sempre». Il salmista riconosce un Dio che, pur essendo eccelso, guarda verso l’umile e non abbandona l’opera delle sue mani. È questa fedeltà divina, più forte della fragilità umana, a sostenere anche la vita della Chiesa.

Paolo, nella seconda lettura, contempla con stupore la profondità della sapienza e della conoscenza di Dio. Dopo aver meditato sul misterioso disegno della salvezza, l’Apostolo non pretende di racchiuderlo nelle categorie umane, ma si apre all’adorazione. Le vie di Dio superano i nostri calcoli e, proprio quando sembrano incomprensibili, continuano a essere vie di misericordia. Tutto viene da lui, esiste per mezzo di lui ed è orientato a lui: anche la Chiesa può comprendere se stessa soltanto dentro questa precedenza della grazia.

Nel Vangelo, a Cesarea di Filippo, Gesù conduce i discepoli dalla voce della gente alla responsabilità personale della fede. Non basta sapere che cosa gli altri pensano di lui. «Voi, chi dite che io sia?» è la domanda rivolta a ogni discepolo e a ogni comunità cristiana. Pietro risponde riconoscendo in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Ma Gesù chiarisce subito che questa confessione non nasce semplicemente dalla capacità umana: è il Padre a renderla possibile. La fede è anzitutto grazia ricevuta, luce che permette di riconoscere nel volto di Gesù il Figlio inviato per la nostra salvezza.

Proprio a Pietro, uomo fragile che mostrerà presto anche le proprie incomprensioni, Gesù affida una missione decisiva. La pietra, le chiavi, il potere di legare e sciogliere non celebrano la forza di un uomo, ma la fedeltà di Cristo che sceglie di edificare la sua Chiesa servendosi della debolezza dei suoi discepoli. Pietro può essere roccia soltanto perché rimane ancorato a Cristo, vera pietra sulla quale poggia l’edificio ecclesiale. La Chiesa, dunque, non vive della perfezione dei suoi membri, ma della grazia del Signore che continuamente la sostiene, la corregge e la rinnova.

La colletta propria dell’Anno A raccoglie con particolare efficacia questo itinerario della Parola. Rivolgendosi al Padre come fonte della sapienza, riconosce che la testimonianza di Pietro è umile e che la fede della Chiesa nasce da un dono che la precede. Per questo la comunità invoca la luce dello Spirito affinché ogni uomo possa riconoscere in Gesù di Nazaret il Figlio del Dio vivente. La preghiera, però, non si ferma alla professione della fede: chiede che coloro che hanno riconosciuto Cristo diventino a loro volta «pietre vive» per l’edificazione della Chiesa.

La liturgia ci ricorda così che confessare Cristo significa lasciarsi trasformare da lui e assumere la propria responsabilità nella comunità. La domanda di Gesù continua dunque a raggiungerci: non soltanto chi è Cristo secondo ciò che abbiamo imparato, ma chi è realmente per noi e quale posto occupa nella nostra vita. Dalla risposta vissuta a questa domanda nasce una Chiesa edificata non sul prestigio o sulla forza, ma sulla fede, sulla comunione e sul servizio.

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