XXV Domenica del Tempo Ordinario (A). Commento liturgico alla Parola di Dio

2 ore ago

XXV domenica
O Padre giusto e grande,
nel dare all'ultimo operaio come al primo
dimostri che le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dista dalla terra;
apri il nostro cuore all'intelligenza delle parole del tuo Figlio,
perchè comprendiamo l'impagabile onore
di lavorare nella tua vigna fin dal mattino.
Per il nostro Signore Gesù Cristo ...
(MR3, XXV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)

 

La XXV domenica del Tempo Ordinario (A), ci introduce nel mistero della gratuità di Dio, che supera le nostre misure e mette in discussione quella logica del merito con la quale spesso giudichiamo noi stessi e gli altri. La Parola ci conduce a scoprire un Padre che chiama, perdona e dona senza lasciarsi rinchiudere nei nostri calcoli. La sua giustizia non è fredda distribuzione di ricompense, ma espressione di una bontà che raggiunge ogni uomo e non smette di offrire la possibilità di entrare nella sua vigna.

Il profeta Isaia invita a cercare il Signore mentre si fa trovare e ad abbandonare la via del male, perché Dio è sempre pronto al perdono. Ma subito aggiunge una parola decisiva: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie». La distanza tra Dio e l’uomo non è quella di un Dio estraneo o lontano; è piuttosto la distanza tra la larghezza della sua misericordia e la ristrettezza dei nostri criteri. Noi misuriamo, confrontiamo e giudichiamo; Dio continua ad aprire strade di ritorno e di riconciliazione.

Il salmo responsoriale traduce questa rivelazione in lode: «Il Signore è vicino a chiunque lo invoca». Il Dio le cui vie sovrastano le nostre è nello stesso tempo il Dio vicino, misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore. La sua grandezza non allontana l’uomo, ma si manifesta proprio nel chinarsi verso di lui, nel sostenere chi cade e nel rialzare chi è prostrato.

Nella seconda lettura Paolo mostra che cosa accade quando la vita viene interamente consegnata a Cristo: «Per me il vivere è Cristo». L’Apostolo non appartiene più a se stesso e persino il dilemma tra vivere e morire viene illuminato dalla missione ricevuta. Restare significa continuare a servire i fratelli; morire significa essere pienamente con Cristo. In entrambi i casi il centro non è più il proprio interesse, ma il Signore. Per questo l’esortazione a comportarsi «in modo degno del Vangelo di Cristo» diventa una concreta indicazione di vita: il dono ricevuto deve trasformarsi in servizio.

Il Vangelo degli operai chiamati nella vigna porta al centro il tema della domenica. Il padrone esce più volte durante la giornata e continua a chiamare: al mattino, nelle ore successive e persino quando il giorno volge ormai al termine. Nessuno è escluso e nessuna ora è troppo tarda. Prima ancora della paga, la parabola rivela dunque un Dio che non si stanca di uscire incontro all’uomo e di offrirgli un posto nella sua vigna.

La difficoltà nasce alla sera, quando gli ultimi ricevono la stessa paga dei primi. Quanti hanno sopportato «il peso della giornata e il caldo» pensano di meritare di più. Eppure il padrone non viene meno alla parola data; semplicemente sceglie di essere buono anche con coloro che sono arrivati dopo. La domanda rivolta all’operaio che protesta svela il cuore della parabola: «Sei invidioso perché io sono buono?».

Gesù non sta offrendo una regola per i rapporti di lavoro, ma sta rivelando il volto del Padre. Il Regno non si costruisce sulla pretesa di chi pensa di avere accumulato più meriti, ma sulla gratuità di una chiamata che precede ogni risposta dell’uomo. Il rischio degli operai della prima ora è quello di trasformare un dono in un diritto e il servizio in motivo di superiorità. È un rischio che può entrare anche nella vita cristiana, quando si comincia a misurare l’impegno, l’anzianità, il servizio svolto, quasi che tutto questo possa diventare un credito da presentare davanti a Dio.

La colletta propria dell’Anno A offre una splendida interpretazione della Parola proclamata. Dio viene invocato come «Padre giusto e grande» proprio perché, dando all’ultimo operaio come al primo, manifesta che le sue vie distano dalle nostre quanto il cielo dalla terra. La preghiera raccoglie così Isaia e il Vangelo in un’unica prospettiva: la giustizia di Dio non può essere compresa soltanto con i criteri della proporzione e del confronto, perché è inseparabile dalla sua misericordia.

Per questo la liturgia domanda al Padre di aprire il nostro cuore «all’intelligenza delle parole» del Figlio. Non basta ascoltare la parabola; occorre lasciarsi convertire dal suo significato. L’intelligenza invocata dalla colletta è quella di un cuore capace di entrare nella logica evangelica e di guardare gli altri con lo stesso sguardo di Dio.

Ma è soprattutto l’ultima espressione della colletta a offrire la chiave più profonda della domenica: comprendere «l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino». Qui tutto cambia. Gli operai della prima ora considerano il loro lavoro come peso e motivo di rivendicazione; la preghiera della Chiesa insegna invece a riconoscere come grazia il fatto stesso di essere stati chiamati. Aver conosciuto il Signore, averlo servito, aver potuto spendere la propria vita per il Vangelo e per i fratelli non è una fatica da presentare al momento della ricompensa: è già un dono ricevuto.

La XXV domenica ci invita allora a passare dalla pretesa alla gratitudine, dal confronto alla fraternità, dal calcolo alla gioia del servizio. Chi comprende l’onore di essere nella vigna del Signore non guarda con gelosia chi arriva dopo, ma gioisce perché anche un altro è stato raggiunto dalla misericordia. È così che le vie di Dio, pur rimanendo più alte delle nostre, cominciano a diventare anche le vie della comunità cristiana.

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