XXIV Domenica del Tempo Ordinario (A). Commento liturgico alla Parola di Dio
7 giorni ago

O Dio, che ami la giustizia e ci avvolgi di perdono,
crea in noi un cuore puro a immagine del tuo Figlio,
un cuore più grande di ogni offesa,
più luminoso di ogni ombra,
per ricordare al mondo il tuo amore senza misura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.(MR3, XXIV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)
Nella XXIV Domenica del Tempo Ordinario la Parola di Dio (A), entra nel cuore di uno degli aspetti più esigenti della vita cristiana: il perdono. Non si tratta semplicemente di dimenticare un torto o di rinunciare alla giustizia, ma di imparare a guardare il fratello a partire dalla misericordia che noi stessi abbiamo ricevuto. Il perdono diventa così uno stile di vita, capace di interrompere la catena del rancore e di aprire strade nuove anche là dove l’offesa sembra avere compromesso ogni possibilità di riconciliazione.
La prima lettura, tratta dal libro del Siracide, parte dall’esperienza concreta del rancore e della vendetta. Il sapiente conosce bene quanto sia difficile liberarsi dal male ricevuto, ma invita l’uomo a ricordare la propria fragilità e soprattutto il bisogno che egli stesso ha della misericordia di Dio: «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati». Non possiamo invocare il perdono per noi e negarlo agli altri. Per questo l’invito «Ricordati della tua fine e smetti di odiare» riporta ogni conflitto dentro una prospettiva più grande: siamo tutti creature fragili, tutti bisognosi di essere perdonati.
Il Salmo 102 raccoglie questa esperienza e la trasforma in lode: «Il Signore è buono e grande nell’amore». Il salmista contempla un Dio che perdona, guarisce e circonda di bontà la vita dell’uomo. La misericordia non è dunque un atteggiamento occasionale di Dio, ma il modo con cui egli si prende cura dei suoi figli. Prima ancora di essere chiamato a perdonare, il credente scopre di essere stato perdonato. È questa memoria della grazia ricevuta che rende possibile guardare diversamente anche chi ci ha ferito.
Nella seconda lettura san Paolo offre una chiave ulteriore: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso». La vita del cristiano non ha più il proprio centro nell’io, perché «sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore». Proprio l’io ferito, quando diventa misura di tutto, alimenta il risentimento e rende difficile il perdono. Paolo invita invece a ricollocare la nostra esistenza nell’orizzonte di Cristo morto e risorto. Appartenere al Signore significa non permettere che siano il torto ricevuto, il rancore o il desiderio di rivalsa a determinare il nostro modo di vivere e di incontrare gli altri.
Il Vangelo conduce al cuore del messaggio di questa domenica. Pietro domanda a Gesù quante volte debba perdonare il fratello: «Fino a sette volte?». La sua proposta è già generosa, ma conserva ancora la logica del calcolo. Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Il perdono cristiano non può essere contabilizzato. Gesù rovescia così la logica antica della vendetta di Lamech: alla violenza senza misura contrappone un perdono senza misura.
La parabola dei due debitori ne spiega il fondamento. Un servo deve al proprio padrone una somma enorme, impossibile da restituire. Egli chiede soltanto pazienza, ma riceve molto di più: il padrone, mosso a compassione, gli condona l’intero debito. Uscito da quell’incontro, però, lo stesso servo pretende senza misericordia una somma molto più piccola da un suo compagno. La sua colpa non consiste semplicemente nel reclamare ciò che gli spetta, ma nell’aver dimenticato ciò che ha appena ricevuto. È stato perdonato, ma quel perdono non è riuscito a trasformare il suo cuore.
Qui emerge il centro dell’annuncio evangelico: possiamo perdonare perché siamo stati perdonati. Il cristiano non trova anzitutto in se stesso la forza necessaria per superare l’offesa; la riceve dalla misericordia di Dio. Quando dimentichiamo quanto il Signore ha fatto per noi, torniamo facilmente a misurare rapporti e persone sulla base di ciò che ci devono. Quando invece conserviamo la memoria della grazia ricevuta, anche il nostro cuore può diventare più libero e misericordioso.
Perdonare non significa negare il male o rinunciare alla giustizia. Non significa neppure dimenticare ciò che è accaduto, perché alcune ferite rimangono a lungo nella memoria. Significa piuttosto impedire che il male ricevuto continui a produrre altro male. Il perdono spezza la catena della vendetta, libera progressivamente il cuore dal rancore e permette di non consegnare il futuro alla ferita del passato.
La colletta propria dell’Anno A raccoglie con particolare efficacia tutto il cammino proposto dalla Parola. La Chiesa si rivolge a Dio, che ama la giustizia e ci avvolge di perdono, e gli domanda di creare in noi un cuore puro a immagine del Figlio, «un cuore più grande di ogni offesa, più luminoso di ogni ombra». Non chiediamo soltanto di riuscire a compiere qualche gesto di perdono, ma che sia trasformato il nostro cuore.
Proprio l’espressione «un cuore più grande di ogni offesa» illumina il senso della celebrazione. L’offesa può essere reale e dolorosa; la liturgia non invita a minimizzarla. Chiede però che il nostro cuore non rimanga imprigionato dentro di essa. La misericordia di Dio può renderlo più grande della ferita ricevuta. Anche giustizia e perdono, allora, non sono realtà contrapposte: la giustizia riconosce il male e le sue responsabilità, mentre il perdono impedisce che quel male abbia l’ultima parola.
L’Eucaristia rende concreta questa esperienza. Ci presentiamo davanti al Signore come persone bisognose di misericordia, ascoltiamo una Parola che ci riconcilia e partecipiamo allo stesso pane come fratelli. Da questa celebrazione nasce una comunità di perdonati chiamati a perdonare. La XXIV Domenica del Tempo Ordinario ci invita dunque a custodire la memoria del bene ricevuto, a non alimentare rancori e a cercare con pazienza vie di riconciliazione. È così che il perdono diventa Vangelo vissuto: non debolezza davanti al male, ma forza capace di fermarlo; non cancellazione del passato, ma possibilità di aprire un futuro nuovo; non rinuncia alla giustizia, ma testimonianza concreta di quell’amore senza misura con cui Dio continua a perdonare e a rinnovare la nostra vita.

Potrebbe interessarti