Carlo Confalonieri, il Defensor Civitatis che fece rinascere L'Aquila

1 giorno ago

Carlo Confalonieri

Il 1° agosto 1986 si spegneva il cardinale Carlo Confalonieri. Le solenni esequie furono celebrate il 4 agosto nella Basilica di San Pietro in Vaticano e presiedute da san Giovanni Paolo II, segno della stima e dell'autorevolezza che il porporato aveva saputo conquistare al servizio della Chiesa universale. Il giorno seguente, martedì 5 agosto, la sua salma fece ritorno nella natia Seveso per l'ultimo saluto della sua gente. Nonostante il caldo torrido di quella giornata estiva, la Chiesa Prepositurale era gremita di fedeli, sacerdoti e autorità ecclesiastiche per la celebrazione esequiale presieduta dal cardinale Giovanni Colombo. Tra i ministranti che prestavano servizio all'altare vi era anche il sottoscritto, allora giovane seminarista. È un ricordo che il tempo non ha cancellato e che, a distanza di quarant'anni, torna oggi con particolare intensità, perché quel giorno non si dava soltanto l'estremo saluto a un grande cardinale della Chiesa cattolica, ma a un pastore che aveva lasciato un'impronta profonda nella storia di molte comunità, prima fra tutte quella aquilana.

Per L'Aquila, infatti, Carlo Confalonieri non rappresenta soltanto una delle personalità più illustri dell'episcopato italiano del Novecento. Uomo di Curia, stretto collaboratore di Pio XI e di Pio XII, Decano del Collegio Cardinalizio e protagonista della vita ecclesiale universale, egli rimane anzitutto l'Arcivescovo che guidò la diocesi dal 1941 al 1950, negli anni più drammatici della seconda guerra mondiale e della difficile ricostruzione. Fu proprio in quel decennio che nacque quel legame indissolubile tra il Pastore e il suo popolo che gli valse un titolo destinato a entrare nella storia della città: Defensor Civitatis Aquilae.

Quel titolo non fu una semplice onorificenza civica. Fu il riconoscimento pubblico di una città che aveva visto il proprio Arcivescovo condividere i giorni più drammatici della guerra, esporsi personalmente per salvare vite umane, difendere il patrimonio religioso e civile, confortare le famiglie colpite dal dolore e preparare, già durante il conflitto, la rinascita morale e materiale dell'intera comunità. Gli aquilani riconobbero in lui non soltanto il Vescovo della diocesi, ma il padre della città.

Per comprendere la statura di Carlo Confalonieri bisogna però guardare anche agli anni che precedettero il suo arrivo in Abruzzo. Nato a Seveso nel 1893, fu chiamato ancora giovane a collaborare con il cardinale Achille Ratti, futuro Pio XI, del quale divenne segretario particolare. Per quasi vent'anni visse accanto a uno dei Pontefici più significativi del Novecento, condividendone la visione ecclesiale, la passione pastorale e il coraggio con cui affrontò le grandi sfide del suo tempo. Ebbe così modo di assistere direttamente alla Conciliazione del 1929, agli anni difficili dei rapporti con il fascismo e con il nazismo e alla nascita di una nuova presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo. Quella lunga scuola accanto a Pio XI avrebbe formato definitivamente il suo stile episcopale: fedeltà assoluta al Papa, profonda vita spirituale e straordinaria capacità di leggere la storia con gli occhi della fede.

Quando papa Pio XII lo destinò all'Arcidiocesi dell'Aquila nel marzo del 1941, l'Italia era già immersa nella tragedia della seconda guerra mondiale. La scelta non fu casuale. L'Aquila rappresentava una diocesi strategicamente importante, vicina a Roma e destinata a vivere anni particolarmente difficili. Confalonieri arrivò preparato. Prima ancora di prendere possesso della diocesi volle studiarne la storia, la geografia, le tradizioni religiose e la complessa realtà sociale. Al suo ingresso in città, nella festa della Santissima Trinità, compì un gesto destinato a rimanere nella memoria: si chinò a baciare la terra aquilana, quasi a voler dichiarare che quella sarebbe diventata la sua nuova casa e quel popolo la sua famiglia.

La guerra trasformò ben presto il ministero pastorale in una continua opera di carità e di coraggio. Dopo l'8 settembre 1943 l'Aquila si trovò al centro delle operazioni militari dell'Italia centrale. Bombardamenti, rastrellamenti, rappresaglie ed eccidi segnarono profondamente il territorio. Confalonieri non rimase chiuso nel Palazzo Arcivescovile. Visitava gli sfollati, soccorreva gli ammalati, incoraggiava i sacerdoti, cercava instancabilmente il dialogo con le autorità militari tedesche per limitare le violenze e ottenere la liberazione di prigionieri e condannati. Il suo ministero diventò presenza concreta accanto a un popolo ferito.

Particolarmente significativo fu il suo intervento dopo la fucilazione dei Nove Martiri Aquilani. Anche quando ogni tentativo di salvezza risultò impossibile, egli continuò ad accompagnare spiritualmente la città, trasformando il dolore in un invito alla riconciliazione e alla pace. Anni dopo, tornando all'Aquila ormai cardinale, volle essere presente all'inaugurazione del monumento dedicato ai giovani martiri, confermando che quella ferita apparteneva ormai alla sua stessa vita pastorale.

Tra le pagine più luminose della sua azione resta certamente quella relativa al salvataggio degli ebrei perseguitati. Le ricerche storiche documentano come, subito dopo il rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, Confalonieri organizzò una rete di accoglienza nei conventi e nelle case religiose allora appartenenti all'Arcidiocesi aquilana, comprendente anche il territorio reatino. Attraverso messaggi cifrati, corrieri fidati e una fitta collaborazione con religiosi e laici, centinaia di persone trovarono rifugio e salvezza. Ancora oggi quella vicenda costituisce una delle pagine più nobili della storia della Chiesa aquilana durante il secondo conflitto mondiale.

Ugualmente straordinario fu il suo intervento per impedire la distruzione della città durante la ritirata tedesca. Le testimonianze ricordano il coraggio con cui affrontò gli ufficiali incaricati di far saltare ponti, acquedotti, impianti e infrastrutture strategiche. Persino anni dopo, uno degli ufficiali coinvolti ricordò l'incontro con il Vescovo dell'Aquila come uno dei momenti più importanti della propria vita, riconoscendo che proprio quell'intervento aveva evitato ulteriori sofferenze alla popolazione civile. Sono episodi che spiegano meglio di qualsiasi discorso perché l'Aquila volle chiamarlo Defensor Civitatis.

Ma sarebbe riduttivo ricordare Confalonieri soltanto come il vescovo della guerra. Egli fu anche il pastore della ricostruzione spirituale. Convinto che una comunità ferita dovesse ritrovare anzitutto la speranza, promosse una straordinaria stagione religiosa che vide al centro le grandi figure della santità aquilana. Rilanciò il culto della Madonna del Popolo Aquilano, valorizzò il Santuario della Madonna di Roio con la realizzazione della Via Mariana, promosse le solenni celebrazioni dedicate a san Bernardino da Siena, a Celestino V, a san Vittorino, alla beata Cristina da Lucoli e agli altri santi della terra aquilana. Attraverso queste iniziative egli restituì alla popolazione una memoria condivisa e una nuova fiducia nel futuro.

La sua attenzione non si limitò tuttavia alla vita ecclesiale. Confalonieri comprese che la rinascita della città richiedeva anche istituzioni solide, cultura, formazione e infrastrutture. Sostenne il rilancio dell'Università dell'Aquila, seguì con interesse i progetti per i collegamenti stradali con Roma e con l'Adriatico, incoraggiò le iniziative culturali e sociali promosse dal laicato cattolico e favorì una presenza della Chiesa capace di dialogare con tutte le componenti della società. La sua azione pastorale fu sempre profondamente incarnata nella storia concreta della città.

Nel 1950 Pio XII lo richiamò a Roma. Da quel momento iniziò una nuova stagione della sua vita ecclesiale che lo avrebbe condotto ai vertici della Curia romana, fino alla dignità di Decano del Collegio Cardinalizio. Presiedette nel 1978 le esequie di Paolo VI e di Giovanni Paolo I e continuò a servire la Chiesa universale con quella discrezione e quella competenza che avevano caratterizzato tutta la sua esistenza. Tuttavia non cessò mai di sentirsi legato all'Aquila. Ritornò più volte nella diocesi, seguì con affetto le vicende della città e continuò a considerarla una parte essenziale della propria vita sacerdotale ed episcopale. Come non ricordare due momenti significativi della sua presenza in Città: la visita pastorale di papa Giovanni Paolo II il 30 agosto 1980 e lìApertura della Porta Santa di Collemaggio il 28 agosto 1983, in quello che viene definito da molti studiosi, l'inizio della Perdonanza dell'era moderna.

A quarant'anni dalla sua morte, la figura del cardinale Carlo Confalonieri conserva una sorprendente attualità. In un tempo segnato ancora da guerre, divisioni e profonde trasformazioni sociali, il suo esempio ricorda che il ministero di un Vescovo non si esaurisce nell'amministrazione ecclesiastica, ma consiste anzitutto nell'essere padre del proprio popolo, custode della dignità umana e costruttore instancabile di pace.

Per l'Aquila il suo insegnamento assume oggi un significato ancora più profondo. Dopo la lunga ricostruzione seguita al terremoto del 2009 e con la ritrovata centralità della Cattedrale di San Massimo, che dovrebbe essere riaperta fra pochi mesi, la memoria del Card. Carlo Confalonieri invita a comprendere che ogni vera rinascita nasce dall'intreccio tra fede, cultura, solidarietà e responsabilità civile. Egli insegnò che non basta ricostruire gli edifici: occorre ricostruire le coscienze, rafforzare il senso di appartenenza e custodire la speranza.

È questo il motivo per cui il suo nome continua ad essere pronunciato con riconoscenza. Non soltanto perché fu un grande cardinale della Chiesa universale, ma perché seppe essere fino in fondo il Vescovo dell'Aquila. Un pastore che condivise il destino della sua gente, difese la città nei giorni più oscuri della sua storia e lasciò un'eredità spirituale e civile che continua ancora oggi a illuminare il cammino della Chiesa aquilana. Per questo, a quarant'anni dalla sua scomparsa, il titolo di Defensor Civitatis Aquilae non appartiene al passato, ma rimane la definizione più vera e più alta della sua memoria.

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