Come le montagne del Libano. In attesa di Papa Leone nel Paese dei cedri

5 mesi ago

In un Libano attraversato da crisi, guerra e incertezza, la visita di Papa Leone XIV riaccende la speranza di un popolo antico, dove cristiani e musulmani convivono da secoli e la fede resta una roccia che non si spezza

Il Libano, piccola striscia di terra incastonata tra la Mediterranea, la Siria e Israele, vive in questi giorni un’attesa densa, quasi vibrante. Nelle strade di Beirut, nelle chiese maronite delle montagne, nei quartieri feriti dall’esplosione del porto del 4 agosto 2020, nelle scuole e negli ospedali sorretti dall’instancabile lavoro dell’Œuvre d’Orient, risuona una certezza antica: la fede maronita è come le montagne del Libano: non si muove e non trema.

È in questo Paese fragile e magnifico, dove convivono 18 confessioni religiose, dove il Presidente della Repubblica è per Costituzione un cristiano maronita, il Primo ministro un musulmano sunnita e il Presidente del Parlamento uno sciita, che Papa Leone XIV è atteso come un segno di respiro, di pace, di continuità.

Un Paese che conta almeno 5,8 milioni di abitanti secondo la Banca Mondiale — numeri incerti, perché l’ultimo censimento risale al 1932 — ma certamente un mosaico umano in cui circa un terzo della popolazione è cristiana. Una presenza antichissima, radicata nel Vangelo e nella cultura araba, che ha plasmato scuole, ospedali, università e vita pubblica, diventando un ponte tra Oriente e Occidente.

Un’attesa piena di memoria

Chi ha vissuto le visite di Giovanni Paolo II (1997) o Benedetto XVI ricorda bene l’onda di entusiasmo che attraversò il Paese. Ora quell’emozione ritorna. Molti libanesi raccontano di sentirsi “come un’unica famiglia”, al di là delle appartenenze religiose. Le corali si preparano, i giovani provano gli inni, le parrocchie organizzano l’accoglienza. Il Libano sembra un grande alveare in movimento. Eppure questa visita arriva in un momento critico.
Il popolo libanese si interroga: la guerra riprenderà tra Israele e Hezbollah? Il mondo si è stancato dei nostri problemi? La comunità internazionale ci abbandonerà?

La presenza del Papa diventa così una risposta silenziosa ma potente: il Libano e I cristiani del Libano contano ancora e più che mai.

Una diplomazia che non ha armi ma crea pace

Ogni visita papale in Libano possiede inevitabilmente anche un peso politico e geopolitico.
Il Santo Padre è anche un capo di Stato, e la diplomazia della Santa Sede — priva di eserciti o pressioni economiche — è una diplomazia “soft”, ma sorprendentemente efficace. Nelle crisi del Medio Oriente il Vaticano ha sempre mantenuto una voce indipendente: contraria alla guerra del Golfo; impegnata nella difesa delle minoranze cristiane autoctone; promotrice del dialogo interreligioso; sostenitrice della sovranità e dell’unità libanese.

Per i cristiani del Libano, questo è particolarmente importante: si sentono accompagnati, riconosciuti, confermati nella loro missione.

Chi sono i cristiani del Libano?

Sono tanti e diversi: 12 Chiese riconosciute, di cui sei cattoliche (latini, maroniti, greco-cattolici, armeni cattolici, siro-cattolici, caldei). Tra queste, i maroniti rappresentano due terzi dei cristiani del Paese e hanno giocato un ruolo centrale nella fondazione del Libano moderno. Ma più dei numeri colpisce la loro presenza viva: nelle scuole, frequentate da libanesi di ogni confessione; negli ospedali, come l’Hôpital de la Croix o l’ospedale maronita di Jata a Beirut; nel sociale, tra i poveri e gli emarginati; nella vita culturale, come ponte tra arabi e occidentali. La crisi economica, iniziata nel 2019, ha colpito al cuore proprio queste opere: ad esempio le scuole cattoliche stanno resistendo con difficoltà e senza la diaspora, senza l’Œuvre d’Orient, senza reti di solidarietà, molti avrebbero già chiuso.

La ferita del porto e la forza della rinascita

L’esplosione del porto di Beirut — 235 morti, migliaia di feriti, un’intera città sventrata — resta una ferita aperta. Papa Leone XIV dedicherà a loro l’ultimo giorno della visita: una grande preghiera silenziosa, un gesto simile a una fascia posata sulle crepe ancora vive.

Le congregazioni religiose hanno fatto di tutto per riprendere le loro attività e hanno sostenuto quanti potevano. Il giorno dopo la devastazione, l’ospedale distrutto curava già 350 pazienti. Stanze sventrate, finestre esplose, ma medici e suore ferme al loro posto.

Una speranza che nasce dalla terra e dalla lingua

Il Libano è un Paese in cui la fede è quasi un elemento del paesaggio. Chi sale verso il monastero di San Charbel, alto sulle montagne, racconta di percepire il santo nella roccia, negli alberi, nel vento. Tutta la montagna è imbevuta della sua spiritualità, sanno bene i libanesi. E quando pregano, anche sotto le bombe, come accadde durante la guerra civile, la preghiera diventa reale, concreta, vitale.

Nelle parole libanesi la fede è ovunque: Allah, Yalla, Inch’Allah, Mashallah. Sono nomi che attraversano le conversazioni quotidiane come un respiro. Per un cristiano, “Allah” non è altro che Emmanuele: Dio con noi.

Il Libano attende e spera

La visita di Papa Leone XIV arriva come un faro in una notte lunga.La grande speranza dei cristiani libanesi è semplice e immensa: continuare ad essere testimoni del Cristo nella loro terra, e non solo sopravvivere, ma vivere, costruire, educare, curare.

Il Libano, con le sue ferite e la sua bellezza, con le sue comunità che pregano in arabo e in siriaco, con le sue montagne che non si muovono e non tremano, torna a respirare. Dio, ancora una volta, non abbandonerà il Libano.

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