Giuseppe Forlai “CHIESA. Riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo” Invito alla lettura di Luigi Maria Epicoco

6 mesi ago

Ci sono libri scritti per intrattenimento; non c’è nulla di male da scrivere libri così, e non c’è nulla di male dal leggerli. Ma la loro caratteristica è la velocità con cui vengono dimenticati. 

Altri libri invece sono scritti per provocare, per suscitare cioè un pensiero che non finisce semplicemente con quella pagina letta, ma che invece inizia da quelle righe per poi dipanarsi in una riflessione infinitamente più grande di quelle stesse pagine. Il testo “Chiesa. Riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo” (Paoline, 2025, 134 pp.) scritto da Giuseppe Forlai, fa parte di questo secondo gruppo di libri. Basta dare un’occhiata alla biografia dell’autore per accorgerci che non poteva non essere diversamente, perché Giuseppe Forlai è un sacerdote, eremita della diocesi di Roma, e quindi a tutti gli effetti un monaco. Quando il monachesimo funziona, infatti, dona qualcosa di terribilmente bello: la libertà. E la libertà, quando viene usata in maniera giusta, genera un sussulto di vitalità in tutti gli ambiti della vita, pensiero compreso. 

È la libertà di chiamare le cose per nome. È la libertà di tirarsi fuori da quei conflitti che tanto animano il dibattito contemporaneo. È la libertà di non dover dispiacere a nessuno perché si è preoccupati di Dio solo. Ha ragione il cardinale Bustillo nella sua prefazione a dirci che queste pagine sono cariche di parresia. E chi si aspetta invece la violenza di chi si schiera a destra o a manca, troverà invece in queste riflessioni la mansuetudine (e il buonumore) di chi invece di tifare scende in profondità e va al cuore del problema. È lo stesso Forlai a metterci in guardia: «nella Chiesa latina – scrive –  viviamo il tempo del ‘tutti contro tutti’ o, meglio, delle contrapposizioni e delle fazioni: ciascuna parte cerca di individuare nell’altro il colpevole e di imporre la propria idea di ‘Chiesa’; pochissimi sono disposti ad amarla per quel che è, semplicemente ricevendola come un dono». Ecco, questo libro nasce da un amore viscerale per la Chiesa, e allo stesso tempo si porta addosso la lucidità di chi legge le cose non secondo l’alfabeto del mondo, ma secondo la prospettiva dello Spirito. 

Credo che in questo momento storico la lettura di questo testo sia imprescindibile, perché pone le questioni contemporanee che ci riguardano come credenti e come Chiesa, in un modo nuovo e certamente molto più fecondo di tanti tentativi che negli ultimi anni hanno animato i nostri dibattiti ecclesiali, pastorali, e teologici senza gran frutto. 

L’originalità di Forlai consiste nel non voler essere in nessun modo originale, e proprio per questo compie l’umile gesto intellettuale di rivolgersi a un gigante come San Benedetto, per trovare nel suo insegnamento, nella sua Regola, una traccia di interpretazione e di possibile soluzione a ciò che stiamo vivendo. 

Perché proprio San Benedetto? Provo a rispondere personalmente a questa domanda, anche se nelle pagine di questo libro si trova chiaramente la risposta dell’autore, ma sono stato sempre molto convinto che l’eredità di San Benedetto consista in una ambizione gigantesca: voler cambiare il mondo. Ovviamente San Benedetto davanti a una frase simile sarebbe inorridito, ma ciò che voglio dire non ha nulla a che fare con i racconti della Marvel, ma è riferito a ciò che hanno fatto i monasteri e il monachesimo lungo la storia: trasformare, bonificare, custodire, rendere vivibile, salvare, creare, innovare, inventare. Non è stato forse il loro modo la maniera più efficace di cambiare il mondo? E Benedetto da dove è partito per fare ciò? Dal convertire se stesso. Convertirsi non significa aggiustare semplicemente la propria morale, ma è rimettere al centro Cristo senza mai anteporre nulla a lui. Quando accade ciò, tutto cambia, e cambia in meglio. Questa centralità di Cristo rimette a fuoco tutti i problemi in una maniera nuova. Forlai giustamente ci dice che la Chiesa di oggi rischia di dimenticare questa imprescindibile centralità di Gesù.  

Vorrei però lasciare un piccolo assaggio di questo modo di ragionare e di leggere le cose, che Forlai ci offre nel suo testo a proposito di uno dei temi che tanto infiamma le tifoserie di questi tempi:  la liturgia. «La liturgia – scrive Forlai –  è diventata come il palco di una sorta di campagna elettorale permanente, sovente, purtroppo anche il luogo di rivendicazioni (…). Ma la celebrazione non è a agitarsi intorno all’altare per fare qualcosa, ma rinnegare se stessi per ritrovarsi nel dinamica dei gesti e delle parole che il rito mette in atto. La celebrazione non è un “gioco di ruolo” ma il concentrato di un mistero in cui Dio mi salva». 

Spero che questo mio invito alla lettura sia accolto da molti, e proprio per questo animi un dibattito nuovo e appassionato a partire proprio da queste riflessioni. Inoltre c’è un vantaggio da non dimenticare: come segnalavo all’inizio, Forlai è un eremita, e quindi in pochi sanno dove vive. Questo lo mette al sicuro da quegli eventuali haters che a contatto con queste pagine reagiranno certamente come gli indemoniati reagiscono all’acqua santa…

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