Il Vangelo che scuote. Le parole di papa Leone XIV ai Vescovi Italiani
7 ore ago

«Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio»; papa Leone XIV, questa mattina, ha accolto la Conferenza Episcopale Italiana, riunita a Roma per la propria 82a Assemblea Generale.
Il Pontefice ha subito ringraziato i Pastori presenti e indirizzato un pensiero di saluto a tutte le persone di buona volontà che vivono in Italia: «Un caro saluto a quanti sono stati eletti a svolgere un servizio nella Conferenza Episcopale, in particolare al Vicepresidente, e a ciascuno di voi. Per vostro tramite, desidero esprimere il mio affetto a tutte le Chiese che sono in Italia, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, alle famiglie, ai catechisti, agli educatori, ai giovani, agli anziani, ai poveri, ai malati, a quanti vivono la fede nella semplicità della vita quotidiana e a quanti, magari senza saperlo, portano nel cuore una sete di Dio».
Le espressioni utilizzate dal Vescovo di Roma sono state cariche di speranza: «Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara. Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo; e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi».
Vangelo e vita nella fede sono le piste che Leone XIV indica alla Chiesa Italiana: «Allora, con questo sguardo, la priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco. Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge.
Siamo dunque chiamati a domandarci: quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana? Sono domande che, come pastori, dobbiamo sempre porci, senza mai darle per scontate.
Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale». Il suo desiderio è quello di suscitare assemblee rinnovate dalla grazia, «una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale. La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura».
La parola che il Santo Padre ha rivolto, particolarmente, ai Vescovi è stata all’insegna della conferma nella fede e del rilancio della passione per il Regno divino: «Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi. […] Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. […] Cari fratelli, il Signore non ci chiede di misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: “Abbiamo trovato il Messia” (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza».

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