Le pietre raccontano: dall’Episcopio riparte la memoria viva della città

13 ore ago

Le pietre raccontano

L’Aquila – Nella Sala “Benedetto XVI” dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Fides et Ratio” dell’Aquila, alla presenza di cittadini aquilani, studiosi e studenti dell’ISSR, ha preso avvio giovedì 23 aprile il ciclo di conferenze “Le pietre raccontano”, promosso dall’Istituto nell’ambito delle iniziative della Chiesa aquilana per L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. A intervenire sono stati il prof. Gianluigi Simone, docente stabile di Storia dell’Arte presso l’ISSR e direttore della Scuola di Alta Formazione in Beni Culturali Ecclesiastici, mons. Antonio D’Angelo, arcivescovo metropolita dell’Aquila, don Daniele Pinton, direttore dell’ISSR “Fides et Ratio”, l’architetto Eliseo Iannini, tra i protagonisti del restauro del complesso arcivescovile, e la dott.ssa Federica Zalabra, direttrice del MuNDA – Museo Nazionale d’Abruzzo. Nel corso dell’incontro è stato inoltre letto un messaggio dell’arcivescovo emerito dell’Aquila, mons. Giuseppe Molinari.

Fin dalle prime battute è stato chiaro che non si trattava di parlare soltanto di restauro. Piuttosto, di provare a comprendere cosa significhi davvero “ritornare a casa” dopo una ferita come quella del sisma del 2009. Le pietre, come suggerisce il titolo del ciclo, non sono materia inerte: custodiscono memoria, attraversano i secoli, trattengono vite, relazioni, fede. E oggi tornano a raccontare.

A introdurre il senso dell’iniziativa è stato il prof. Gianluigi Simone, che ha accompagnato il pubblico dentro lo spirito del progetto: un itinerario pensato per aiutare la cittadinanza a riappropriarsi consapevolmente dei propri luoghi. Non un esercizio accademico, ma una proposta culturale accessibile, capace di intrecciare rigore scientifico e divulgazione. In continuità con il lavoro della rivista “Fedelmente”, queste conferenze diventano uno spazio in cui la ricerca esce dalle pagine e incontra la comunità.

Su questa linea si è inserito l’intervento di don Daniele Pinton, direttore dell’Istituto, che ha offerto una chiave di lettura più ampia: ciò che si sta vivendo all’Aquila non è soltanto una ricostruzione edilizia, ma un processo più profondo, nel quale i luoghi devono ritrovare il loro significato. Restaurare non basta, se non si restituisce anche un’anima. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la scelta di iniziare dall’Episcopio, un luogo ancora non completamente riaperto, ma già carico di attese e di scoperte. Chi lo visiterà, ha osservato, non ritroverà semplicemente ciò che era, ma scoprirà qualcosa di nuovo, emerso proprio grazie al lavoro di recupero.

Quando ha preso la parola mons. Antonio D’Angelo, il discorso si è naturalmente spostato sul valore ecclesiale di questo spazio. L’arcivescovo ha parlato dell’Episcopio come di un centro vitale, un luogo che non si definisce per la sua funzione abitativa, ma per il suo essere punto di riferimento per l’intera comunità. È lì che la Chiesa si organizza, riflette, custodisce la memoria e rilancia la propria azione pastorale. Non un palazzo, dunque, ma un organismo vivo, dove uffici, archivi, formazione e servizio convergono in un unico scopo: far giungere il Vangelo nelle comunità. In questo senso, partire proprio da qui per il ciclo delle conferenze è apparso quasi naturale, se non addirittura provvidenziale.

A dare profondità emotiva all’incontro è stato poi il messaggio di mons. Giuseppe Molinari. Le sue parole, cariche di memoria, hanno riportato tutti alla notte del terremoto, quando le macerie della Cattedrale e dell’Arcivescovado restituivano l’immagine di una città ferita nel cuore. Eppure, in quel ricordo doloroso, si è fatta strada anche una certezza: la ricostruzione non può essere soltanto materiale. C’è una dimensione spirituale che deve accompagnarla, altrimenti le pietre restano mute. Oggi, nel vedere l’Episcopio risanato, emerge proprio questa doppia rinascita: delle strutture e della speranza.

Quando l’architetto Eliseo Iannini ha iniziato il suo intervento, il racconto si è fatto concreto, quasi fisico. Non una lezione tecnica, ma la narrazione di un’esperienza lunga dodici anni, vissuta dentro un cantiere che è stato, per dimensioni e complessità, uno dei più significativi della ricostruzione aquilana. Attraverso le sue parole si è percepito cosa significhi lavorare su un luogo così stratificato: ogni muro, ogni ambiente, ogni dettaglio porta con sé una storia. E spesso il restauro non costruisce, ma scopre. È il caso di ambienti riemersi sotto interventi precedenti, di decorazioni ritrovate, di spazi che hanno riacquistato la loro identità originaria. Più che ricostruire, ha lasciato intendere, si è trattato di ridare forma a qualcosa che continuava a esistere sotto la superficie.

A questo racconto si è intrecciata la memoria personale di don Daniele Pinton, che ha riportato l’Episcopio alla dimensione quotidiana della vita ecclesiale. Non solo grandi eventi o figure storiche, ma anche episodi, volti, esperienze vissute tra quelle stanze. È così che il palazzo torna ad essere una casa: un luogo abitato, attraversato, segnato da relazioni. E forse è proprio questo il passaggio decisivo: trasformare un edificio restaurato in uno spazio nuovamente vivo.

Nel finale, l’intervento della dott.ssa Federica Zalabra ha aperto uno sguardo complementare, collegando il ritorno dell’Episcopio a quello del MuNDA nel Forte Spagnolo. Anche qui il tema è stato lo stesso: il ritorno a casa. Ma con una precisazione decisiva. Una casa non è fatta solo di mura, ma di persone. E allora la sfida diventa quella di riabitare questi luoghi, renderli accoglienti, capaci di generare esperienza, conoscenza, persino gioia. Il museo, ha spiegato, deve smettere di essere percepito come uno spazio distante e diventare un luogo familiare, aperto, vivo. Solo così la ricostruzione sarà davvero compiuta.

Nel corso della serata è emersa con forza un’idea condivisa: L’Aquila non sta semplicemente ricostruendo i suoi edifici, ma sta cercando di ricomporre la propria identità. E questo passa anche attraverso iniziative come “Le pietre raccontano”, che mettono in dialogo istituzioni, studiosi e cittadini.

Il prossimo appuntamento, già annunciato, sarà dedicato a Collemaggio. Ma il senso del percorso è già stato anticipato in questo primo incontro: imparare ad ascoltare le pietre, perché dentro di esse non c’è soltanto il passato, ma una promessa di futuro.

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