Quando Dio butta giù il tempio

36 secondi ago

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A proposito di P. Pomata, Il mio tempio era un castello di carte (e Dio lo ha fatto crollare), San Paolo, Cinisello Balsamo 2026.

C’è un punto, in ogni vita, in cui ci si accorge che quello che chiamavamo "tempio" non era altro che un castello di carte. Ci abbiamo creduto, ci abbiamo lavorato, lo abbiamo arredato. Ma bastava un soffio, e infatti il soffio è arrivato. E ora che siamo davanti a quelle macerie, ci viene una domanda strana: chi è stato? Il caso, la sfortuna, gli altri? Oppure Qualcuno che ci voleva talmente bene da non poter sopportare oltre che noi continuassimo a vivere dentro una scenografia di cartone?

Paolo Pomata sceglie la seconda risposta. E la sceglie non per ragionamento, ma perché quel crollo lo ha vissuto davvero. Quando ho conosciuto Paolo, l’ho sempre immaginato come un pezzo di quella bellezza struggente dell’isola in cui vive insieme a Loredana. La natura è levigata dagli elementi e Paolo è stato levigato dalla vita, dal vento burrascoso e dalla luce accecante di chi gli è accanto come compagna di vita.

Il libro che ci ha regalato ha la struttura di un diario, ma non è un diario. Ha la forma di un memoriale, ma non è un memoriale. È, più esattamente, una lunga confidenza fatta a una sola interlocutrice silenziosa: la Sindone di Torino. L’autore parla, e lei ascolta. L’autore prega, e lei custodisce. L’autore si lamenta, e lei lo regge. E in quel dialogo a una sola voce accade qualcosa che soltanto i veri testi mistici sanno fare: ci si dimentica che si sta leggendo, e ci si trova a pregare.

Il titolo viene da una pagina celebre di Lewis, riportata in epigrafe: Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù. Tutti noi, quando crolla qualcosa, ci chiediamo perché Dio lo abbia permesso. Pomata invece, dopo gli anni e le lacrime, arriva a chiedersi una cosa diversa, più scomoda: e se quel crollo fosse stato la prima vera carezza che Dio mi abbia fatto?

Distingue, così, tra la sfortuna e la vocazione, tra il fallimento subìto e il fallimento abitato, tra il dolore che ci chiude e quello che, misteriosamente, ci apre. Scrive l’autore, con una chiarezza che non lascia vie di fuga: La sproporzione delle circostanze umanamente negative che ci troviamo a vivere è chiara ed eloquente segno della presenza e della grande, innamorata chiamata di Cristo crocifisso a vivere con Lui il mistero della Croce redentrice. Non certo di un qualcosa così banale, piccolo e irrazionale come quella che il mondo chiama sbrigativamente "sfortuna". Questa è una frase che andrebbe trascritta e tenuta sempre a portata di mano nella nostra tasca, perché stabilisce un confine, e i confini, quando si soffre, salvano la vita.

Se la vita ti scava dentro una voragine, tu chiamala grotta e facci nascere Gesù. Letta fuori contesto, anche questa frase potrebbe sembrare una di quelle frasi devote che si appiccicano ai biglietti d’auguri. Letta dentro al cammino di chi la scrive, è invece una delle più precise definizioni di speranza cristiana che mi sia capitato di incontrare negli ultimi anni. Perché non nega, non  edulcora, non addomestica con facili teologie. Dice soltanto che, se non possiamo riempirla, possiamo abitarla. E che, abitandola con Cristo, scopriremo che la voragine non era una tomba: era una grotta. Il punto in cui Dio nasce.

In quest’ottica si comprende anche la scelta dell’interlocutrice. Perché la Sindone? Perché, suggerisce l’autore, è il telo che ha avvolto un fallimento. Apparentemente il più definitivo dei fallimenti: la morte di un innocente. Ed è anche il telo che, però, conosce il segreto di come quel fallimento sia diventato Pasqua. Affidare a lei la propria storia significa, allora, affidarla all’unico ambiente in cui i fallimenti smettono di essere ciò che sembrano essere. Non è devozionismo. È teologia narrata.

Se è vero che proprio nel buio, nel dolore, nella prova, la luce di Cristo si fa più spesso trovare e riconoscere, davvero voglio che questo buio passi? È una domanda terribile e bellissima. Terribile, perché tocca quel punto in cui il dolore non è più nemico ma rischia di diventare patria. Bellissima, perché solo chi è stato amato per davvero nel dolore può arrivare a porsela. È il segnale che Paolo Pomata non bara, è onesto, e che non sta vendendo niente, e non sta dando lezioni: sta cercando e attraverso queste pagine ci fa partecipi di questa sua ricerca.

Questo è un libro per chi è dentro qualcosa che non capisce, e ha bisogno di sentire che qualcun altro, prima di lui, ci è stato e ne è uscito non illeso, perché nessuno esce illeso, ma trasformato. Più povero di certezze, e proprio per questo più ricco di fede. È un libro per chi ha smesso di pregare con eleganza e ha cominciato, finalmente, a pregare male, cioè per davvero.

Paolo Pomata scrive con una lingua sobria, mai compiaciuta, capace di tenere insieme registro alto e parlato, principi e popolani, vescovi e vecchierelle, teologi e fanciulli, secondo l’espressione di un cronista ottocentesco che lui stesso cita. Non scrive da letterato. Scrive da credente che sa scrivere. E quando vuole farsi capire da chi è in fondo a una voragine, sceglie le parole più semplici. È un’operazione difficile, e gli riesce.

C’è poi la conclusione, che merita un cenno a parte. Dodici brevi indicazioni, una sorta di testamento provvisorio, che cominciano con Non sei solo e si chiudono con un invito che è quasi un capovolgimento: se anche tutto crollasse, custodisci le tue macerie, perché Cristo ama abitare i ruderi del nostro cuore stanco. Non è una promessa di restauro. È una promessa di abitazione. È, esattamente, il Vangelo: non un Dio che evita le rovine, ma un Dio che le sceglie come casa.

Questo libro è per tutti ma soprattutto per chi sta attraversando un dolore e non sa più dove appoggiare il capo. A chi, dopo anni di cristianesimo per inerzia, comincia a sospettare che forse Dio lo stia chiamando per nome dentro a una circostanza che non avrebbe mai voluto. A chi ha visto crollare il proprio tempio, e ancora non si è accorto che, sotto le macerie, c’è il pavimento di una casa più vera.

Perché il punto, alla fine, è questo: quando Dio butta giù il nostro tempio, non lo fa per lasciarci senza niente, lo fa perché eravamo noi a vivere senza Lui dentro a un’architettura troppo nostra. E quando ce ne accorgiamo, di solito è già passato del tempo. Ma è proprio in quel ritardo che capiamo cosa significa la parola misericordia: che Lui ci ha aspettato. Che ci aspetta ancora. Che, come scrive Pomata in una delle pagine più belle del libro, sta lì, sempre, nella coda dell’occhio del nostro dolore.

Bisogna girare lo sguardo, niente di più. E accorgersi che c’era, da sempre.

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