Da sempre ti ho pensato. La storia di Damiano Caravello (recensione) 

2 mesi ago

Questo libro parla di un giovane uomo: Damiano Caravello.

Damiano nasce nel 1991 a Briana di Noale, un paese della pianura veneta che sa di stalla, di fango, di famiglie numerose e di messa la domenica. Nasce con una malattia rara al fegato — l’atresia delle vie biliari — e muore il 6 agosto 2020, giorno della Trasfigurazione, dopo un trapianto andato storto. Ha ventinove anni.

Riassunta così, questa storia assomiglia a quelle di tanti altri. Storie di volti, nomi e morti ingiuste. C’è qualcosa, però, che per me cambia il registro di questa storia: io Damiano l’ho conosciuto. E mi è bastata una sola volta per rendermi conto di come il fuoco possa abitare nel cuore di una persona in un modo che ti lascia il segno.

Si racconta, nella storia travagliata di Mosè, che un giorno, quando pensava di essere riuscito a sfuggire alla sua storia passata, si sia ritrovato nel bel mezzo del deserto ad ammirare uno strano spettacolo: un roveto rinsecchito che aveva preso fuoco, ma il cui fuoco non consumava il roveto. Ardeva senza consumare, senza cancellare. Era la presenza di Dio.

E ogni volta che questa presenza si manifesta, è sempre nella stessa modalità: brucia, illumina, riscalda, ma non consuma e non annulla l’umanità di chi si porta addosso quel fuoco.

Damiano era questo: un portatore sano della presenza di Dio.

Il punto di partenza è uno di quei dettagli che solo la vita vera sa inventare. Non un momento mistico, non un ritiro spirituale. Un concerto di Vasco Rossi. È il giugno del 2008. Damiano ha diciassette anni, sta sotto il sole per ore a Mestre per guadagnarsi un posto sotto il palco, canta a squarciagola, torna a casa distrutto e felice. Il mattino dopo ha la febbre. Poi l’ospedale. Poi la colangite. Poi la prima volta, vera, in cui il suo corpo gli dice: non sono tuo, non decidi tu.

Quella insolazione — lui stesso la chiamerà così nel testamento spirituale — è il momento in cui qualcosa si rompe e qualcosa, lentamente, inizia a nascere. Non subito. Non in modo ordinato. Con molta confusione, con molte cadute, con anni di cammino dentro e fuori le fraternità francescane, dentro e fuori gli innamoramenti, dentro e fuori la politica locale, dentro e fuori se stesso.

Perché Damiano non è il santo di vetro che certi libri edificanti ti propinano. È uno che litiga con il fratello, che si innamora delle persone sbagliate nei momenti sbagliati, che ha un orgoglio che ogni tanto lo mette in croce più della malattia.

Ma c’è una cosa, in queste pagine, che ti colpisce dritto al cuore. È la notte tra il primo e il secondo trapianto.

Damiano è in terapia intensiva, intubato, giallo, in croce sul letto. Antonella — che è medica e lavora nello stesso ospedale — va a vederlo e, con il gesto automatico di chi ha sollevato migliaia di lenzuola, guarda il suo fianco destro. E vede un taglio sottile, lineare, tra due costole. Esattamente là dove, su ogni crocifisso del mondo, c’è la ferita di Cristo.

Ognuno di noi, dal giorno del nostro battesimo, si è conformato a Cristo, è diventato somigliante a Lui — o forse è Lui che è diventato così simile a noi nelle nostre croci.

Damiano scrive una pagina di testamento spirituale la notte prima del trapianto, tra le lacrime, su insistenza di suor Silvia. Lo manda alle monache di Carpi come «custodi amorevoli col cuore di madre». Non sa ancora che sarà l’ultima notte.

È un testo breve. Pochissime pagine. Parole scelte con cura, capaci di tagliare come una lama affilata ogni presunzione e ogni indifferenza.

È un uomo che passa in rassegna tutto quello che ha amato e si accorge che è tantissimo.

Racconta che ha cercato per anni di dare un senso alla sua «diversità fisica», che si era trasformata in «diversità interiore dal mondo». Che non l’aveva mai trovato. Che nel frattempo aveva fatto «tutto quello che uno del ’91 poteva fare, tranne bere e fumare».

Che poi era arrivata quella insolazione, quella spina nella carne che «aveva punto per bene quella volta», e che da lì era cominciato tutto: Francesco e Chiara d’Assisi, Gesù, il percorso lento e faticoso con il padre spirituale, «corsi e ricorsi, associazioni e associazioni, innamoramenti e donne».

Dice di aver avuto la grazia di incontrare l’Amore e di viverlo «nonostante me».

Nonostante me. Non grazie alle mie virtù, non per meriti accumulati, non perché alla fine sono riuscito a essere coerente. Nonostante tutto quello che sono stato, nonostante le contraddizioni, nonostante i tradimenti di me stesso.

L’Amore c’era lo stesso. Era lì prima. Lo stava aspettando da prima ancora che lui cominciasse a cercarlo — da sempre, come dice il titolo.

Dice che Gesù, «se lo lasci entrare nella tua vita davvero, ne fa un capolavoro».

E poi si affida — alla Vergine, ai santi, alla Chiesa, e infine anche a chi legge, perché anche il lettore fa parte della comunione che lo porta.

Damiano muore il 6 agosto, giorno della Trasfigurazione. Intorno al suo letto ci sono il fratello, la sorella, gli amici più cari, suor Silvia che arriva dal monastero di Carpi e gli sussurra: «Dami, segui l’Agnello!».

Le lacrime di chi è presente, racconta Antonella, non sono solo di dolore. C’è qualcosa che assomiglia alla commozione davanti a una cosa bella. Come se in quella stanza stesse succedendo qualcosa che va oltre il morire.

Ci sono persone e storie che assomigliano a finestre spalancate sull’eterno. Sono persone e storie che ti ricordano che non è tutto solo qui e che, a volte, c’è un di più che irrompe dentro questo mondo e ti ricorda che siamo molto di più e siamo chiamati a molto di più.

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