Quinta Domenica di Quaresima (Anno A). Commento liturgico alla Parola di Dio
1 mese ago

La Quinta domenica di Quaresima conduce il credente al cuore del mistero pasquale, mettendo in dialogo la realtà della morte, che segna profondamente l’esperienza umana e la potenza vivificante di Dio, che apre i sepolcri e restituisce la vita.
Il profeta Ezechiele dà voce a un popolo che si percepisce ormai come perduto, come ossa aride senza futuro; eppure proprio dentro questa esperienza di fine risuona una promessa inaudita: Dio aprirà i sepolcri e farà uscire il suo popolo, infondendo il suo Spirito. Non è soltanto l’annuncio di una restaurazione storica, ma la rivelazione di un Dio che si manifesta come Signore della vita, capace di raggiungere l’uomo anche nelle situazioni più segnate dalla disperazione.
A questa parola profetica risponde il Salmo, che non è semplice eco, ma interiorizzazione orante di quanto è stato annunciato. Il grido “dal profondo” esprime la consapevolezza di un’umanità immersa nella morte, nella colpa, nel limite; ma proprio da questo abisso nasce una fiducia nuova: presso il Signore è la misericordia e grande è la sua redenzione. Il popolo che si scopre come in un sepolcro impara a trasformare la propria condizione in invocazione, riconoscendo che la salvezza non può venire da sé stesso, ma solo da Dio. Così la promessa di Ezechiele diventa preghiera viva, attesa vigilante di un intervento che solo il Signore può compiere.
Questa dinamica si approfondisce nella riflessione di Paolo, che mostra come la promessa non resti esterna, ma si realizzi interiormente nella vita del credente. Lo Spirito che ha risuscitato Cristo abita in noi e inaugura già ora una condizione nuova. Non si tratta soltanto di attendere la risurrezione futura, ma di vivere un’esistenza trasformata: dalla logica della carne, chiusa e autoreferenziale, si passa a quella dello Spirito, che apre alla comunione con Dio e alla vita piena. La risurrezione, dunque, non è solo evento finale, ma forza operante nel presente.
Il Vangelo di Giovanni porta a compimento questo cammino con il segno della risurrezione di Lazzaro, che si colloca come soglia decisiva verso la Pasqua. Il racconto è attraversato da una tensione profonda: il dolore della perdita, l’incomprensione dei discepoli, il senso di apparente assenza di Dio. Il ritardo di Gesù davanti alla malattia dell’amico apre interrogativi che toccano ogni esperienza umana; e tuttavia proprio questo silenzio prepara una rivelazione più grande, che non elimina il dramma ma lo trasfigura.
Nel dialogo con Marta si compie il passaggio decisivo della fede: dalla speranza in una risurrezione futura al riconoscimento di una presenza viva. Gesù non solo promette la vita, ma si identifica con essa: è lui la risurrezione e la vita. Il suo pianto davanti alla tomba rivela un Dio che entra nel dolore umano, lo condivide e nello stesso tempo lo combatte. Il grido “Lazzaro, vieni fuori!” non è soltanto un comando rivolto a un uomo morto, ma una parola che attraversa ogni morte e ogni chiusura dell’uomo, anticipando la vittoria pasquale.
Questa ricchezza biblica trova nella liturgia il suo compimento, perché la Parola proclamata diventa preghiera della Chiesa e esperienza viva del popolo di Dio. Fin dall’inizio della celebrazione, l’assemblea è posta in un atteggiamento di supplica fiduciosa: la colletta raccoglie questa disposizione interiore chiedendo a Dio di soccorrere la fragilità dell’uomo e di guidarlo nel cammino verso la Pasqua. In essa risuona, come eco orante della prima lettura, la consapevolezza che solo l’intervento divino può aprire i sepolcri e ridare vita; e, nello stesso tempo, si esprime il desiderio di una conversione autentica, capace di orientare tutta l’esistenza verso la vita nuova.
Il movimento inaugurato dalla Parola continua così nella preghiera: ciò che è annunciato come promessa viene invocato come dono. Il grido del Salmo diventa voce della Chiesa, e la presenza dello Spirito, proclamata dall’apostolo, si traduce in esperienza vissuta. La liturgia educa a riconoscere che la vita nuova non è mai possesso, ma grazia da accogliere e custodire.
Nel prefazio della Quinta domenica di Quaresima, la Chiesa contempla con particolare intensità il mistero di Cristo davanti alla tomba di Lazzaro: vero uomo, egli piange l’amico; vero Dio, lo richiama alla vita. In questa duplice dimensione si rivela il cuore della fede cristiana. La liturgia non si limita a ricordare un evento, ma lo interpreta, mostrando come in Cristo si incontrino la compassione per l’uomo e la potenza divina che vince la morte. Il prefazio diventa così chiave di lettura dell’intero Vangelo, aiutando l’assemblea a cogliere nel segno di Lazzaro l’anticipazione della Pasqua.
Nel cuore dell’Eucaristia, questa promessa si rende ancora più concreta. Il Cristo che ha chiamato Lazzaro fuori dal sepolcro si dona come cibo di vita, comunicando ai credenti quella stessa vita che vince la morte. La comunione appare così come partecipazione reale alla risurrezione, principio di trasformazione dell’esistenza e anticipo della pienezza futura.
Si avverte, inoltre, in questa domenica un’intensificazione del cammino quaresimale: la Chiesa è ormai alle soglie della Passione e introduce i fedeli in un clima di maggiore raccoglimento e attesa. Anche i segni liturgici, nella tradizione, richiamano il nascondimento della gloria, educando a riconoscere che la vita passa attraverso la morte e che la luce della Pasqua si manifesterà pienamente solo dopo la croce.
La dimensione battesimale del cammino raggiunge qui il suo vertice. Il passaggio dalla morte alla vita, evocato nella risurrezione di Lazzaro, illumina il significato del battesimo come uscita dal sepolcro del peccato e ingresso in una vita nuova. Non è solo memoria, ma esperienza da vivere: ogni credente è chiamato a riconoscere le proprie “tombe” e a lasciarsi raggiungere dalla parola di Cristo.
Il comando “togliete la pietra” coinvolge anche la comunità, chiamata a collaborare all’opera di liberazione, mentre l’invito a sciogliere Lazzaro richiama una Chiesa che restituisce libertà e dignità. Così la celebrazione diventa anche un appello concreto alla vita: lasciarsi trasformare dallo Spirito e diventare segno di speranza.
Alla soglia della Settimana Santa, la Chiesa consegna una certezza decisiva: la morte non ha l’ultima parola. La liturgia lo fa non solo proclamandolo, ma facendolo pregare e vivere, introducendo i fedeli in un cammino reale di conversione e di speranza. La Quaresima giunge così al suo compimento, già illuminata dalla luce della Pasqua, mentre la voce di Cristo continua a risuonare nella vita di ciascuno, chiamando a uscire dai propri sepolcri per entrare nella vita nuova.

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