Solennità dell’Assunzione di Maria. Commento liturgico alla Parola di Dio
14 minuti ago

Dio onnipotente ed eterno,
che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima
l'immacolata Vergine Maria, madre di Cristo tuo Figlio,
fa' che viviamo in questo mondo
costantemente rivolti ai beni eterni,
per condividere la sua stessa gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...(MR3, Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, Colletta)
‘Maria icona della Chiesa pellegrinante’
E' veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.
Oggi la Vergine Maria, madre di Cristo,
tuo Figlio e nostro Signore,
è stata assunta nella gloria del cielo.
In lei, primizia e immagine della Chiesa,
hai rivelato il compimento del mistero di salvezza
e hai fatto risplendere per il tuo popolo, pellegrino sulla terra,
un segno di consolazione e di sicura speranza.
Tu non hai voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro
colei che ha generato il Signore della vita.
E noi, uniti agli angeli e ai santi,
cantiamo con gioia l'inno della tua lode.
(MR3, Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, Prefazio)
La Parola di Dio proclamata nella solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, ci conduce a contemplare Maria dentro il grande disegno della salvezza. Non si tratta soltanto di celebrare un privilegio concesso alla Madre del Signore, ma di riconoscere in lei ciò che Dio prepara per tutta la Chiesa e per ogni credente: la vittoria della vita sulla morte e la piena partecipazione, anche nella nostra corporeità, alla gloria del Cristo risorto. Maria è già ciò che la Chiesa attende di essere.
La prima lettura, tratta dall’Apocalisse (Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab), apre la liturgia con una grande visione: nel cielo appare l’arca dell’alleanza e subito dopo «un segno grandioso», una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di dodici stelle. Il linguaggio è simbolico e la donna rimanda anzitutto al popolo di Dio, alla figlia di Sion, alla Chiesa che attraversa le tribolazioni della storia e genera il Messia. Ma proprio per questo la tradizione cristiana ha potuto riconoscere in quella donna anche Maria, nella quale la vicenda del popolo credente trova una singolare realizzazione. Di fronte a lei sta il drago, immagine delle forze del male che cercano di opporsi al progetto di Dio. La visione, tuttavia, non termina con la vittoria del drago, ma con l’annuncio della salvezza: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio». Maria assunta nella gloria diventa così il segno che il male e la morte non avranno l’ultima parola.
Il Salmo 44 riprende questa prospettiva con l’immagine regale: «Risplende la regina, Signore, alla tua destra». La liturgia applica a Maria il canto nuziale del salmista e ci fa contemplare colei che, accolta nella gloria, partecipa pienamente alla vittoria del Figlio. Ma anche qui lo sguardo non si ferma a Maria: in lei si intravede la Chiesa, la sposa condotta davanti al suo Signore, chiamata alla comunione definitiva con lui.
È san Paolo, nella seconda lettura (1Cor 15,20-27a), a offrirci la chiave cristologica decisiva: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti». L’Assunzione non può essere compresa separatamente dalla Pasqua. Tutto nasce dalla risurrezione di Cristo. Paolo descrive una vittoria che progressivamente raggiunge l’intera creazione, fino alla distruzione dell’ultimo nemico, la morte. In Maria vediamo anticipato il destino promesso a coloro che appartengono a Cristo. La sua glorificazione non sottrae Maria alla condizione umana, ma manifesta fino a dove può giungere la grazia di Dio nell’esistenza di una creatura. La salvezza, infatti, riguarda l’uomo intero: non soltanto l’anima, ma anche il corpo, la nostra storia, quella carne nella quale abbiamo amato, sofferto, servito e sperato.
Il Vangelo (Lc 1,39-56) potrebbe sorprendere: nel giorno in cui contempliamo Maria nella gloria del cielo, Luca ce la presenta mentre percorre una strada della terra. Maria «si alzò e andò in fretta» verso la casa di Elisabetta. È significativo: colei che oggi celebriamo giunta alla meta è la stessa donna che ha attraversato la storia nella fede e nel servizio, portando Cristo. La sua gloria non è estranea alla sua vita quotidiana, ma ne costituisce il compimento.
L’incontro con Elisabetta culmina nella beatitudine che illumina tutta l’esistenza di Maria: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Prima ancora di essere la donna assunta nella gloria, Maria è la donna che ha creduto. E il Magnificat diventa allora il canto nel quale ella riconosce che tutto è opera di Dio: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente». Maria non celebra se stessa, ma la misericordia del Signore, che guarda l’umiltà della sua serva, disperde i superbi, rovescia i potenti, innalza gli umili e ricolma di beni gli affamati. L’Assunzione manifesta fino a quale compimento conduce questa logica divina: colei che si è fatta piccola davanti a Dio viene innalzata nella sua gloria. Il Magnificat proclama così che il mondo non appartiene definitivamente ai potenti, alla violenza e alla morte, ma al Dio fedele alla sua promessa.
La liturgia raccoglie questa ricchezza nella colletta, nella quale chiediamo a Dio che, dopo aver innalzato «alla gloria del cielo in corpo e anima l’immacolata Vergine Maria», conceda anche a noi di vivere «costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria». Non è una preghiera che invita a fuggire dal mondo. Essere rivolti ai beni eterni significa piuttosto imparare a vivere il presente alla luce della sua destinazione ultima. Proprio perché sappiamo verso quale meta siamo incamminati, possiamo abitare più responsabilmente la storia. Maria stessa lo mostra: il suo sguardo è rivolto a Dio, ma i suoi passi la conducono verso Elisabetta.
La colletta insiste inoltre sull’Assunzione «in corpo e anima». È un'espressione fondamentale per comprendere il significato cristiano della festa. Dio non salva una parte dell’uomo: salva la persona nella sua integralità. La corporeità non è un involucro destinato semplicemente a essere abbandonato, ma appartiene alla nostra vocazione alla gloria. Nell’Assunzione di Maria la Chiesa contempla già realizzata quella «risurrezione della carne» che professa nel Credo e che attende per tutti alla fine dei tempi.
Ancora più esplicito è il prefazio, che definisce Maria «primizia e immagine della Chiesa». In lei, proclama la liturgia, Dio ha rivelato «il compimento del mistero di salvezza» e ha fatto risplendere per il suo popolo, ancora pellegrino sulla terra, «un segno di consolazione e di sicura speranza». Sono parole che collocano l’Assunzione dentro il mistero della Chiesa. Maria non è soltanto davanti a noi come una creatura da ammirare; è davanti a noi come immagine del nostro futuro. Ciò che contempliamo realizzato in lei sostiene il cammino di una Chiesa che ancora conosce il deserto, la lotta, la sofferenza e la morte.
Per questo l’Assunzione è profondamente una festa della speranza. Non di una speranza vaga, ma della speranza pasquale. Il Cristo risorto, «primizia di coloro che sono morti», ha già aperto la strada; Maria, «primizia e immagine della Chiesa», mostra che quella strada conduce realmente alla vita. Mentre siamo ancora pellegrini sulla terra, la liturgia ci permette di contemplare in lei la meta. Il cielo verso il quale Maria è stata assunta non ci allontana dalla terra: ci insegna piuttosto ad amarla secondo il progetto di Dio. E il Magnificat ci ricorda come farlo: riconoscendo le grandi opere del Signore, servendo i fratelli, custodendo la dignità dei piccoli e degli ultimi e continuando a credere, anche dentro le contraddizioni della storia, che l’ultimo nemico, la morte, sarà definitivamente sconfitto.
