Storia di Anna, una storia di santità nascosta.
23 ore ago

Storia di Anna, una storia di santità nascosta.
Quando la sofferenza diventa testimonianza della dignità umana
Anna aveva quarant'anni, un marito e tre figli. A trentasette anni le avevano diagnosticato una neoplasia, e in meno di tre anni la malattia l'ha portata alla morte. Le fratture vertebrali l'hanno costretta a lungo all'immobilità, in un letto da cui per mesi non si è più alzata, e con il tempo ha avuto bisogno di assistenza continua, anche per le necessità più intime.
Chi l'ha conosciuta, però, di lei ricorda altro che un corpo devastato. Ricorda una donna che continuava ad amare mentre le sue possibilità di agire si riducevano una dopo l'altra. Dal letto continuava a creare relazioni, a custodire gli affetti, a dare speranza, una speranza che non dipendeva dalla possibilità di guarire.
Anna era una donna profondamente cristiana, e la sua fede poggiava sulla Risurrezione di Cristo. Nella sofferenza non cercava una giustificazione del dolore: il dolore restava dolore, fatto di privazioni, dipendenza e fatica. La fede le permetteva di riconoscere, al di là del corpo che perdeva le sue capacità, una parte di sé che la malattia non raggiungeva. Anna quindi era madre anche quando non poteva più accudire i figli con le sue mani, era moglie anche quando la malattia le impediva di condividere col marito la vita di prima.
Anche quando la malattia restringe al minimo le azioni possibili, la persona può ancora aderire, affidarsi, amare. Anna aveva perso gran parte della libertà di movimento e continuava a vivere la propria vita come un dono: restare accanto ai figli fino all'ultimo, condividere la vita del marito, accogliere l'assistenza della madre erano i modi concreti in cui la sua libertà si esercitava.
Prima ancora che una malata terminale, Anna era una persona, capace di amare, e lo era fino in fondo: anche quando non riusciva più a muoversi, anche quando non poteva più abbracciare i figli come avrebbe voluto, anche quando, ormai adulta, aveva bisogno delle cure della propria madre, ritrovandosi fragile come una bambina appena nata. Sua madre tornava ad accudirla con la stessa tenerezza con cui un tempo la stringeva tra le braccia e la allattava: un amore che, attraverso gli anni, continuava a donarsi senza chiedere nulla in cambio. La malattia non ha diminuito la sua dignità, perché questa non si era mai appoggiata sull’efficienza del corpo.
Dipendere dagli altri rivelava un aspetto della condizione umana che l’illusione dell’autosufficienza di solito nasconde: ognuno di noi esiste perché qualcuno l’ha accolto, custodito, nutrito e amato. Prima di essere autonomo, l’uomo è un essere ricevuto, affidato alla cura di altri.
Nessuno conosce fino in fondo il significato della propria vita. Ignoriamo quanto bene possa nascere dalla nostra presenza, quali relazioni possa cambiare, quale testimonianza possa lasciare. L'uomo non è il principio ultimo del proprio valore e non ha gli strumenti per misurarlo per intero.
Anna è stata accompagnata dai medici palliativisti e dagli infermieri, che con la loro competenza hanno cercato di alleviarne la sofferenza e di custodirne la dignità. Nella sua stanza è avvenuta anche una reciprocità nella cura: quella donna immobile nel letto era maestra di una sapienza che i trattati di medicina non insegnano. Chi curava riceveva e chi era curato continuava a dare.
È vero: il dibattito sul fine vita ha bisogno di chiarezza, ma di una chiarezza che sappia abbracciare la complessità della condizione umana, senza procedere in un'unica direzione. Se è vero che la fede non può essere invocata per chiedere al malato un eroismo che non si sente di sostenere, è altrettanto vero che la sofferenza di ogni persona esige rispetto, ascolto e accompagnamento. È proprio da questo riconoscimento che deve prendere forma una nuova civiltà della cura, fondata su una riflessione autentica sul valore delle cure palliative, capaci di accogliere la persona nella sua globalità, nelle sue dimensioni fisica, psicologica, relazionale e spirituale. Il dolore va alleviato, i sintomi controllati, ma la gravità della sofferenza non è indicatore della perdita di valore di una vita. La storia di Anna non giudica chi, sopraffatto dal dolore o dalla disperazione, arriva a desiderare la morte. Mostra però quanto sia riduttivo considerare priva di senso una vita gravemente compromessa.
Sarebbe un errore far derivare la sua dignità dall'eroismo con cui ha affrontato la malattia. L'eroismo mostra la grandezza morale di una persona, ma il fondamento ontologico sta altrove. Chi non riesce a sopportare serenamente il dolore, chi si ribella, chi perde la speranza o attraversa momenti di disperazione ha la stessa identica dignità. La vita di Anna aveva valore prima della malattia, durante la malattia e negli ultimi giorni, a prescindere dalle capacità fisiche, dall'autonomia e perfino dalla consapevolezza con cui riusciva a vivere la sua condizione. Una persona non diventa degna quando qualcuno ne riconosce la dignità: riconoscerla è un dovere morale davanti a una realtà che esiste già.
La morte di Anna ha lasciato una ferita nel marito, nei figli, nella madre e in quanti l'hanno conosciuta. E a tutti noi lascia una domanda.
Chi siamo noi per stabilire che una vita, perché segnata dalla sofferenza, dalla dipendenza o dall'apparente inutilità, abbia esaurito il proprio significato?
Quale conoscenza abbiamo del mistero di un'esistenza per poter dire che non ha più nulla da offrire, nulla da ricevere, nessuna relazione da custodire, nessun bene da generare?
Chi pretende di misurare il valore della vita dalle sue condizioni materiali mostra, prima ancora di un limite morale, un limite della propria conoscenza. La vita è un dono che precede la nostra volontà e supera la nostra capacità di comprenderlo.
Anna non ha scritto trattati sulla dignità della persona, non ha elaborato una teoria della libertà. Queste cose le ha vissute nella carne, nella coscienza, negli affetti. Non poteva più camminare e accompagnava i figli con il suo amore. Non poteva più provvedere a se stessa e restava un dono per chi le stava accanto. Non poteva sfuggire alla morte e l'ha affrontata nella speranza di Cristo risorto.
Anna ci ha ricordato che l'uomo vale per ciò che è, anche quando non riesce più a fare nulla, e che nessuna vita umana diventa inutile quando perde l'autonomia. Finché esiste una persona, esiste una dignità da riconoscere, una vita da custodire, un mistero da rispettare. Ed è questa la santità nascosta di una stanza di malattia.
La santità nascosta di Anna.

Potrebbe interessarti