XXVI Domenica del Tempo Ordinario (A) - Commento liturgico alla Parola di Dio
3 giorni ago

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (A), Commento liturgico alla Parola di Dio
O Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori
appena si dispongono a pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza
a ogni uomo che desiste dall'ingiustizia: il tuo Spirito ci renda docili
alla tua parola e ci doni gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù.
Egli è Dio, e vive e regna con te...(MR3, XXVI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)
La Parola di Dio della XXVI Domenica del Tempo Ordinario (A) pone al centro la responsabilità personale davanti alla chiamata del Signore. Ezechiele ricorda che nessuno è definitivamente prigioniero del proprio passato: chi abbandona l’ingiustizia e torna a compiere ciò che è retto può vivere. La conversione è dunque una possibilità sempre aperta, perché Dio non identifica l’uomo con il suo errore, ma continua a offrirgli una strada nuova.
Il Salmo 24 raccoglie questa disponibilità nella preghiera: «Ricòrdati, Signore, della tua misericordia». Chi chiede a Dio di mostrargli le sue vie riconosce di avere bisogno di essere guidato. La conversione nasce proprio da questa docilità: lasciare che la Parola di Dio corregga i nostri passi, purifichi le intenzioni e ci riconduca sulla via del bene.
San Paolo, nella seconda lettura, indica in Cristo la forma piena di questa obbedienza. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù»: il Figlio non cerca il proprio interesse, ma si abbassa, assume la condizione di servo e si fa obbediente fino alla morte di croce. L’obbedienza cristiana non è dunque semplice esecuzione esteriore, ma disponibilità interiore, umiltà, servizio e capacità di cercare anche il bene dell’altro.
Il Vangelo dei due figli rende tutto questo immediatamente concreto. Il primo dice di non voler andare nella vigna, ma poi si pente e va; il secondo risponde prontamente di sì, ma non vi va. Gesù mostra così che non basta pronunciare parole corrette: ciò che conta è che la fede diventi vita. Il vero problema non è aver detto un «no», ma rimanere chiusi nel proprio rifiuto. La conversione consiste invece nella capacità di ricredersi, di cambiare strada, di passare dalle intenzioni ai fatti.
Per questo la parola rivolta da Gesù ai pubblicani e alle prostitute non è una giustificazione del peccato, ma l’annuncio della forza della conversione. Essi hanno creduto e hanno cambiato vita, mentre altri, pur conoscendo la volontà di Dio, sono rimasti immobili. Il Vangelo mette così in guardia soprattutto chi rischia di abituarsi alla fede: si può dire molte volte «sì» al Signore e tuttavia non lasciarsi realmente trasformare. La familiarità con le cose di Dio non sostituisce il cambiamento del cuore.
La colletta propria dell’anno A raccoglie in modo particolarmente felice l’intera liturgia della Parola: In questa preghiera ritornano tutti i temi delle letture: il pentimento del Vangelo, l’abbandono dell’ingiustizia annunciato da Ezechiele e i sentimenti di Cristo indicati da Paolo.
La liturgia, dunque, non si limita a proporre un insegnamento morale, ma chiede una trasformazione interiore. È lo Spirito a rendere il cuore «docile alla parola» e a conformarlo a Cristo. Nell’Eucaristia celebriamo proprio il «sì» del Figlio al Padre, un sì vissuto fino al dono totale di sé. La partecipazione al mistero celebrato domanda allora di prolungarsi nella vita quotidiana, nelle relazioni, nelle responsabilità, nel servizio e nella carità.
La XXVI Domenica del Tempo Ordinario ci ricorda così che Dio continua a chiamarci nella sua vigna. Nessun «no» è definitivo se trova il coraggio del pentimento, ma nessun «sì» è autentico se resta soltanto sulle labbra. La fede celebrata diventa vera quando si traduce in una vita disponibile alla volontà del Padre, capace di lasciarsi correggere dalla sua Parola e di assumere, giorno dopo giorno, gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.

Potrebbe interessarti