Loreto, l’ordinazione presbiterale riscoperta: cinque giorni per tornare al primo “sì” di verità e d’amore

3 mesi ago

Loreto

LORETO – Un centinaio di presbiteri, diocesani e religiosi, arrivati da tutta Italia – idealmente da Agrigento a Trento – ‘hanno abitato’ per cinque giorni il silenzio e la preghiera della Santa Casa, vivendo un’esperienza che, nelle intenzioni, non voleva essere “una parentesi” ma un ritorno alle sorgenti della ordinazione presbiterale.

Con la celebrazione eucaristica conclusiva della tarda mattinata, presieduta dal Cardinale Oscar Cantoni, vescovo di Como, si è chiuso il corso di Esercizi spirituali guidato dallo stesso porporato e promosso dalla Delegazione Pontificia per il Santuario della Santa Casa, svoltosi dal 9 al 13 febbraio 2026 sul tema “Servi e testimoni della verità e dell’amore”. Accanto al Cardinale hanno preso parte ai giorni di ritiro Mons. Fabio Dal Cin, arcivescovo prelato di Loreto, Mons. Francesco Manenti, vescovo di Senigallia, Mons. Fernando Panico, vescovo emerito di Crato (Brasile) e Dom Roberto Dotta, abate emerito di San Paolo fuori le Mura: una cornice ecclesiale ampia, nella quale la fraternità non è stata soltanto il clima, ma anche uno dei contenuti più insistiti.

Ospiti nelle strutture ricettive del centro storico, i sacerdoti hanno seguito le meditazioni nella Sala Pasquale Macchi e hanno celebrato le liturgie quotidiane nella Basilica della Santa Casa. Il cuore pulsante, tuttavia, è stato quel movimento costante tra parola ascoltata e parola celebrata: il tempo dell’insegnamento che scendeva nella preghiera, e la preghiera che restituiva alle meditazioni il peso della vita reale.

In questo equilibrio si comprende anche la scelta – molto precisa – con cui il card. Cantoni ha costruito l’intero percorso: tornare al ministero non partendo da un elenco di “cose da fare”, ma riprendendo in mano ciò che dà forma al sacerdote fin dall’inizio, cioè l’ordinazione. È stata questa la chiave di volta: mettere al centro il rito dell’ordinazione, le sue domande, i suoi gesti, la sua preghiera consacratoria, per riscoprire – senza retorica e senza scorciatoie – che cosa significa essere prete oggi, dentro la complessità delle comunità e la fatica di una vita spesso segnata più dal “caos” che dall’ordine.

L’apertura degli Esercizi ha avuto il tono semplice della fraternità: il Cardinale ha ringraziato per l’invito, ha salutato i confratelli e i vescovi presenti, ha riconosciuto la fatica di lasciare per alcuni giorni la propria diocesi. Ma quasi subito ha indicato la posta in gioco: “ritrovare noi stessi”, senza dare per scontato il lavoro interiore. La prima conversione, ha insistito, è imparare a non scappare da ciò che siamo, a “mettere ordine” nella vita, a riconciliarsi con il Signore e con il popolo di Dio affidato alle cure pastorali. Da qui l’appello netto – ripetuto come condizione di riuscita – al silenzio esteriore e interiore: non una regola formale, ma un varco necessario perché lo Spirito possa parlare. È un silenzio che costa, perché il sacerdote ha mille motivi per scambiarsi parole e impressioni con i confratelli; e proprio per questo diventa esercizio di libertà: stare “soli col Solo”, senza riempire gli spazi, permettendo a Dio di pacificare e ricomporre.

Su questa base, il cardinale Oscar Cantoni ha fissato fin dall’inizio uno stile, quasi un programma di vita, richiamando con forza un amore pastorale fatto di vicinanza, compassione, dolcezza, umiltà e semplicità. Non un ideale astratto, ma un criterio di credibilità: è questo amore, ha fatto capire, che rende il sacerdote riconoscibile e rende la Chiesa capace di toccare anche i lontani. Lo sfondo evangelico che ha accompagnato i primi passi è stato quello della chiamata dei primi discepoli: la sequela come abbandono e fiducia, la prontezza del “lasciare le reti” come immagine di un’ordinazione che, pur avvenuta magari decenni prima, continua a chiedere una libertà reale.

Il passo successivo è stato quasi inevitabile: tornare con la memoria al giorno dell’ordinazione. Rivedere la liturgia, riascoltare interiormente le parole, ricordare l’emozione dell’“eccomi”, ma soprattutto riconoscere che quell’“eccomi” non appartiene al passato.  Cantoni ha spostato l’attenzione dalla nostalgia alla verità: l’ordinazione è una sorgente che continua a zampillare, ma può essere trascurata; può rimanere un ricordo luminoso oppure diventare un criterio vivo di verifica. E la verifica è concreta: l’entusiasmo degli inizi, con il tempo, si è trasformato in fedeltà? Le fatiche, le incomprensioni, le obbedienze non semplici, i cambiamenti di comunità, la solitudine talvolta discreta, hanno spento la gioia oppure l’hanno purificata? Il ministero non è un sentiero lineare, ma la grazia dell’ordinazione resta, e chiede di essere ravvivata.

È in questo quadro che il tema generale – “servi e testimoni della verità e dell’amore” – ha preso carne. La verità, nelle parole del predicatore, non è mai un’arma; e l’amore non è mai un sentimento senza contenuto. La verità deve essere custodita e annunciata, ma sempre nella forma dell’amore, perché l’amore è ciò che rende la verità abitabile e feconda. E, allo stesso tempo, l’amore non può ridursi a una benevolenza indistinta: deve avere il coraggio della luce, della chiarezza, della parola che orienta.

Proprio per questo, il Cardinale ha dedicato ampio spazio alle domande del rito di ordinazione, presentandole come una “mappa” del ministero. Quelle domande non sono un passaggio burocratico: contengono l’essenziale. C’è la disponibilità a esercitare il ministero “per tutta la vita”, che non è un dettaglio ma un patto di fedeltà; c’è la scelta della preghiera perseverante; c’è l’impegno a celebrare con fede e a predicare con verità; c’è la comunione con il vescovo e con il presbiterio. Il presbiterio è famiglia, è fraternità reale, e la comunione – anche quando costa – è una forma concreta di amore ecclesiale.

L’approfondimento del rito dell’ordinazione è proseguito entrando nella preghiera consacratoria, che il Vescovo di Comoha invitato a conoscere non come testo lontano, ma come “carta d’identità” del presbitero. Qui si sono imposti i tre grandi compiti – i munera – che definiscono il ministero: annunciare, santificare, guidare. Nell’ordinazione questi tre aspetti nascono insieme e, per restare vivi, devono restare uniti.

Sul versante dell’annuncio, il card. Cantoni è stato diretto ed esigente. Il munus docendi non è un’opzione: è una responsabilità. Nel munus sanctificandi, l’Eucaristia è centro vitale. Quanto al munus regendi, guidare è servire. Dentro questo impianto, le omelie quotidiane hanno offerto una traduzione pastorale immediata: Cristo “guaritore ferito”, la compassione come forma del ministero, il primato della preghiera, il Magnificat come canto personale.

In questi giorni, la qualità delle liturgie è stata sostenuta da un servizio competente e fedele. Mons. Alessandro Bonetti, vicario generale della Delegazione Pontificia, insieme con Padre Alessandro Ferrari, Guardiano della Comunità dei frati Cappuccini che prestano servizio nella Basilica della Santa Casa, hanno animato le celebrazioni con sobria solennità.

Sul versante organizzativo, Don Flaviano Timperi, presbitero in servizio pastorale alla Prelatura di Loreto, ha seguito con attenzione la gestione dell’intero percorso.

E quando l’ultima celebrazione ha suggellato il cammino, Mons. Fabio Dal Cin ha annunciato che il prossimo corso si terrà ancora a Loreto dal 25 al 29 gennaio 2027.

Loreto si conferma così luogo privilegiato per tornare all’essenziale: l’ordinazione come memoria viva, come criterio di verità, come promessa che chiede fedeltà, come grazia che rende possibile essere davvero “servi e testimoni della verità e dell’amore”.

Loreto si conferma così luogo privilegiato per tornare all’essenziale, per rimettere mano alla sorgente dell’ordinazione, per riscoprire il primo “sì” che rende possibile ogni giorno il ministero.

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