Terza Domenica di Quaresima (Anno A). Commento liturgico alla Parola di Dio

2 mesi ago

Terza Domenica di Quaresima

La Terza Domenica di Quaresima si colloca nel cuore dell’itinerario battesimale della Chiesa. Non siamo semplicemente invitati ad ascoltare una pagina evangelica tra le più dense, ma a vivere un passaggio interiore: dalla sete alla sorgente, dalla mormorazione alla fiducia, dalla ricerca confusa alla vera adorazione. Parola proclamata e preghiera liturgica si illuminano reciprocamente e costruiscono un unico cammino spirituale.

Fin dall’inizio della celebrazione, la Chiesa si rivolge al Padre con la Colletta, chiedendo di poter avanzare nel cammino quaresimale con cuore rinnovato e di essere purificata interiormente. È una supplica che nasce dalla consapevolezza della nostra aridità: non possiamo darci da soli l’acqua che salva. Prima ancora di ascoltare il racconto della Samaritana, la comunità si riconosce assetata e invoca la grazia che trasforma. La liturgia non commenta la sete: la fa pregare.

La prima lettura, tratta dal Libro dell'Esodo (Es 17,3-7), ci conduce nel deserto di Massa e Meriba. Il popolo, stremato dalla sete, mormora contro Mosè e contro Dio. La prova diventa contestazione: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». È la tentazione ricorrente di ogni tempo: quando l’acqua manca, quando la vita si fa dura, nasce il sospetto che Dio sia assente. Eppure proprio lì, nel luogo della ribellione, il Signore fa scaturire l’acqua dalla roccia. La fedeltà di Dio non viene meno davanti all’infedeltà dell’uomo. La roccia percossa diventa figura di Cristo, dal quale sgorga la grazia che sostiene il cammino.

Il salmo responsoriale rende attuale quell’episodio: «Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore». L’aridità più profonda non è la mancanza di acqua materiale, ma la chiusura del cuore. La Quaresima, come ricorda anche la preghiera liturgica, è tempo favorevole per lasciarci plasmare, per togliere le durezze che impediscono alla Parola di penetrare.

San Paolo, nella Lettera ai Romani (Rm 5,1-2.5-8), ci conduce al compimento: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo». L’acqua promessa non è solo simbolo: è lo Spirito, dono pasquale che fonda una speranza che non delude. Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori. La sorgente non nasce dai nostri meriti, ma dalla misericordia di Dio. È questo amore preveniente che la liturgia celebra e rende presente nell’Eucaristia.

Su questo sfondo si apre il grande dialogo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,5-42). Gesù, stanco del viaggio, si siede presso il pozzo di Giacobbe e dice alla Samaritana: «Dammi da bere». Dio si fa mendicante dell’uomo. Non si impone, ma chiede. In quella richiesta si rivela il mistero dell’Incarnazione: il Figlio entra nella nostra sete per aprirci alla sua.

La donna arriva al pozzo nell’ora più calda, forse per evitare incontri. Porta con sé una storia fragile, segnata da relazioni infrante. Gesù la conduce gradualmente oltre la superficie: dall’acqua materiale all’acqua viva; dalla curiosità alla fede; dalla difesa alla verità. «Se tu conoscessi il dono di Dio…». Il vero problema non è avere sete, ma non riconoscere il dono.

Quando Gesù le dice: «Va’ a chiamare tuo marito», non la espone al giudizio, ma la introduce nella verità della propria vita. La conversione nasce quando la luce di Cristo incontra la nostra storia concreta. Solo un cuore riconciliato può diventare luogo di adorazione autentica.

Il vertice del dialogo è l’annuncio: «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Non più un luogo geografico, ma una relazione trasformata dallo Spirito. La liturgia cristiana trova qui il suo fondamento: ciò che celebriamo nei segni sacramentali è chiamato a diventare vita offerta, esistenza filiale, comunione reale con Dio.

Il prefazio proprio di questa domenica riprende il Vangelo e lo fa diventare rendimento di grazie: Cristo, chiedendo acqua alla Samaritana, ha suscitato in lei il dono della fede e ha acceso il fuoco del suo amore. Nella grande preghiera eucaristica, la Chiesa contempla questo scambio mirabile: colui che chiede è colui che dona; colui che sembra assetato è la sorgente che disseta. La celebrazione rende presente oggi quell’incontro: anche a noi il Signore rivolge la sua richiesta, anche a noi offre l’acqua viva dello Spirito.

Quando il pane e il vino vengono presentati sull’altare, la comunità affida a Dio la propria povertà, chiedendo che l’offerta diventi principio di rinnovamento. E dopo aver ricevuto il Corpo e il Sangue del Signore, la Chiesa supplica che il sacramento produca frutti di conversione concreta. L’acqua viva non può rimanere parola ascoltata: deve diventare sorgente che zampilla nella vita quotidiana.

La Samaritana, dopo aver incontrato Cristo, lascia la sua anfora. È il segno di un cambiamento reale. L’anfora rappresenta il passato, la fatica ripetitiva di cercare acqua dove non si trova. L’incontro con il Messia libera e invia: la donna diventa missionaria, e la sua testimonianza conduce altri alla fede.

In questa Terza Domenica di Quaresima la Chiesa ci invita a riconoscere la nostra sete e a portarla dentro la celebrazione. La Parola ci illumina, la preghiera ci purifica, l’Eucaristia ci trasforma. Se ci lasciamo raggiungere dall’acqua viva dello Spirito, potremo diventare anche noi adoratori in spirito e verità, testimoni di quella speranza che non delude perché nasce dall’amore di Dio riversato nei nostri cuori.

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