Quarta Domenica di Quaresima (Anno A). Commento liturgico alla Parola di Dio
1 mese ago

La quarta domenica di Quaresima, tradizionalmente chiamata domenica Laetare, introduce nel cammino quaresimale una nota particolare di gioia. Il nome deriva dall’antifona d’ingresso della Messa: «Rallegrati, Gerusalemme… esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza». È una parola che potrebbe sembrare sorprendente nel cuore della Quaresima, tempo segnato dalla conversione e dalla penitenza. In realtà la liturgia invita a guardare oltre la fatica del cammino per intravedere già la luce della Pasqua. Non si tratta di una gioia superficiale, ma della gioia che nasce dalla certezza che Dio non abbandona l’uomo nelle sue tenebre, ma lo raggiunge con la sua luce.
Tutta la liturgia di questa domenica è attraversata dal simbolo della luce. Le letture bibliche, le preghiere della Messa e il Vangelo convergono nel presentare Cristo come colui che illumina l’uomo. Non a caso questa domenica è sempre stata collegata nella tradizione della Chiesa al cammino dei catecumeni che si preparavano al battesimo nella notte di Pasqua. Proprio in questo tempo essi celebravano uno degli scrutini, cioè momenti di purificazione e di illuminazione interiore. Il Vangelo del cieco nato diventa allora un’immagine molto concreta della vita cristiana: l’uomo che incontra Cristo passa dalle tenebre alla luce.
La prima lettura racconta la scelta di Davide come re d’Israele. Il profeta Samuele viene inviato da Dio nella casa di Iesse per individuare colui che il Signore ha scelto. Quando Samuele vede i figli più grandi, forti e imponenti, pensa che uno di loro sia certamente il prescelto. Ma il Signore lo corregge con una parola che svela il suo modo di agire: «L’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore». Con queste parole la Scrittura rivela qualcosa di essenziale sullo stile di Dio. Gli uomini spesso si fermano alle apparenze, alla forza, al prestigio; Dio invece guarda la verità più profonda della persona. Per questo la scelta cade su Davide, il più giovane dei figli, colui che nemmeno era stato chiamato perché si trovava nei campi a pascolare il gregge. In questa scelta si manifesta un tratto costante dell’agire di Dio: egli predilige ciò che è piccolo e apparentemente debole per manifestare la sua potenza. È una logica che prepara già il mistero della croce, dove la forza dell’amore divino si rivelerà proprio nella debolezza. Allo stesso tempo questa pagina invita anche noi a cambiare il nostro modo di giudicare. Quante volte valutiamo noi stessi e gli altri sulla base dell’apparenza o del giudizio degli uomini! La Parola di Dio ci ricorda invece che solo il Signore conosce veramente il cuore.
Il salmo responsoriale, il celebre «Il Signore è il mio pastore», diventa la risposta fiduciosa a questa rivelazione. L’immagine del pastore esprime la cura di Dio per il suo popolo. Il credente riconosce che il Signore guida la sua vita e lo accompagna anche nei momenti più difficili: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me». La luce di Dio non elimina le prove della vita, ma permette di attraversarle senza perdere la fiducia. Chi si affida al Signore sa di non essere mai solo, perché il suo pastore continua a guidarlo e a sostenerlo.
La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, riprende il tema della luce con parole molto chiare: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore». L’incontro con Cristo produce una trasformazione profonda nella vita del credente. Non si tratta semplicemente di cambiare alcuni comportamenti, ma di diventare persone nuove. Per questo l’apostolo Paolo invita i cristiani a vivere in modo coerente con la luce ricevuta: «Comportatevi come figli della luce». La luce si manifesta nella bontà, nella giustizia e nella verità. Il tempo della Quaresima diventa allora un’occasione per verificare la propria vita e riconoscere quelle zone d’ombra che ancora hanno bisogno di essere illuminate. Il brano si conclude con un invito che probabilmente apparteneva a un antico inno battesimale: «Svegliati, tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà». È un appello alla conversione e alla vigilanza, che ricorda come la vita cristiana sia un continuo passaggio dalle tenebre alla luce.
Il Vangelo di Giovanni presenta uno dei racconti più intensi di tutto il quarto Vangelo: la guarigione di un uomo cieco fin dalla nascita. Il racconto si apre con un gesto semplice ma molto significativo: «Gesù vide un uomo cieco dalla nascita». Mentre molti passano oltre senza accorgersi di lui, Gesù si ferma. Il suo sguardo non si posa prima di tutto sul peccato, ma sulla sofferenza della persona. I discepoli, invece, cercano subito una spiegazione religiosa: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?». Gesù rifiuta questa logica e afferma che quella situazione diventerà occasione perché si manifestino le opere di Dio. Compie allora un gesto sorprendente: fa del fango con la saliva e lo spalma sugli occhi del cieco. Questo gesto richiama la creazione dell’uomo dalla terra e suggerisce che in Gesù agisce la stessa potenza creatrice di Dio. Poi lo manda a lavarsi nella piscina di Siloe. L’uomo si mette in cammino e, dopo essersi lavato, torna che ci vede. Molti Padri della Chiesa hanno visto in questo gesto un chiaro riferimento al battesimo: come l’uomo cieco viene illuminato dall’acqua della piscina, così il cristiano riceve la luce di Cristo nel sacramento battesimale.
Il racconto però non si ferma al miracolo. L’evangelista descrive le reazioni delle persone che assistono a ciò che è accaduto. Alcuni si limitano alla curiosità e discutono senza andare in profondità. I farisei, invece, si chiudono nella loro sicurezza religiosa: sono così attaccati alle loro idee da non riuscire a riconoscere l’opera di Dio. Paradossalmente proprio coloro che credono di vedere diventano i veri ciechi della storia. Anche i genitori dell’uomo guarito mostrano una fede timorosa: riconoscono ciò che è accaduto, ma non hanno il coraggio di esporsi apertamente. In mezzo a queste reazioni emerge la figura del cieco guarito, che compie un vero cammino di fede. All’inizio conosce Gesù solo come «un uomo». Poi lo riconosce come «profeta». Infine, quando Gesù lo incontra di nuovo e gli si rivela, egli compie il passo decisivo: «Credo, Signore». E si prostra davanti a lui. Il racconto si conclude con questo gesto di adorazione, che rappresenta il punto più alto della fede.
Le preghiere della liturgia di questa quarta domenica di Quaresima aiutano a comprendere ancora meglio questo cammino. Nella colletta la Chiesa chiede a Dio di illuminare i cuori dei fedeli e di guidarli alla vera gioia. È la consapevolezza che l’uomo, da solo, non riesce a vedere pienamente la verità della propria vita: ha bisogno della luce che viene da Dio. Anche il prefazio ricorda che Cristo continua a operare nella storia per condurre l’umanità alla vita nuova. La liturgia non si limita a ricordare un evento del passato, ma celebra un mistero che continua ad accadere oggi: Cristo continua ad aprire gli occhi dell’uomo.
Per questo la quarta domenica di Quaresima è profondamente segnata dal simbolismo battesimale. Nella tradizione della Chiesa il battesimo era chiamato anche “illuminazione”, perché attraverso di esso il credente riceve la luce di Cristo. Il cieco nato diventa così l’immagine di ogni uomo che incontra il Signore. La fede è come una luce che cambia il modo di guardare la vita. Quando Cristo illumina il cuore, tutto acquista un significato nuovo: la persona, gli altri, la storia, perfino le difficoltà.
Ecco perché la liturgia oggi invita alla gioia. Nel cuore della Quaresima la Chiesa ricorda che la luce della Pasqua è già vicina. Cristo è venuto nel mondo perché chi non vede possa vedere e perché chi crede di vedere possa scoprire la propria cecità. Accogliere questa luce significa lasciarsi trasformare interiormente e imparare a guardare la vita con gli occhi di Dio. Così il cammino quaresimale diventa davvero un itinerario di illuminazione che prepara ogni credente a celebrare con cuore rinnovato il mistero della Pasqua.

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