"Che “genere” di Chiesa. Etica teologica e gender studies". recensione di Sirianni
59 minuti ago

Del Messier Giovanni-Massaro Roberto, Che “genere” di Chiesa. Etica teologica e gender studies (Familiando), Edizioni Francescane Italiane, Perugia 2026, pagg. 134
Prefazione (7-9); Introduzione (11-16); Capitolo I: Mappa storica degli studi di genere (17-44); Capitolo II: Maschilità tossica (45-55); Capitolo III: Famiglie di fronte al coming out dei propri figli lgbtq+ (57-70); Capitolo IV: L’integrazione delle coppie omoaffettive nella comunità ecclesiale (71-86); Capitolo V: Terapie riparative e accesso al ministero ordinato per persone omoaffettive (87-102); Capitolo VI: Violenza di genere (103-119); Conclusione (121-129); Bibliografia essenziale (131-132).
Tra le più importanti sfide che l’antropologia è chiamata ad affrontare nell’oggi della storia – che diventa, nello stesso tempo, una vocazione per la comunità di fede – un posto rilevante è occupato dal gender. Gli Autori, infatti, inquadrano le loro ricerche nel vasto scenario della «“complessità”» (17), primieramente di quella della persona umana, e, nel medesimo tempo, nell’attuale «sistema di relazioni malate» (26); la prima realtà, «inestricabile intreccio (cum-plexus) tra natura e cultura, biologia e educazione, dato e costrutto, passività e attività, accettazione e autodeterminazione, condizionamento e libertà» (24), risulta impregnata di «caratteri istologici, anatomici e fisiologici interdipendenti» (17), non riducibile a una «sola definizione biologico-anatomica» (20): «l’individuo è chiamato a integrare una molteplicità di aspetti parziali per giungere a un’armonizzazione progressiva» (23); la seconda risulta il frutto di «stereotipi rigidi», «maschere conformiste», «dissoluzione confusiva del sé» (44).
Dopo essersi occupati della storia sugli studi del gender, Del Messier e Massaro hanno affrontato la questione del maschile, auspicando una imprescindibile «conversione dello sguardo sulla diversità, per promuovere una nuova alleanza tra esseri umani, capace di superare le asimmetrie imposte dal patriarcato con i suoi stereotipi oppressivi, violenti ed emarginati, con i suoi preconcetti sessisti, improntati al dominio e alla sottomissione, all’egemonia e alla subordinazione» (45), accompagnata da un «attento discernimento» (48). E questo, affinché le relazioni divengano: adulte, intime, gratuite, dono interpersonale (cfr. 49); frutto di una «chenosi antropologica» (50). L’auspicio è che possano «essere generate prassi relazionali disarmate, di cura dell’alterità, di reciproca custodia nella distanza (intimità ed estraneità insieme)» (50); e che vengano rinnovati anche i contesti e l’operosità ecclesiali (cfr. 52-55): «Il guadagno finale di una ricerca attenta e non pregiudiziale riguardante la categoria del gender è che, attraverso una sua corretta tematizzazione, inedite e originali modalità di incontro non prevaricante tra tutte le persone possano prendere forma, essere finalmente riconosciute e portate a maturazione, vissute e testimoniate. L’auspicio è che ciò si possa incarnare anche in termini istituzionali e comunitari rinnovati, presentandosi come segno dei tempi nuovi che lo Spirito sta seminando nella realtà di oggi» (55).
Condividendo testimonianze di vita – umana e di fede –, i Nostri autori hanno trattato delle attuali importanti sfide che riguardano la famiglia nel III capitolo del libro; lasciando emergere la necessità del rispetto, del sostegno, dell’inclusione, dell’accompagnamento, dell’esodo da se medesimi, dell’attenzione specifica, di una sana convivenza civile, della mediazione, della comprensione e della cura (cfr. 57-70). Nelle successive pagine hanno – inoltre – lanciato la sfida di «cambi di rotta» (71) nei contesti ecclesiali, che custodiscano la preminenza della persona umana: «il primato della coscienza, la distinzione tra l’ideale evangelico e le sue realizzazioni storicamente condizionate, la gradualità dei cammini morali e il rifiuto di una casistica astratta costituiscono il quadro entro cui il discernimento pastorale è chiamato a operare» (78-79); al fine di un «riconoscimento del bene possibile» (79), e della scoperta di una ricchezza per la Chiesa (cfr. 86).
Una “benevola” denuncia è esposta per concezioni miopi del ministero ordinato da conferire a persone omoaffettive (cfr. capitolo V), così come emerge dalle testimonianze riportate: «Le terapie riparative furono il punto più doloroso, tra vergogna personale e obbedienza a un’impostazione sacrificale e doloristica» (88); l’auspicio indicato è quello di «accogliersi prima di tutto come uomini sessuati, affrontando con sincerità le proprie fragilità e chiamando per nome i propri desideri; significa accogliere l’altro come persona fragile e vulnerabile della quale il presbitero non è padrone, ma fratello nel comune cammino verso la piena fioritura di sé, che si attua nell’umile sequela di Colui che realizza al massimo grado la nostra umanità» (98).
Il capitolo VI, rilanciando ulteriori testimonianze, mette in guardia da «un sistema di relazioni malate», da «relazioni tossiche» e da «relazioni abusanti» (103). Parimenti, viene auspicato un rinnovamento del discorso teologico (cfr. 107-111). La certezza è data dal fatto che «l’umano è costitutivamente aperto alla relazione: la sua forma è dialogica e si esprime sempre in un orizzonte di relazioni interpersonali. Tale dimensione non è accessoria né derivata, ma originaria» (113).
La vocazione alla conversione necessita anche di una diversa prassi pastorale: «Deve puntare a far nascere un modo autenticamente evangelico di impostare le relazioni pastorali, ispirandole al disinteressato prendersi cura dell’altro/a nell’amore e nella verità, ovvero prevedendo ogni forma di abuso e denunciando tutte le relazioni distorte e tossiche» (119).
Ci affidiamo alle Conclusioni dei Nostri autori, per ribadire: «Percepiamo l’urgenza di ricostruire il legame tra prassi e teoria, tra ciò che accade nella storia e ciò che viene elaborato sul piano ideale, per impedire che l’etica scivoli o verso un pragmatismo senza fondamenti o verso un intellettualismo sterile e disincarnato» (121). Vengono chiamati in causa l’imprescindibile «accompagnamento nel discernimento» e «un atteggiamento prudenziale» (123).
L’invito – alla teologia e alla pastorale – è: «andare oltre il ritmo binario» (124), «osare sentieri inesplorati» (126), «attivare percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità già a partire dai cammini di iniziazione cristiana» (127).

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