Riparare è salvare

3 giorni ago

Bustillo

Recensione al testo del cardinal François-Xavier Bustillo “La necessità di riparare” (ed. San Paolo 2026)

C'è un gesto antico che dice tutto di noi. Quando qualcosa si rompe, possiamo buttarlo via oppure ripararlo. La differenza tra queste due possibilità non è tecnica, è spirituale. Buttare via significa credere che ciò che si è rotto non meriti più niente. Riparare significa, al contrario, scommettere che dentro quella cosa rotta abiti ancora un valore, e che valga la pena chinarsi su di essa, pazientemente, per restituirle una forma. Il cardinale François-Xavier Bustillo, frate minore conventuale e vescovo di Ajaccio, ha scritto un libro intero a partire da questa intuizione semplicissima e forse per questo dimenticata. La necessità di riparare (Edizioni San Paolo, 2026, traduzione dall'originale francese Réparation, Fayard 2025) non parla di oggetti, ma del legame più fragile e più prezioso che possediamo: quello che ci tiene uniti gli uni agli altri.

La diagnosi: viviamo nel regno del sospetto

Il Cardinal Bustillo descrive una società che ha sostituito la fiducia con la diffidenza. Non parla in astratto. Parla di noi, di quello che facciamo ogni giorno quando apriamo uno schermo. Abbiamo costruito, scrive, un tribunale permanente in cui ognuno è a turno giudice e imputato, dove basta una frase estrapolata dal contesto per scatenare l'odio del branco. Il sospetto è diventato uno stile di vita. La lapidazione non avviene più con le pietre, ma con le parole, ed è forse più crudele, perché non colpisce il corpo ma l'anima. Non si uccide, si infanga.

Qui il libro tocca un nervo che riconosciamo tutti. Bustillo conia un'espressione che resta impressa, la frérocité, parola che fonde frère, fratello, e férocité, ferocia. È la ferocia che riserviamo proprio a chi dovrebbe essere nostro fratello. Perché il dramma non è la violenza dello sconosciuto lontano, ma quella che si insinua nelle pieghe delle relazioni quotidiane, dove, come scrive, Caino continua a rimanere in agguato. La nostra epoca si proclama tollerante, e intanto incasella ogni persona in schemi opposti: destra o sinistra, credente o ateo, tradizione o modernità. La diversità non è più percepita come ricchezza, ma come minaccia.

Ma la questione per un cristiano diventa decisiva perché un cristiana deve domandarsi se il comandamento evangelico di amarsi gli uni gli altri non si sia capovolto nel suo contrario. Sono parole che vale la pena lasciar risuonare per intero, perché contengono tutto il peso del nostro tempo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). E accanto a queste, l'avvertimento di Giacomo, che sembra scritto per l'epoca dei social: «Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all'ira» (Gc 1,19). La domanda che attraversa tutta la prima parte è semplice e bruciante. Abbiamo ancora il diritto di pensare con la nostra testa ed essere comunque rispettati?

La cura: ritrovare il senso

Ma il Cardinal Bustillo non è un autore della lamentela. Sarebbe stato facile fermarsi alla descrizione del male, perché descrivere il male riempie le pagine e dà l'illusione della lucidità. La seconda parte del libro compie invece un movimento più difficile e più cristiano: propone una via d'uscita. E la via d'uscita non è una strategia, è una conversione dello sguardo.

Il cuore spirituale del testo sta tutto qui, in un'affermazione che ribalta la logica del mondo. Per cambiare vita occorre imparare a vedere come vede Dio, con uno sguardo che non giudica e non condanna. La domanda decisiva che ognuno dovrebbe porsi davanti all'altro è una sola: lo considero un peso o un dono? Tutta la spiritualità del libro nasce da questa biforcazione. Perché chi vede l'altro come un peso passerà la vita a difendersi, mentre chi impara a vederlo come un dono comincerà finalmente a vivere.

Bustillo recupera categorie che sembravano consumate e le restituisce intatte. La redenzione, anzitutto, che è la bellezza di una seconda possibilità. Contro la tentazione mortifera di pensare che un errore condanni una persona per sempre, il libro afferma con forza che un errore non esaurisce un'esistenza, e che un futuro resta sempre possibile. È la stessa logica con cui Gesù tratta la donna adultera, quando alla folla pronta a scagliare la prima pietra oppone un silenzio che disarma e una parola che risolleva: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Riconosciamo qui, e non è un caso, una sensibilità profondamente francescana, lo sguardo di chi sa che ogni creatura porta dentro di sé germi di luce da rivelare.

Poi l'innocenza, che Bustillo riscatta da un fraintendimento diffuso. Innocenza non significa ingenuità. Dal latino in-nocens, vuol dire semplicemente "che non nuoce". Esiste, si chiede l'autore, una nobiltà più grande di quella di vivere senza ferire? Non è debolezza, è una forza interiore, una scelta deliberata di non alimentare l'escalation della violenza. Ed è esattamente il sogno del profeta: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione» (Is 2,4).

La benedizione contro la maledizione

C'è una pagina che da sola giustifica la lettura del libro, ed è quella dedicata alla benedizione. Bustillo parte dall'etimologia, perché benedire significa letteralmente "dire bene". E qui mette il dito su una nostra strana malattia. Siamo diventati loquaci per il male e silenziosi per il bene. La libertà di dire male si esercita senza imbarazzo, mentre quella di lodare si affievolisce per pudore. Aspettiamo che una persona sia morta per osare finalmente dire qualcosa di buono su di lei.

A illuminare questo passaggio l'autore richiama il celebre triplo setaccio di Socrate, la verità, la bontà, l'utilità, le tre domande che dovremmo porre a ogni parola prima di pronunciarla. È vero quello che sto per dire? È buono? È utile? Se la parola non supera nessuno dei tre vagli, perché dirla? E contro la cultura della maledizione, che continua a colpire e a imprigionare, Bustillo propone l'immagine biblica della «valle di Beracà» (2Cr 20,26), la valle della benedizione, uno spazio in cui gli esseri umani si abituino a dire bene gli uni degli altri con naturalezza. Perché, ricorda citando san Paolo, è urgente far scomparire dalle nostre vite l'asprezza, lo sdegno e l'ira (cfr. Ef 4,31). Se l'umiliazione abbatte, la benedizione risana.

Riparare significa reimparare ad amare

La conclusione raccoglie tutto in una frase che è insieme tesi e programma. Riparare il tessuto sociale significa reimparare ad amare. Il Cardinal Bustillo non offre una ricetta sociologica, offre un fondamento spirituale. La fede, scrive, non allontana l'uomo da se stesso, ma lo protegge dai suoi impulsi più arcaici. La spiritualità non limita l'essere, lo dilata. E davanti a chi obietta che la fede sia un fardello, l'autore risponde con la convinzione di chi l'ha sperimentata: la fede autentica non imprigiona, libera.

Colpisce, di questo libro, la mitezza del tono. Il Cardinal Bustillo non alza mai la voce, non costruisce nemici, non cede alla tentazione, che pure aveva descritto così bene, di dividere il mondo tra giusti e impuri. Pratica ciò che predica. E la sua proposta finale ha la semplicità delle cose vere. Per cominciare, scrive, è sufficiente cominciare. Non esistono ricette per iniziare, per creare, per donare. Serve soltanto una scintilla d'amore, e il coraggio di deporre la propria pietra nell'edificio comune.

La necessità di riparare parla a chiunque si sia mai sentito stanco del clima che respiriamo, della facilità con cui giudichiamo e veniamo giudicati, del rumore che ha preso il posto dell'ascolto. Non è un libro per addetti ai lavori. È un libro per chi sospetta che si possa vivere in un altro modo e cerca qualcuno che gli dia il coraggio di provarci. Il Cardinal Bustillo non promette che sarà facile. Promette qualcosa di più importante, e cioè che ne vale la pena. Perché la cosa rotta che abbiamo tra le mani, il legame umano ferito dal sospetto, non è destinata alla discarica. È destinata, se solo lo vogliamo, alla riparazione.

E forse è proprio questa la notizia spirituale più radicale del libro. Non viviamo in un tempo perduto. Viviamo in un tempo da riparare. E riparare, in fondo, è il nome quotidiano della speranza.

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