XXVII Domenica del Tempo Ordinario (A). Commento liturgico alla Parola di Dio
2 settimane ago

O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere
del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che
la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...(MR3, XXVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A, Colletta)
La liturgia della XXVII Domenica del Tempo Ordinario (A) ci conduce ancora una volta dentro l’immagine biblica della vigna. È un’immagine antica e familiare, capace di raccontare insieme la premura di Dio, la responsabilità dell’uomo e il dramma di una libertà che può arrivare perfino a rifiutare colui dal quale ha ricevuto ogni cosa. Isaia e Matteo utilizzano la stessa immagine, ma la conducono progressivamente verso il suo significato più profondo: la vigna è il popolo amato da Dio, affidato alle sue cure e chiamato a portare frutto.
Il profeta Isaia apre la liturgia della Parola con un canto che inizialmente sembra quasi una poesia d’amore: «Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle». Il vignaiolo non risparmia nulla. Dissoda il terreno, lo libera dalle pietre, vi pianta viti pregiate, costruisce una torre e scava un tino. Tutto parla di attenzione, di cura, di attesa. Dio non si limita a donare la vigna: prepara ogni cosa perché essa possa diventare feconda. Eppure, quando giunge il momento del raccolto, invece dell’uva buona la vigna produce acini acerbi.
La domanda che attraversa il canto di Isaia è allora una delle più drammatiche di tutta la Scrittura: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?». Non è anzitutto la domanda di un giudice, ma quella di un innamorato deluso. Dietro il giudizio del profeta rimane infatti una relazione d’amore ferita. Dio aveva atteso giustizia e trova spargimento di sangue; aveva atteso rettitudine e ascolta grida di oppressi. La sterilità della vigna non riguarda quindi semplicemente una scarsa osservanza religiosa: riguarda una fede incapace di trasformarsi in giustizia, fraternità e vita concreta. XXVII Domenica del Tempo Ordina…
Il salmo responsoriale raccoglie il dolore della vigna devastata e lo trasforma in preghiera: «Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna». È la supplica di un popolo che riconosce di aver bisogno nuovamente dello sguardo e della cura di Dio. Ma il ritornello apre già uno spiraglio di speranza: «Fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi». La salvezza comincia quando l’uomo torna a lasciarsi guardare da Dio, quando smette di vivere come padrone della vigna e riconosce nuovamente di essere destinatario di un dono.
Nel Vangelo Gesù riprende l’immagine di Isaia e la trasforma nella parabola dei vignaioli omicidi. Anche qui un padrone prepara con attenzione la propria vigna: la circonda con una siepe, vi scava un torchio, costruisce una torre e poi la affida a dei contadini. Il problema non è dunque l’assenza di doni, ma ciò che accade quando coloro ai quali la vigna è stata affidata cominciano a comportarsi come se ne fossero proprietari. Quando il padrone manda i suoi servi a raccogliere i frutti, essi vengono percossi, lapidati e uccisi. Infine viene inviato il figlio: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma proprio lui viene gettato fuori dalla vigna e ucciso.
La parabola diventa così una sintesi della storia della salvezza. I servi richiamano i profeti, continuamente inviati da Dio; il figlio è Gesù stesso, respinto e condotto fuori dalla città per essere crocifisso. Tuttavia il rifiuto dell’uomo non riesce a interrompere il progetto di Dio. «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo». Nel punto in cui l’uomo pensa di aver definitivamente eliminato il Figlio, Dio inaugura qualcosa di nuovo. La croce, segno del rifiuto, diventa il luogo dal quale nasce una nuova possibilità di salvezza. XXVII Domenica del Tempo Ordina…
La parabola non deve però essere letta come una condanna dell’antico Israele contrapposto alla Chiesa. La Parola viene proclamata oggi alla comunità cristiana perché essa stessa si lasci giudicare. Anche la Chiesa rimane la vigna del Signore; anche a noi sono stati affidati doni, ministeri, responsabilità e possibilità; anche noi possiamo cadere nella tentazione di trasformare ciò che abbiamo ricevuto in qualcosa che consideriamo nostro. La questione decisiva non è appartenere formalmente alla vigna, ma portare quei frutti che il padrone continua ad attendere: una fede capace di diventare carità, giustizia, misericordia, comunione.
In questa prospettiva acquista particolare forza la seconda lettura. Paolo invita i Filippesi a non lasciarsi dominare dall’angoscia, ma a presentare a Dio ogni necessità «con preghiere, suppliche e ringraziamenti». E aggiunge un criterio molto concreto: tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode, diventi oggetto dei pensieri e della vita del credente. La vigna porta frutto quando la fede ricevuta diventa un modo nuovo di pensare, scegliere e agire. Non basta ascoltare la Parola: «Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica». È proprio qui che si misura la fecondità della vita cristiana. XXVII Domenica del Tempo Ordina…
Questa unità della liturgia della Parola trova una sintesi particolarmente bella nella colletta propria dell’anno A: «Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli perché, innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna». XXVII Domenica (A)
La preghiera liturgica compie un passaggio decisivo. La vigna della Scrittura diventa esplicitamente la Chiesa, ma soprattutto viene riaffermato che il vero vignaiolo rimane Dio. È lui che l’ha piantata, è lui che continua a vegliare su di essa, è lui che la coltiva e la rinnova. La Chiesa non vive anzitutto delle proprie capacità organizzative o della forza delle sue strutture: vive perché il Padre non cessa di prendersene cura. La colletta non chiede semplicemente che la vigna venga conservata, ma che sia continuamente coltivata e «arricchita di scelti germogli». C’è qui l’immagine di una Chiesa che non può accontentarsi di ciò che è stata, ma deve lasciarsi continuamente rinnovare dalla grazia.
La richiesta decisiva, però, è contenuta nelle parole finali: «innestata in Cristo, vera vite». La fecondità della Chiesa non nasce da se stessa. I frutti non vengono prodotti perché siamo più capaci, più efficienti o più numerosi, ma perché rimaniamo uniti a Cristo. È lui la vera vite; noi possiamo portare frutto soltanto nella misura in cui riceviamo da lui la vita. La liturgia sposta così l’attenzione dalla paura del giudizio alla sorgente della fecondità. La domanda non è soltanto se abbiamo prodotto abbastanza, ma se siamo realmente rimasti innestati nel Signore.
La XXVII Domenica del Tempo Ordinario ci invita quindi a riconoscere che la vita, la Chiesa, i ministeri, i doni e le responsabilità che abbiamo ricevuto non sono una proprietà da difendere, ma una vigna da custodire. Il Signore continua a cercarne i frutti, non perché abbia bisogno di qualcosa da noi, ma perché desidera che il dono ricevuto raggiunga la propria pienezza. E anche quando trova sterilità o rifiuto, non rinuncia alla sua vigna. Continua a coltivarla, a potarla, a far germogliare vita nuova. A noi è chiesto di rimanere in Cristo, pietra d’angolo e vera vite, perché ciò che Dio ha piantato possa finalmente portare «frutti abbondanti di vita eterna».

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