Contro la «morte programmata»: da Leone XIV al cardinale Zuppi, per una autentica civiltà dei diritti e della cura

2 settimane ago

La voce del Pontefice in terra di Francia e la riflessione del cardinale Matteo Zuppi convergono in un'unica risposta alla fragilità, alla solitudine e al mistero del morire: le cure palliative come segno di una carità che non abbandona

Le parole pronunciate da Papa Leone XIV nel corso del suo viaggio apostolico in Francia offrono una cornice di singolare nitidezza al dibattito, oggi tanto acceso quanto spesso equivocato, sul fine vita. Rivolgendosi alle autorità francesi, il Pontefice ha richiamato l'urgenza di «accogliere la vita senza condizioni», di sostenere la fragilità con tenerezza e di accompagnare con rispetto ciascuna tappa dell'esistenza umana, mettendo in guardia, al tempo stesso, dall'illusione che la scienza e la tecnica possano un giorno offrire all'uomo una «morte programmata». È un'affermazione che si accorda, quasi per eco, con le parole pronunciate pochi giorni prima dal cardinale Matteo Maria Zuppi: prima ancora di interrogarsi su un preteso diritto a morire, una società autenticamente civile è chiamata a domandarsi quanto essa abbia davvero garantito il diritto, ben più radicale e ben più esigente, a essere curati, assistiti e non lasciati soli.

Questa consonanza tra le parole di Leone XIV e quelle di Zuppi non è occasionale, ma si inscrive in una riflessione antropologica assai più profonda sulla vita e sul suo compiersi, illuminata dalla Verità di Cristo. Non si tratta soltanto di stabilire che cosa sia lecito fare quando l'esistenza entra nella sua fase estrema, ma di comprendere chi sia veramente l'uomo proprio là dove vengono meno quelle condizioni che il nostro tempo tende a considerare essenziali: l'autonomia, l'efficienza, il controllo del corpo, la capacità di produrre. È precisamente in questa spoliazione dell'esistenza, in questa nudità radicale, che Cristo rivela all'uomo una verità su se’stesso anteriore a ogni criterio funzionale: la persona non coincide con ciò che sa fare, con ciò che produce, con l'immagine che offre di sé né con il grado di indipendenza che riesce a conservare. Nel Dio che assume la carne, attraversa la sofferenza fino in fondo e accetta la morte senza sottrarsi alla condizione umana, la fragilità non viene né negata né idealizzata, ma assunta e, in Lui, trasfigurata. Per questo la dignità della persona non diminuisce quando il corpo si indebolisce, quando la coscienza si fa intermittente o quando cresce, giorno dopo giorno, la dipendenza dagli altri. Alla luce di Cristo, il fine vita non è dunque il luogo in cui l’esistenza smarrisce il proprio significato, ma quello, al contrario, in cui appare con particolare evidenza che il valore dell'uomo precede la sua autonomia e sopravvive alla perdita di ogni efficienza. La cura diventa allora la forma concreta in cui questa verità viene riconosciuta e onorata: non un semplice insieme di prestazioni sanitarie, ma la scelta, umile e ostinata, di restare accanto alla persona e di custodirne il valore anche quando non è più possibile restituirle la guarigione.

In questa luce, la riflessione maturata dalla Chiesa assume il suo significato più profondo. Il punto non è, semplicemente, opporre un divieto all'eutanasia, ma domandarsi quale idea di uomo, di libertà e, soprattutto, di cura vogliamo porre a fondamento della nostra convivenza. Nel fine vita, l'autodeterminazione non può essere pensata come una libertà astratta, sospesa nel vuoto e indifferente ai legami che la rendono possibile. Per questo la domanda di morire non può essere registrata in modo burocratico, quasi fosse l'espressione autosufficiente e definitiva di una volontà: essa deve, anzitutto, essere ascoltata come possibile domanda di sollievo, di cura, di presenza, di relazione e di significato — un grido, spesso, più che una scelta.

Da questa prospettiva si comprende perché il cardinale Zuppi abbia attribuito un ruolo tanto importante alle cure palliative. Il termine «palliativo» viene talvolta frainteso come sinonimo di rimedio debole, residuale, quasi di rinuncia terapeutica. In realtà è proprio quando non è più possibile guarire che la medicina è chiamata a riscoprire la propria vocazione originaria: curare significa prendersi carico della persona nella sua interezza, non soltanto del suo corpo. La formula richiamata dal cardinale — quando non è più possibile guarire, resta sempre possibile curare — non è unaconsolazione retorica, ma indica un’idea di cura che dia un senso autentico alla totalità dell’esistenza; le cure palliative costituiscono quindi non solo un dovere clinico, sociale e istituzionale: sono uno spazio in cui la relazione umana e la scienza medica condividono scelte ed obiettivi; l’hospice, quindi, rende concretamente visibile questa idea di cura. Per il cristiano, esso può diventare anche un'autentica palestra delle virtù teologali: uno spazio nel quale la fede viene interrogata dalla sofferenza concreta, la speranza si distingue dal semplice ottimismo, e la carità assume finalmente la forma tangibile della prossimità e del servizio. In questo stesso orizzonte trovano il proprio fondamento le parole di Leone XIV e quelle di Zuppi, entrambe radicate nella Verità di Cristo: il contrario dell'eutanasia, infatti, non è il prolungamento biologico dell'esistenza né la pretesa di sottrarre la morte alla condizione umana, ma la paziente costruzione di una civiltà della cura — una medicina capace di riconoscere i propri limiti senza abbandonare il malato, una rete assistenziale che renda accessibili le cure palliative, una comunità che sostenga le famiglie, una Chiesa che sappia farsi prossima alla vulnerabilità. Se Cristo rivela pienamente l'uomo all'uomo, la persona ferita, dipendente e morente resta portatrice di un valore indisponibile, che nessuna perdita funzionale può cancellare.

Le parole pronunciate da Leone XIV in Francia rafforzano, in definitiva, questa nuova visione della civiltà della cura: non offrire una «morte programmata» significa, anzitutto, non programmare l'abbandono. Significa accompagnare la fragilità, custodire la persona quando non può più essere guarita, e costruire condizioni cliniche, sociali, relazionali e spirituali nelle quali nessuno sia indotto a desiderare la morte perché il dolore non è stato curato o perché si sente solo, inutile, un peso per gli altri. Alla luce della Verità di Cristo, la vita non diventa degna perché è autonoma, efficiente o libera dalla sofferenza: essa è degna perché è vita personale, relazionale e ricevuta in dono, e tale dignità permane sino all'ultimo istante. Una società misura la propria umanità proprio qui: non soltanto in ciò che sa guarire, ma nel modo in cui continua a prendersi cura di chi guarire non può più.

Potrebbe interessarti

Go up