Leone XIV a Montevideo

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Ieri – venerdì 6 novembre – è stato il primo giorno del Viaggio Apostolico che il Vescovo di Roma Leone XIV sta compiendo in Uruguay, Argentina e Perù. Al suo arrivo a Montevideo, Sua Santità ha incontrato le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico; a seguire, si è recato in Visita dal Presidente della Repubblica; ha – quindi – presieduto la celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, le Religiose, i Religiosi e i Seminaristi.

Nella “Plaza Independencia”, Leone XIV ha affermato, nel suo Discorso: «Ho accettato con grande gioia il cortese invito che mi è stato rivolto a visitare questa terra uruguaiana. La ringrazio, Signor Presidente, per le parole che ha appena pronunciato e per le attenzioni con cui avete voluto accogliermi. Il mio saluto si estende anche a coloro che qui rappresentano le istituzioni della Repubblica e alle nazioni accreditate presso il Paese. Già da questo primo incontro vorrei salutare tutti gli uruguaiani, ovunque essi si trovino. In questi giorni avrò la gioia di visitare alcuni luoghi di questa terra, di avvicinarmi alla sua storia e di incontrare uomini e donne che, in contesti molto diversi, fanno parte della vita del Paese»; con un preciso riferimento al grande tema della sofferenza: «Anche oggi possiamo vivere circondati da persone, condividere con loro il lavoro, la strada o persino la propria casa, e ignorare il peso che portano in sé. La solitudine, l’angoscia e la perdita di speranza possono diventare così profonde che una persona smetta di trovare ragioni per continuare a vivere. Di fronte alla dolorosa realtà del suicidio, l’assistenza sanitaria, i legami familiari e la vicinanza della comunità risultano indissolubili. Nessuno dovrebbe arrivare a sentirsi estraneo tra i propri cari né pensare che la propria assenza conti meno della propria presenza.

Altre forme di sofferenza si manifestano nel corpo o nelle condizioni di vita. La malattia, la disabilità, il dolore fisico, la perdita di autonomia, la povertà, la mancanza di lavoro o l’esclusione possono rendere particolarmente necessario l’aiuto degli altri. Recentemente ho sperimentato in prima persona i limiti imposti dalla malattia e ho ricevuto cure per le quali sono profondamente grato. Questa esperienza mi porta a pensare ai tanti uomini e donne che non dispongono dei mezzi necessari per ottenere una diagnosi tempestiva o ricevere le cure di cui hanno bisogno. Garantire che l’assistenza sanitaria sia alla portata di ogni persona, indipendentemente dalle sue risorse, è una responsabilità che interpella l’intera società. Chi si trova in una di queste situazioni non smette per questo di essere un membro a pieno titolo della società né perde nulla del valore della propria vita. In tali circostanze, la sua fragilità rende ancora più urgente che riceva l’assistenza, le risorse e il sostegno di cui ha bisogno. L’attenzione dovuta a chi soffre coinvolge l’intera famiglia umana».

Nella Cattedrale Metropolitana dell’Immacolata Concezione e dei Santi Filippo e Giacomo, presiedendo la preghiera dei Vespri, il Pontefice si è soffermato sulla preziosità della persona umana e sul rischio sempre serpeggiante delle tante divinità: «è una gioia per me celebrare con voi la Preghiera vespertina in questa Cattedrale, che conserva tanti ricordi della vita di questo popolo. Tra essi, il Fonte in cui ricevette il Battesimo José Gervasio Artigas, simbolo del contributo fecondo della Chiesa al bene del Paese. È lì che è cominciata per lui una vita nuova come figlio di Dio, e la stessa grazia è alle origini della nostra propria storia. Per il Battesimo Cristo ci ha fatti partecipi della sua vita e ci invita a crescere a sua somiglianza, finché impariamo a guardare, ascoltare e amare come Lui. Il Salmo che abbiamo appena intonato contiene un monito sorprendente. Dopo aver descritto gli idoli d’oro e d’argento, opera delle mani dell’uomo, dice: “Diventi come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida” (Sal 134,18). Gli uomini costruivano quelle immagini e finivano per somigliare ad esse. Così è il cuore umano: a poco a poco assume la forma di ciò che ama e di ciò in cui ripone la propria fiducia. Per questo Gesù ci dice: “Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). E anche noi, che abbiamo consacrato la nostra vita al Signore, dobbiamo chiederci dove sia il nostro cuore. Esso a volte può rimanere legato a un’opera che consideriamo come nostra, al riconoscimento che riceviamo o alla sicurezza di avere tutto sotto controllo. Così, senza rendercene conto, iniziamo a guardare gli altri da una prospettiva fondata su queste preoccupazioni. La fedeltà alla nostra vocazione richiede di tornare sempre di nuovo a Gesù Cristo; di lasciare che sia Lui il nostro tesoro, Colui al quale vogliamo somigliare».

Leone XIV ha rivolto ai presenti parole di conferma della fede e del ministero: «Cari fratelli, l’amore di Cristo ha voluto raggiungere tante persone anche attraverso di voi. I vostri occhi hanno visto crescere intere generazioni e si sono accorti di tante lacrime inosservate. I vostri orecchi hanno accolto confidenze difficili da pronunciare. Quante persone sono entrate nel confessionale con timore e ne sono uscite gioiose per il perdono ricevuto! Lo stesso vale per le vostre mani, che tante volte hanno elevato il Corpo di Cristo, hanno assistito i malati, hanno preparato un piatto di cibo o sostenuto chi non riusciva più a camminare. Mani che hanno fatto arrivare a tante persone, attraverso il carisma delle vostre Congregazioni, la tenerezza di Dio. Alcune di esse recano i segni dell’età e del lavoro. Quanto sono belle le mani invecchiate facendo del bene! Il Signore trasforma chi gli rimane vicino».

«Cari fratelli e sorelle, ecco uno dei segreti dell’evangelizzazione: assomigliare a Colui che annunciamo. In questa terra, dove molti dei nostri contemporanei conoscono a malapena Gesù Cristo e tanti giovani sono cresciuti lontani dalla vita della Chiesa, questa testimonianza ha una forza particolare. Che il modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo e ci avviciniamo a chi soffre, possa suscitare in loro la domanda: “da dove nasce quell’amore?”. E che, quando parliamo loro di Gesù, possano scoprire nelle nostre parole lo stesso Signore la cui bontà, nonostante la nostra povertà, già hanno iniziato a sperimentare attraverso di noi»: è stato l’augurio rivolto dal Papa ai fedeli presenti.

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