Da San Pietro di Coppito la Messa in diretta su Rai 1. Mons. D’Angelo: «Nelle tempeste della vita la mano di Dio c’è»
4 giorni ago

L'Aquila - Una chiesa gremita di fedeli ha fatto da cornice, questa mattina, domenica 9 agosto, alla Santa Messa trasmessa in diretta nazionale su Rai 1 dalla chiesa di San Pietro Apostolo a Coppito, una delle antiche chiese capoquarto della città dell’Aquila. A presiedere la celebrazione eucaristica è stato Mons. Antonio D’Angelo, Arcivescovo Metropolita dell’Aquila, che nell’omelia ha proposto una profonda riflessione sul silenzio, sulla preghiera, sulla fede e sulla presenza di Dio nelle inevitabili tempeste che attraversano la vita dell’uomo.
Il collegamento con Rai 1 ha preso il via alle ore 10.50 con una presentazione storico-artistica della chiesa di San Pietro di Coppito e della città dell’Aquila, Capitale Italiana della Cultura 2026. Un’occasione che ha permesso di portare nelle case degli italiani non soltanto la celebrazione domenicale, ma anche un significativo scorcio del patrimonio religioso, storico e artistico del capoluogo abruzzese.
La chiesa di San Pietro, fin dalle prime ore della mattinata, ha accolto numerosi fedeli e al momento della celebrazione si presentava gremita, offrendo anche attraverso le immagini televisive il volto di una comunità raccolta attorno al proprio Pastore e partecipe dei diversi momenti della liturgia.
Accanto a Mons. D’Angelo hanno concelebrato don Francesco Leone, parroco della comunità di San Pietro di Coppito, e Mons. Giuseppe Giagnorio, Vicario Generale e parroco di S. Pietro apostolo in Coppito. Il servizio liturgico è stato curato da don Martino Roberto Gajda, direttore dell’Ufficio Liturgico Diocesano e cerimoniere arcivescovile, insieme al diacono Giovanni Tomei, al quale è stata affidata la proclamazione del Vangelo. Ad accompagnare la celebrazione con il canto è stato il Coro Diocesano “San Massimo”, che ha sostenuto la preghiera dell’assemblea e la partecipazione dei fedeli nei diversi momenti della liturgia.
Al centro della celebrazione la Parola di Dio della XIX Domenica del Tempo Ordinario, dalla quale l’Arcivescovo ha sviluppato la propria omelia soffermandosi anzitutto sull’immagine evangelica di Gesù che, dopo aver congedato la folla, sale sul monte, in disparte, per pregare. Un gesto nel quale Mons. D’Angelo ha individuato un richiamo particolarmente attuale alla necessità di ritrovare spazi di silenzio e di interiorità.
«È un tempo sacro questo, di riposo, necessario nella vita per ritrovare la propria umanità», ha sottolineato l’Arcivescovo, ricordando che il valore della persona non può essere misurato esclusivamente sulla base delle attività che svolge o dei risultati che riesce a raggiungere. «La grandezza dell’uomo, infatti, non è nelle sue attività. Queste la esprimono, certamente, ma la persona umana ha un valore inestimabile, a partire da ciò che è».
Da qui l’invito a recuperare il silenzio e l’ascolto della propria interiorità, alla luce anche dell’esperienza del profeta Elia, chiamato a stare sul monte alla presenza di Dio. Ogni persona, ha osservato Mons. D’Angelo, ha bisogno di un tempo nel quale prendersi cura della propria vita interiore, «un tempo di preghiera per ossigenarsi alla brezza leggera della grazia di Dio».
Un’immagine, quella dell’ossigeno, attraverso la quale l’Arcivescovo ha espresso la necessità vitale del rapporto con Dio: «Come il corpo senza ossigeno non vive, così l’umanità dell’uomo senza Dio non è». Esiste, ha aggiunto, «un angolo della vita che può essere abitato solo da noi alla presenza di Dio», uno spazio sacro nel quale entrare con lo stesso atteggiamento di Mosè davanti al roveto ardente, imparando a riconoscere quella presenza capace di dare senso all’esistenza.
La riflessione si è quindi spostata sulla seconda scena narrata dal Vangelo di Matteo: i discepoli sulla barca, sconvolti dal vento e dalle acque, vedono Gesù venire verso di loro ma non riescono a riconoscerlo. Pensano che sia un fantasma e sono presi dalla paura. È proprio dentro questa situazione drammatica che risuona la parola di Cristo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».
Per Mons. D’Angelo, quelle parole raggiungono anche l’esperienza concreta dell’uomo contemporaneo. «Gesù è presente nelle tempeste della vita, non ci lascia soli», ha affermato. Il problema è imparare a riconoscerlo, sviluppando «l’occhio acuto della fede». Senza uno sguardo educato dall’incontro con Cristo, infatti, si rischia di non distinguerne più il volto e di confonderne la presenza tra le molte realtà che occupano l’esistenza quotidiana.
Proprio il silenzio della preghiera permette invece di riconoscere i tratti del volto di Cristo. Come Elia comprende di trovarsi davanti al Signore nella brezza leggera, così il credente, attraverso l’incontro personale con Dio, impara a riconoscerlo anche quando la vita è attraversata dalla prova.
Particolare attenzione è stata dedicata dall’Arcivescovo alla figura di Pietro. Di fronte a Gesù che cammina sulle acque, l’apostolo chiede: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». E Cristo gli rivolge una sola parola: «Vieni». Una parola semplice che, ha spiegato Mons. D’Angelo, «contiene tutta la forza dell’amore di Dio».
Pietro si mette in cammino, ma quando distoglie lo sguardo da Gesù e si lascia impressionare dalla forza delle onde, la paura prende il sopravvento e comincia ad affondare. È allora che dal suo cuore nasce il grido: «Signore, salvami!». Un grido che l’Arcivescovo ha indicato come espressione di una fede finalmente capace di riconoscere che la salvezza viene da Dio.
«La fede è un atto di affidamento totale», ha ricordato Mons. D’Angelo. Le prove e le vicissitudini della vita possono generare paura e disorientamento, ma proprio nel mezzo delle tempeste personali e comunitarie continua a risuonare la parola di Cristo: «Vieni».
Da qui uno dei passaggi centrali dell’omelia: l’invito a non abbassare lo sguardo, ma a mantenerlo fisso su Cristo. Quando l’uomo si lascia assorbire esclusivamente dal fare, dagli affanni e dalle preoccupazioni, senza custodire uno spazio di silenzio nel quale ritrovarsi davanti al Padre, corre il rischio, ha ammonito l’Arcivescovo, «di perdere la nostra umanità».
Le difficoltà, le fragilità e le contraddizioni non vengono negate dalla fede. Il cristiano rimane pienamente dentro la storia e ne affronta le questioni concrete. Tuttavia, ha ricordato Mons. D’Angelo, «in questo mare tempestoso la mano di Dio c’è». Per questo il credente è chiamato a «guardare in alto», sapendo che nell’ascolto dell’invito di Gesù si apre sempre una strada possibile.
«Nella prova, se ascoltiamo l’invito di Gesù, “Vieni”, per noi si apre sempre una via di speranza», ha affermato l’Arcivescovo. Una speranza che impedisce al cristiano di rinchiudersi dentro orizzonti limitati, perché la sua vita è innestata nel mistero dell’amore di Dio.
La fede, dunque, non allontana dalla realtà, ma permette di attraversarla affidandosi alle mani del Padre. Richiamando anche le parole della Lettera agli Ebrei, Mons. D’Angelo ha ricordato che Cristo conosce e condivide la debolezza dell’uomo e proprio per questo rende possibile accostarsi «con fiducia al trono della grazia», certi di trovare misericordia e aiuto.
Nella conclusione dell’omelia l’Arcivescovo è tornato sul bisogno di custodire quello «spazio sacro dell’incontro personale con Cristo», indispensabile per conoscere e riconoscere il proprio volto e riscoprire «la bellezza della vita che abita nei nostri cuori». È in questo incontro che alle paure può rispondere il coraggio della fede e alle tempeste può contrapporsi una speranza che non viene meno.
La celebrazione trasmessa da Rai 1 ha così offerto a un pubblico nazionale anche l’immagine di una Chiesa aquilana viva e raccolta, in una delle chiese più significative della città, mentre L’Aquila vive il suo anno da Capitale Italiana della Cultura. Dalla comunità riunita numerosa a San Pietro di Coppito è risuonato un messaggio capace di andare oltre i confini cittadini: anche quando le acque si fanno agitate e la paura sembra prendere il sopravvento, il credente è chiamato a riconoscere la presenza di Cristo, a tenere fisso su di Lui lo sguardo e ad accogliere ancora una volta la sua parola: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

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