Domenica delle Palme e della Passione del Signore (Anno A). Commento liturgico alla Parola di Dio
1 mese ago

La Domenica delle Palme e della Passione del Signore introduce la Chiesa nel cuore del mistero pasquale, unendo in un unico sguardo l’ingresso festoso di Gesù in Gerusalemme e il cammino doloroso della sua Passione. La liturgia ci guida a comprendere che questi due momenti non sono separati, ma si illuminano a vicenda: proprio colui che viene accolto come re è colui che dona la vita sulla croce. È questo il volto sorprendente di Dio, che manifesta la sua gloria nell’amore che si abbassa e si consegna.
Il racconto dell’ingresso in Gerusalemme non è soltanto proclamato, ma rivissuto dalla comunità cristiana attraverso il rito della benedizione dei rami d’ulivo e la processione. Il popolo si raduna, ascolta il Vangelo e poi si mette in cammino, portando tra le mani quei rami che sono segno di accoglienza e di pace. In questo gesto, i fedeli non sono spettatori, ma partecipano realmente a quell’evento: come le folle di Gerusalemme, riconoscono Gesù come il Signore che viene. La processione verso il luogo della celebrazione eucaristica esprime visibilmente il cammino della Chiesa che segue Cristo; è un andare dietro a lui, un accompagnarlo non solo nel momento della gioia, ma lungo tutto il percorso che lo condurrà alla croce. I rami d’ulivo, che saranno custoditi nelle case, diventano memoria di questo impegno: accogliere Cristo nella propria vita e seguirlo con fedeltà.
Dopo aver accompagnato Gesù con i rami d’ulivo e averlo riconosciuto come il Signore che viene, la liturgia ci fa entrare più profondamente nel mistero che abbiamo iniziato a celebrare, ponendoci in ascolto della Parola di Dio. Il cammino esteriore della processione diventa ora cammino interiore: dalla gioia dell’accoglienza siamo condotti alla contemplazione della Passione, per comprendere quale sia il volto del Messia che abbiamo acclamato e quale sia la strada che egli ci invita a percorrere.
La prima lettura presenta la figura del Servo del Signore, che si offre con docilità alla sofferenza: “ho presentato il dorso ai flagellatori”. Non c’è ribellione, non c’è fuga. Il Servo ascolta, accoglie, si affida. In lui si delinea il volto di una obbedienza che nasce dalla fiducia: Dio è vicino, per questo non resta confuso. Questo atteggiamento trova il suo compimento in Gesù, che nella Passione non subisce semplicemente gli eventi, ma li attraversa con una libertà interiore che nasce dall’amore. Egli non si difende, non perché sia impotente, ma perché sceglie di caricarsi del male del mondo.
Il salmo responsoriale accompagna questa contemplazione con il grido del giusto perseguitato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È la preghiera di chi sperimenta il silenzio di Dio, ma continua a rivolgersi a lui. Nella Passione, Gesù assume anche questa esperienza: entra nella distanza, nel buio, nella solitudine. Tuttavia, proprio dentro questo grido si apre uno spazio di fiducia, perché il salmo non termina nella disperazione, ma nella lode. La croce non è l’ultima parola.
La seconda lettura, con l’inno della Lettera ai Filippesi, ci consegna la chiave interpretativa di tutto il mistero: Cristo “svuotò se stesso”. La sua è una kenosi, uno spogliamento volontario. Non trattiene la sua condizione divina come un privilegio, ma sceglie la via dell’umiltà, facendosi servo e obbediente fino alla morte, e a una morte di croce. Questo abbassamento non è una perdita, ma il luogo in cui si rivela l’amore di Dio. Per questo il Padre lo esalta: l’umiliazione diventa il cammino della glorificazione. La logica divina rovescia quella umana: è nel dono totale di sé che si manifesta la vera grandezza.
Il racconto della Passione secondo Matteo mostra concretamente questo abbassamento. Gesù attraversa il tradimento, l’abbandono, il rinnegamento, l’ingiustizia. Attorno a lui si muovono figure segnate dalla fragilità: Giuda, Pietro, Pilato. Tutti, in modi diversi, cedono. Solo Gesù resta fedele. Nel Getsemani emerge la profondità della sua umanità: prova angoscia, paura, solitudine. Ma proprio lì rinnova la sua adesione al Padre. Non è una obbedienza facile, ma sofferta, conquistata nella preghiera.
Durante la Passione, Gesù non reagisce con violenza, non si sottrae, non si difende. Si consegna. Questa consegna è il cuore del mistero: egli prende su di sé il peccato del mondo senza restituirlo, senza moltiplicarlo. Dove l’uomo produce odio, egli risponde con amore; dove c’è violenza, egli oppone il perdono. Anche sulla croce, il suo atteggiamento resta quello della comunione: si affida al Padre e apre al peccatore la via del paradiso. In lui si compie pienamente la figura del Servo che salva portando il peso degli altri.
Entrando nella Settimana Santa, la Chiesa non ci invita a essere spettatori, ma partecipi. La Passione non è un racconto lontano, ma un evento che interpella la vita. In essa si rivela un amore che raggiunge ogni uomo nella sua fragilità, nel suo peccato, nella sua sofferenza. È un amore che non elimina il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma.
Questo dinamismo è espresso anche nei testi liturgici della celebrazione. La colletta chiede di imparare dalla passione del Signore il senso dell’obbedienza e di condividere la sua gloria. La preghiera non si limita a ricordare, ma domanda una trasformazione: entrare nella stessa logica di Cristo, assumere i suoi sentimenti. L’obbedienza qui non è sottomissione passiva, ma adesione fiduciosa al disegno del Padre, anche quando passa attraverso la croce. La colletta, in sintonia con l’inno ai Filippesi, mostra che la via della vita passa attraverso il dono di sé.
Il prefazio sviluppa ulteriormente questa prospettiva, contemplando Cristo che, innocente, accetta la Passione per noi peccatori. Egli non solo muore, ma trasforma la morte in strumento di salvezza. La sua offerta è libera e consapevole: nella croce si manifesta l’amore che redime. Il prefazio mette in luce il valore salvifico della Passione, non come fatalità, ma come atto di amore che riconcilia l’umanità con Dio. In questo senso, la croce è già vittoria, perché è il luogo in cui il male viene vinto dall’amore.
La celebrazione di questa domenica, così ricca e intensa, invita dunque a un duplice movimento: riconoscere Gesù come re e accogliere la sua regalità, che si manifesta nel servizio e nel dono; entrare con lui nel mistero della Passione, lasciandosi trasformare dal suo amore. La Chiesa, attraverso la Parola e la preghiera, guida i fedeli a contemplare il Crocifisso non come uno sconfitto, ma come colui che, proprio sulla croce, regna e salva.
In questa prospettiva, la Settimana Santa diventa un tempo di grazia per imparare a vivere secondo il Vangelo: non cercando il successo o la gloria umana, ma lasciandosi plasmare dall’amore che si dona. La Passione del Signore rivela che solo l’amore è più forte del male e della morte. Ed è a questo amore che il credente è chiamato ad aprirsi, per diventare, a sua volta, segno di salvezza nel mondo.

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