Il fine vita e il bene comune: quale futuro per l’uomo e per la società?

1 giorno ago

Le recenti sentenze della Corte costituzionale offrono l’occasione per interrogarsi sul fondamento del diritto, sul rapporto tra libertà individuale e bene comune e sulla responsabilità dello Stato verso il futuro della comunità. In un mondo sempre più orientato alla rivendicazione di nuovi diritti per qualunque essere vivente, ma sempre meno disposto a interrogarsi sul significato autentico dell’esistenza umana, il rischio di smarrire la direzione è inevitabile. Quando una società rinuncia alla ricerca della verità sull’uomo e sostituisce la riflessione antropologica con la sola affermazione dell’autodeterminazione individuale, il dibattito culturale perde profondità, si impoverisce e diventa terreno fertile per una visione dominata dall’ideologia, la quale oggi non si impone improvvisamente: trasuda lentamente nel linguaggio, nelle parole d’ordine, negli slogan ripetuti fino a essere scambiati per evidenze.

Entra nel dibattito pubblico, condiziona la comunicazione, orienta l’opinione collettiva e, infine, si traduce in iniziative politiche e legislative. È ciò che è accaduto anche nel delicatissimo tema del fine vita.

Troppo spesso una questione che coinvolge la vita, la sofferenza, la medicina, il diritto e la coscienza è stata ridotta a slogan rassicuranti, formule mediatiche e parole d’ordine presentate come inevitabili conquiste di civiltà. Si è preferito il consenso immediato alla fatica del ragionamento, sostituendo la complessità con slogan buoni per un talk show o per una discussione da bar. Si è giunti così a situazioni singolari. Un giudice del Tribunale di Bologna ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale, chiedendo alla Corte costituzionale di eliminare uno dei requisiti individuati dalla sentenza n. 242 del 2019, ossia la dipendenza del paziente da trattamenti di sostegno vitale quale condizione per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. In altri termini, si è chiesto alla Corte di ampliare ulteriormente, per via giurisprudenziale, l’area della non punibilità dell’aiuto al suicidio, estendendola oltre i limiti già delineati. Parallelamente, alcune Regioni hanno tentato di approvare discipline che, pur presentandosi come meri provvedimenti organizzativi, hanno preteso di recepire, come se fossero norme legislative, i principi elaborati dalla Corte costituzionale, incidendo sui presupposti sostanziali di accesso al suicidio medicalmente assistito, materia riservata dalla Costituzione alla competenza esclusiva dello Stato. Si è così determinato un ulteriore tentativo di consentire il suicidio assistito al di là dei limiti imposti dalla Corte costituzionale, rendendolo una scelta profondamente orientata al consenso mediatico e che, se apparentemente voleva inserirsi nel vuoto legislativo, in realtà si è fatta serva del dibattito ideologico in corso in Italia.

La Corte costituzionale, al contrario, nel valutare queste iniziative, pur mantenendo un approccio rigorosamente giuridico, ha chiarito che il diritto non può essere costruito sull’emotività del momento né sulla pressione mediatica. La Consulta ha ricondotto il dibattito entro i limiti fissati dalla Costituzione, ribadendo che nessuna Regione può sostituirsi al Parlamento nella definizione dei presupposti sostanziali del fine vita.

Le due sentenze depositate il 24 luglio 2026 (nn. 148 e 152) confermano con chiarezza questo orientamento, riportando il dibattito entro i confini tracciati dalla Costituzione e rimarcando il valore della questione sul piano dell’etica e della responsabilità che tali scelte impongono. Il messaggio è chiaro: questioni che riguardano il valore della vita e della morte non possono essere ridefinite né dalle singole Regioni né dai tribunali. Se l’ordinamento dovrà cambiare, sarà il Parlamento, nella sua responsabilità verso l’intera comunità nazionale di oggi e di domani, ad assumere tale decisione.

Questa presa di posizione della Corte costituzionale non ha risolto il dibattito sul fine vita, ma ha ricordato un principio essenziale: prima ancora di essere una questione giuridica, il fine vita è una questione antropologica ed etica. Quando il diritto pretende di rispondere a domande cheriguardano il significato della vita, della sofferenza e della morte senza interrogarsi sul fondamento dell’uomo, rischia inevitabilmente di trasformarsi nello strumento attraverso cui si impone una dittatura del consenso.

Pensare di ridurre questioni antropologiche di questa portata a una semplice rivendicazione di diritti individuali rappresenta uno dei segni della crisi culturale dell’uomo contemporaneo, spesso mistificata come progresso. Una società autenticamente civile non si misura dalla quantità dei diritti proclamati, ma dalla profondità della riflessione sul loro fondamento e sul bene che essi sono chiamati a realizzare. Il diritto deve essere al servizio di una comunità i cui principi generali e la cui idea di futuro devono essere affidati alla riflessione di uno Stato che si definisca davvero democratico.

Sulla scorta di questa riflessione cade un altro slogan ricorrente: quello che riduce la posizione critica verso il suicidio assistito e l’eutanasia a una forma di intransigenza confessionale o di integralismo cattolico. In realtà, la questione è svincolata da ogni appartenenza religiosa. È una domanda fondamentale che riguarda la filosofia, il diritto, l’antropologia e la politica: quale idea di uomo e quale idea di società intendiamo costruire?

Uno Stato che rinuncia a interrogarsi su questo e si limita ad assecondare ogni richiesta individuale non diventa più libero; diventa semplicemente incapace di indicare una direzione comune. Questo è l’obiettivo, il desiderio neppure troppo celato, della cultura relativista contemporanea, che predica una libertà fondata sull’arbitrio individuale e che non può avere altra conseguenza se non la dissoluzione della società stessa.

Si tratta di una sorta di suicidio culturale non assistito, generato da una cultura della finitudine, rassegnata all’impossibilità di concepire come reale tutto ciò che va oltre ciò che è percepibile attraverso i cinque sensi.

Il futuro delineato da questa cultura tende a subordinare perfino la nascita al progetto individuale di benessere e di autorealizzazione. La generazione di una nuova vita rischia così di essere progressivamente ricondotta alla logica del desiderio e della disponibilità, come se l’esistenza di un figlio potesse diventare l’oggetto di una scelta di consumo, da ottenere quando, come e secondo modalità ritenute conformi alle proprie aspettative. La prospettiva relativista manifesta anche una profonda contraddizione culturale: mentre cresce la sensibilità nei confronti del mondo animale, fino ad attribuirgli caratteristiche sempre più proprie della persona, l’essere umano rischia di essere considerato sempre meno come un fine in sé e sempre più come un bene disponibile alla volontà individuale.

Questo approccio deriva da una sostanziale mistificazione del concetto stesso di vita, nella quale la biologia diventa schiava di un’etica dell’ego.

Se questa è la direzione verso cui si muove la cultura contemporanea, diventa inevitabile interrogarsi su quale futuro essa sia realmente in grado di costruire. Una società che assume l’individualismo assoluto come criterio ultimo delle proprie scelte non può generare un autentico futuro, perché il futuro autentico è il frutto non dell’autodeterminazione del singolo, ma della responsabilità condivisa di una comunità verso le generazioni che verranno.

Il dibattito sul suicidio medicalmente assistito e sull’eutanasia non riguarda quindi soltanto il modo in cui una persona può morire. Riguarda soprattutto l’idea di società che vogliamo consegnare alle generazioni future. Una società che smette di interrogarsi sul valore della vita proprio nelle sue condizioni di maggiore fragilità è una società che, prima ancora di perdere il futuro, perde il senso stesso del proprio futuro.

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