La 732ª Perdonanza Celestiniana si accende nel segno del perdono e della pace
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L’AQUILA – Con l’arrivo in piazza Palazzo del Fuoco del Morrone e l’accensione del tripode da parte del sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, ha preso ufficialmente il via questa sera, domenica 23 agosto, la 732ª Perdonanza Celestiniana. Il rito che apre la settimana celestiniana rinnova uno dei momenti più significativi della tradizione aquilana, quest’anno inserito nel particolare contesto di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Gli appuntamenti della Perdonanza proseguiranno fino al 30 agosto.
Numerose le autorità civili e militari presenti alla cerimonia. Prima dell’arrivo del Fuoco in piazza Palazzo sono intervenuti il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, e il presidente della Provincia dell’Aquila, Angelo Caruso, che hanno richiamato il valore del messaggio celestiniano e la sua attualità, soffermandosi in particolare sul perdono come principio capace di incidere nella vita delle comunità e nelle relazioni tra i popoli.

Al centro della cerimonia anche il messaggio dell’arcivescovo metropolita dell’Aquila, mons. Antonio D’Angelo, che ha scelto come filo conduttore il significato della luce racchiuso nel Fuoco della Perdonanza. Una luce che, nella lettura proposta dall’Arcivescovo, rimanda allo Spirito Santo e alla capacità del perdono di aprire nuovamente la vita alla speranza. «Nel perdono ritroviamo quella luce di speranza capace di attivare un processo nuovo di vita», ha affermato mons. D’Angelo, ricordando come lo Spirito permetta di uscire «dal cenacolo delle nostre paure» per intraprendere un cammino nuovo.
Un richiamo che l’Arcivescovo ha posto direttamente in relazione con L’Aquila Capitale italiana della Cultura. Proprio la Perdonanza, secondo mons. D’Angelo, rappresenta uno dei segni più profondi della cultura della città, perché custodisce e ripropone ogni anno una visione dell’uomo fondata sulla sua dignità e sulla possibilità di ricominciare. La misericordia, ha sottolineato, consente alla persona di rialzarsi e di riprendere il proprio cammino, mentre la sapienza che viene dallo Spirito aiuta a interpretare gli avvenimenti della vita e a compiere scelte orientate al bene proprio e a quello degli altri, contribuendo alla costruzione del bene comune.
Da qui il passaggio centrale del messaggio dell’Arcivescovo alla «civiltà dell’amore», indicata come l’orizzonte nel quale il dono celestiniano può ancora oggi tradursi in responsabilità concreta. Mons. D’Angelo ha ricordato l’espressione introdotta da Paolo VI e ha insistito sulla necessità di trasformare la carità in giustizia, la fraternità in una forma concreta di convivenza e l’altro in un alleato nella costruzione del bene comune. Il suo augurio conclusivo è stato quello di percorrere la via lasciata in eredità da san Celestino V, perché il Fuoco della Perdonanza possa realmente «accendere la civiltà dell’amore».
Il tema della pace ha attraversato anche l’intervento del sindaco Pierluigi Biondi. Il primo cittadino ha anzitutto ricordato le vittime del terremoto dell’Aquila del 2009 e quelle del sisma del Centro Italia del 24 agosto 2016, del quale domani ricorre il decimo anniversario. Il Fuoco del Morrone, ha detto Biondi, arde quest’anno anche in memoria delle vittime del terremoto di Amatrice, come segno di una speranza che può riaccendersi anche là dove sembra essersi spenta.
Da questa memoria il sindaco ha allargato lo sguardo alle guerre che continuano a segnare il presente. Richiamando san Francesco d’Assisi e il suo incontro con il sultano Malik al-Kamil durante la quinta crociata, Biondi ha indicato nel dialogo una strada che conserva tutta la propria attualità. L’Aquila e Assisi, unite anche dal comune impegno sul terreno del perdono e della pace, possono contribuire, ciascuna a partire dalla propria storia, alla crescita di una cultura capace di respingere la logica della contrapposizione.
Particolarmente significativo il richiamo del sindaco a Giorgio La Pira e alla sua riflessione sul «diritto delle città a sopravvivere», maturata davanti alla memoria delle distruzioni di Hiroshima e Nagasaki. Un principio che Biondi ha collegato al dovere degli amministratori di lavorare per la pace e al «Mai più la guerra» pronunciato da Paolo VI alle Nazioni Unite nel 1965 e ripreso oggi da Papa Leone XIV. La Chiesa, ha ricordato il sindaco, continua a presentarsi come un popolo al servizio della riconciliazione e della pace, mentre alle istituzioni civili spetta il compito di perseguire concretamente le vie della mediazione e della diplomazia.
«Come uomo di fede, non posso che credere che la pace abbia il respiro dell’eterno, ma come uomo dell’amministrazione ho l’obbligo di impegnarmi affinché la pace abbia il respiro della mediazione», ha affermato Biondi. A conclusione del suo intervento ha quindi affidato il messaggio della serata alle parole che Ignazio Silone mette sulle labbra di Celestino V: «non posso benedire alcuna impresa di guerra». Un richiamo netto al rifiuto della violenza e alla responsabilità di costruire percorsi alternativi alle armi.
A consegnare al sindaco la fiaccola del Fuoco del Morrone sono stati gli ultimi tedofori del Cammino del Perdono, Mario Centi e Riccardo Marcolli, accompagnati da Foloro Panti che ha dato lettura della pergamena firmata dai sindaci e dai parroci dei comuni attraversati per portare il fuoco dal Morrone all'Aquila. Biondi ha quindi acceso il tripode e, nel nome di san Pietro Celestino e di san Francesco, ha ricordato ancora le vittime dei terremoti dell’Aquila e di Amatrice e le popolazioni devastate dalle guerre, invocando la ricerca di un accordo per la pace. Infine la dichiarazione che ha segnato formalmente l’inizio degli appuntamenti: «Dichiaro aperta la 732esima Perdonanza Celestiniana».
Con l’accensione del Fuoco si apre così una settimana che condurrà L’Aquila verso il cuore religioso della Perdonanza e il rito dell’apertura della Porta Santa della Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Nel segno lasciato da Celestino V, il perdono torna ancora una volta a interrogare la città non soltanto come memoria di una storia secolare, ma come impegno nel presente: ricostruire relazioni, custodire la dignità dell’uomo e cercare, anche nel tempo difficile dei conflitti, vie concrete di riconciliazione e di pace.
