La santa messa di chiusura del Viaggio Apostolico in Francia

25 minuti ago

La santa messa di chiusura del Viaggio Apostolico di papa Leone XIV in Francia è stata celebrata ieri pomeriggio a Metz, nella Cattedrale di Santo Stefano.

Nella omelia – a partire dalla Parola proclamata – il Vescovo di Roma ha fatto riferimento ai valori della giustizia e della pace; affermando: «Sono molto lieto di presiedere questa Eucaristia, durante la quale affidiamo al Signore il cammino della Comunità diocesana di Metz e quello di tutta l’Europa. In questa terra storica della Mosella, che non ha mai smesso di essere un crocevia di popoli e che è stata una frontiera dolorosa in Europa, la promessa di Dio risuona oggi con una forza singolare. Nella prima Lettura (cfr Is 32,15-18), il profeta Isaia parla dell’avvento del Regno di Dio in termini di diritto, giustizia e pace. Egli ricorre a tre immagini: il deserto, il giardino e la casa.

Nel deserto, luogo della sobrietà e del silenzio, si instaura il diritto, cioè la legge che aiuta l’uomo a camminare sulla via del bene. Questa immagine austera ci ricorda l’importanza dell’essenzialità e della semplicità, che ci permettono di attribuire il giusto valore alle cose, formandoci al contempo alla rinuncia e al sacrificio. La seconda immagine è quella del giardino, dove regna la giustizia. Se il deserto è il luogo dell’essenzialità, il giardino è il luogo della bellezza. Lì c’è acqua, i semi si aprono, spuntano i germogli e sbocciano i fiori, ciascuno con la propria particolare grazia. Questo è l’effetto di una vita retta, che permette alla persona di realizzarsi pienamente aderendo nella libertà ai disegni del Signore. La terza immagine è quella della casa, luogo di pace. Notiamo che, se il deserto e il giardino sono contesti in cui prevale l’azione di Dio, che fa germogliare e crescere, la costruzione di una casa richiede invece un contributo più diretto e più importante da parte dell’uomo, con l’impiego di forze e competenze, attraverso uno sforzo comune, un vero e proprio “lavoro di cantiere”. Così la pace, che è dono di Dio, richiede una risposta da parte degli uomini, in uno sforzo condiviso. Del resto, più che una semplice costruzione di pietre, la casa è un luogo di presenza umana e di amore. In questo senso, la Parola profetica ci ricorda come, in un mondo segnato dal limite, la concordia si costruisce solo nella carità, che sa condividere gioie e dolori, incoraggiare e perdonare, senza calcoli né limiti, come in una famiglia. Anche il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ce ne parla (cfr Mt 5,38-48). Mentre oggi, nel mondo, assistiamo a tanta violenza, manipolazione e arroganza, a diversi livelli, Gesù ci insegna come trasformare il deserto in un’oasi, come piantare giardini e costruire case. Ci indica la via che passa attraverso il perdono, la misericordia e la magnanimità. “Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,39-41). Queste parole potrebbero sembrare ad alcuni un segno di debolezza, o forse una resa di fronte al male; ma non è affatto così. Guardiamoci dentro, in profondità, e guardiamoci intorno: cosa producono, nel mondo e in noi stessi, atteggiamenti come la vendetta, la rivalsa e il rifiuto? E quale futuro per l’umanità lasciano intravedere le relazioni e i sistemi permeati dalle logiche spietate che derivano da questi atteggiamenti? Voi che siete i figli di questa terra, lacerata in passato da conflitti fratricidi, sapete bene che non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona. Non è vero che chi non cede è più forte di chi cerca la riconciliazione. Non è vero che chi se ne va sbattendo la porta è più forte di chi affronta lo sforzo di camminare insieme».

Il Pontefice ha anche fatto riferimento alla locale comunità di fede, ribadendo: «La vostra Chiesa locale, che conserva l’eredità unica di un dialogo fecondo tra società civile e fede, in virtù del suo status particolare, ha la responsabilità di essere un laboratorio vivente di questa fedeltà. Rimanere fedeli a questi pilastri non è stato facile, nemmeno per coloro che ci hanno preceduto. Eppure, con coerenza e perseveranza, i nostri antenati ce li hanno lasciati in eredità come tesori, da trasmettere a nostra volta alle generazioni future, arricchiti della nostra esperienza, del valore dei nostri sforzi e delle nostre storie».

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