“Libera” di morire? Tecnica, diritto e crisi della libertà nel fine vita
1 mese ago

Il caso di una donna paralizzata che accede al suicidio assistito attraverso un dispositivo oculare solleva interrogativi radicali: sul ruolo del diritto e della tecnica, sulla funzione della scienza e della magistratura, ma soprattutto sul significato stesso della libertà e sul fondamento del valore della vita umana.
Il caso di “Libera” – nome di fantasia per una donna toscana affetta da sclerosi multipla in fase avanzatissima – segna un passaggio di rilievo nel dibattito italiano sul fine vita. Non senza una certa ambiguità simbolica, il nome scelto sembra evocare un’idea di libertà che coincide con l’attuale mistificazione concettuale in atto che scambia l’arbitrio per autentica libertà. Per la prima volta, una persona completamente paralizzata ha potuto accedere al suicidio medicalmente assistito attraverso un dispositivo a comando oculare, realizzato su impulso dell’autorità giudiziaria con il coinvolgimento del Consiglio Nazionale delle Ricerche, al fine di rendere effettivo il requisito dell’auto somministrazione stabilito dalla Corte Costituzionale italiana.
La vicenda non costituisce soltanto un caso giuridico, ma un evento altamente simbolico, che interroga in profondità la concezione contemporanea di libertà, di dignità e di senso della vita. Un primo aspetto riguarda il paradosso tra autonomia e dipendenza. Il requisito dell’auto somministrazione costituisce il cardine etico-giuridico che distingue il suicidio assistito dall’eutanasia. Tuttavia, nel caso di “Libera”, tale requisito viene portato al suo limite estremo: l’atto resta formalmente autonomo, ma è reso possibile solo grazie a una complessa mediazione tecnologica e istituzionale. Ne emerge un paradosso: da un lato si afferma l’assolutezza della volontà individuale; dall’altro, questa volontà è esercitabile solo attraverso un apparato tecnico altamente sofisticato. L’autonomia, lungi dall’essere immediata, si rivela strutturalmente mediata.
Un secondo elemento di riflessione riguarda la trasformazione del diritto. Non siamo più di fronte a un diritto meramente “negativo”, volto a escludere la punibilità di determinati comportamenti, ma a un diritto che implica una prestazione positiva: rendere concretamente possibile un atto. Nel caso in esame, infatti, l’autorità giudiziaria non si è limitata a riconoscere un principio, ma ha richiesto la realizzazione di uno strumento tecnico idoneo a tradurlo in pratica. Il dispositivo a comando oculare diviene così il punto di intersezione tra volontà e azione, trasformando un impulso minimo in un atto irreversibile. Il diritto, in questo senso, non si limita più a regolare la realtà, ma interviene a configurarla, assumendo una dimensione operativa che lo avvicina all’ingegneria dell’esistenza. Questo intervento della magistratura non rappresenta solo una applicazione tecnica del diritto: rivela anche un fenomeno più ampio. La società contemporanea, privata di una guida culturale e spirituale, ha scelto di negare la propria responsabilità, demandando a giudici e tribunali decisioni che prescindono necessariamente da valutazioni etiche approfondite. In questo modo però c’è il rischio concreto che la magistratura non sia più sopra le parti ma si renda in qualche modo succube dell’opinione dominante, trasformando norme parziali, frutto di valutazioni ideologizzate in strumenti concreti per realizzare atti che vanno oltre lo spirito originario dei pronunciamenti della Corte Costituzionale. Ciò rappresenta un ulteriore elemento critico, in quanto i magistrati hanno operato una lettura selettiva di alcuni passaggi della giurisprudenza della Corte Costituzionale italiana, orientandoli verso un esito applicativo che eccede il significato complessivo della pronuncia. La sentenza costituzionale individuava infatti condizioni rigorose e delimitative, collocate all’interno di un equilibrio complesso tra tutela della vita e autodeterminazione. L’intervento giudiziario sembra invece isolare tali condizioni dal loro contesto argomentativo, trasformandole in criteri operativi funzionali a rendere praticabile il suicidio assistito anche in situazioni limite. A ciò si aggiunge un ulteriore profilo problematico: il riferimento, diretto a un quadro normativo regionale – nel caso toscano – la cui validità è oggetto di impugnazione a livello nazionale. L’applicazione sostanziale di un impianto normativo territoriale, parziale e non condiviso a livello generale, introduce una frattura nell’unità del dibattito etico e giuridico, sottraendo una questione di rilevanza antropologica fondamentale a un confronto pienamente sviluppato all’interno dell’intera comunità nazionale. Ne deriva il rischio di una duplice riduzione: da un lato, la trasformazione della giurisprudenza costituzionale in uno strumento flessibile, suscettibile di interpretazioni orientate; dall’altro, la legittimazione di un quadro normativo che, proprio in quanto limitato e non universalmente condiviso, appare espressione di una visione parziale e ideologicamente connotata. In questo senso, la magistratura non si configura più soltanto come garante dell’equilibrio tra principi, ma come soggetto attivo nella ridefinizione del loro significato operativo, con implicazioni profonde sul piano etico.
Inoltre il coinvolgimento del Consiglio Nazionale delle Ricerche solleva un’ulteriore questione: quella del ruolo della scienza. In questo contesto, la scienza appare rinunciare a una riflessione sui fini, assumendo una funzione eminentemente strumentale: non orienta il fine, ma si limita a renderlo tecnicamente possibile. Tuttavia, proprio questa sospensione del giudizio sui fini espone la pratica scientifica a un rischio rilevante: quello di diventare mezzo indifferenziato per la realizzazione di qualsiasi progetto, anche quando esso implica la soppressione della vita umana. La pretesa neutralità si traduce così in una forma di disponibilità totale, che finisce per riflettere – e rafforzare – i presupposti culturali dominanti.
Un ulteriore elemento da considerare è il ruolo svolto dai media nella costruzione del significato pubblico di casi come quello di “Libera”. Tali vicende vengono frequentemente presentate in forma altamente simbolica ed emotivamente orientata, come esempi paradigmatici di emancipazione e di conquista di nuovi spazi di libertà. Questa narrazione tende tuttavia a operare una semplificazione significativa: seleziona alcuni elementi – la sofferenza, la richiesta individuale, la risposta tecnica – e li organizza entro una cornice interpretativa già orientata, che finisce per assumere un carattere implicitamente normativo. In tal modo, il caso concreto viene progressivamente trasformato in strumento di legittimazione culturale, più che in occasione di autentico confronto.
Il dibattito pubblico è ormai polarizzato e impoverito: da un lato, si produce una forte esposizione mediatica di scelte coerenti con una determinata visione antropologica; dall’altro, si marginalizzano e si rendono invisibili quelle esperienze – numerose ma silenziose – di persone che vivono condizioni analoghe senza giungere alle medesime conclusioni. In tal senso, la mediatizzazione selettiva non favorisce un confronto critico, ma contribuisce a consolidare una lettura ideologicamente orientata della realtà.
Un dibattito serio sul fine vita non può prescindere dalla questione decisiva: quale sia il fondamento del valore della vita umana. Ridurre tale valore alla sola dimensione biologica o alla percezione soggettiva della qualità dell’esistenza significa adottare, implicitamente, una visione riduttiva dell’uomo. Esiste infatti una prospettiva – che non coincide necessariamente con una specifica appartenenza religiosa – secondo cui la vita possiede un valore intrinseco, non disponibile, radicato in una dimensione che eccede il dato puramente biologico. Tale dimensione può essere compresa in termini spirituali, relazionali o trascendenti, ma in ogni caso rinvia a un significato che non è interamente prodotto dalla volontà individuale.
L’esclusione sistematica di questa prospettiva dal dibattito pubblico comporta una restrizione indebita dell’orizzonte razionale. Non si tratta di contrapporre fede e laicità, ma di riconoscere che una riflessione autenticamente filosofica sull’uomo non può esaurirsi entro i confini del dato empirico o della soggettività individuale. In questo senso, il dibattito contemporaneo rischia di presentarsi come pluralista sul piano formale, ma selettivo sul piano sostanziale, nella misura in cui tende a escludere o delegittimare ogni riferimento a una dimensione del valore che trascenda l’autodeterminazione.
Il caso “Libera” non può essere ridotto a una contrapposizione tra favorevoli e contrari. Esso mette in questione categorie fondamentali – autonomia, dignità, vita, responsabilità – e rivela una tensione profonda all’interno della cultura contemporanea. Se, da un lato, esso appare come un’estensione senza precedenti della libertà individuale, dall’altro evidenzia una fragilità più radicale: la difficoltà di riconoscere un valore alla vita che non dipenda esclusivamente dalla volontà del soggetto.
La questione, non è se una società sia in grado di garantire tecnicamente la morte, capacità di cui facciamo quotidianamente e tragicamente esperienza, ma se sia orientata a dare sostegno ed accompagnare la vita, anche quando essa si presenta fragile e segnata dalla sofferenza. E, più in profondità, se sia disposta a interrogarsi sul fondamento stesso di tale valore, senza escludere a priori dimensioni – come quella spirituale e trascendente – che appartengono costitutivamente all’esperienza umana.
In assenza di questo riconoscimento, il dibattito pubblico, ridotto a narrazione ideologica, perde la capacità di confrontarsi realmente con la complessità dell’umano mentre gonfia l’idea di libertà, svuotandola di ogni riferimento al bene e trasformandola in strumento della negazione del proprio essere. La questione decisiva è se la società italiana sia in grado ancora di discutere apertamente senza barricate ideologiche e senza relegare ad una dimensione ancillare la propria autonomia intellettuale. Quando la cultura abdica alla responsabilità intellettuale, delegando ogni scelta ai giudici e rendendo la magistratura esecutrice dell’opinione dominante, la libertà individuale invece di realizzarsi in pieno come proposto dalla narrazione dei promotori di queste iniziative si svuota di senso e la società perde la capacità di interrogarsi sul vero fondamento della vita umana.

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