MESSA CRISMALE ALL’AQUILA: UNA CHIESA RADICATA IN CRISTO, TRA COMUNIONE PRESBITERALE E SPERANZA PER IL TERRITORIO

2 settimane ago

Messa Crismale
L'Aquila - Nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, cuore spirituale della città e luogo fortemente simbolico per la Chiesa aquilana, si è svolta la solenne Messa Crismale, momento centrale della vita diocesana in cui si manifesta in modo visibile l’unità del presbiterio attorno al proprio vescovo. La celebrazione della Messa Crismale, presieduta da mons. Antonio D'Angelo, Arcivescovo Metropolita dell’Aquila, ha rappresentato non solo un evento liturgico di grande rilievo, ma anche un tempo di grazia e di rinnovata consapevolezza ecclesiale.

A concelebrare insieme all’Arcivescovo erano presenti il nunzio apostolico mons. Orlando Antonini, mons. Giuseppe Giagnorio, Vicario generale dell’Aquila, il Canonico Sergio Maggini, Arcidiacono del Capitolo metropolitano, fra Simone Calvarese, Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini del Centro Italia, e circa ottanta presbiteri diocesani e religiosi impegnati nel servizio pastorale in diocesi. Una presenza numerosa e significativa che ha dato volto concreto a quella comunione presbiterale che la Messa Crismale intende esprimere e rafforzare.

Fin dalle prime battute della sua omelia, mons. D’Angelo ha guidato l’assemblea a contemplare il mistero di Cristo a partire dal Vangelo proclamato, tratto da san Luca, soffermandosi su un’espressione apparentemente semplice ma teologicamente densa: “secondo il suo solito”. Gesù entra nella sinagoga e si alza a leggere, compiendo un gesto che rivela non solo una consuetudine, ma uno stile di vita profondamente radicato nella relazione con il Padre. È proprio da questo “solito” di Gesù – ha sottolineato l’Arcivescovo – che emerge la chiave interpretativa dell’identità cristiana e, in modo particolare, di quella sacerdotale.

Da qui il passaggio, naturale e profondamente coerente, al cuore della riflessione: il primato della comunione con il Padre. Non si tratta di un elemento accessorio, né di una dimensione da affiancare ad altre attività pastorali, ma del centro stesso dell’esistenza di Cristo e, per partecipazione, della vita del sacerdote. In questo orizzonte, la Messa Crismale richiama con forza che il ministero ordinato non è riducibile a una funzione, ma è partecipazione al mistero stesso di Cristo, rivelatore del volto del Padre.

L’Arcivescovo ha quindi evidenziato come questa appartenenza incida in profondità sull’identità della persona, andando ben oltre una semplice adesione operativa o funzionale. Essere “resi partecipi della sua consacrazione”, come recita la colletta liturgica, significa lasciarsi plasmare integralmente da Cristo sacerdote, permettendo che ogni dimensione della vita – pensieri, scelte, relazioni – sia orientata da questa configurazione sacramentale. In tale prospettiva, anche il gesto di Gesù che entra nella sinagoga diventa paradigma di uno stile che il presbitero è chiamato ad assumere nella quotidianità.

Proseguendo nel suo discorso, mons. D’Angelo ha richiamato con forza la necessità di una lettura spirituale dell’esistenza. Il sacerdote è chiamato a interpretare la propria vita alla luce della Parola di Dio, assumendo lo sguardo del Padre su di sé e sulla realtà. Questo atteggiamento interiore si traduce in un dialogo costante con Dio, che non si esaurisce nei momenti esplicitamente dedicati alla preghiera, ma si estende all’intero arco della giornata, trasformando la vita stessa in un atto spirituale continuo.

In questo contesto si inserisce il tema dell’unzione, proprio della Messa Crismale, che l’Arcivescovo ha sviluppato con particolare profondità. L’unzione, ha ricordato, non è soltanto un rito, ma un segno che imprime in modo indelebile l’identità del sacerdote, configurandolo a Cristo. Richiamando la figura biblica di Davide, scelto da Dio non per le apparenze ma per il suo cuore, mons. D’Angelo ha sottolineato come anche oggi il Signore continui a guardare all’interiorità della persona. Ne deriva un invito esigente ma liberante: quello di una continua purificazione del cuore, non per un moralismo sterile, ma per una reale assimilazione a Cristo.

Il riferimento all’apostolo Paolo ha ulteriormente approfondito questa dimensione. Le parole “non vivo più io, ma Cristo vive in me” sono state proposte non come ideale astratto, ma come esperienza concreta da incarnare nella vita quotidiana. Lungi dall’essere una negazione della propria identità, questa affermazione esprime il compimento più autentico della persona, che in Cristo ritrova la propria verità e sperimenta la libertà del cuore. Una libertà che nasce dalla verità del Vangelo e che rende il sacerdote capace di testimonianza credibile.

La riflessione si è poi spostata sul realismo della vita concreta. Mons. D’Angelo non ha nascosto le fragilità, i limiti e le inquietudini che segnano l’esistenza umana e sacerdotale. Tuttavia, proprio in queste crepe – ha sottolineato – si manifesta l’opera di Dio. Il sì vocazionale, infatti, non si gioca in una dimensione ideale, ma nella concretezza della quotidianità, là dove anche i limiti possono diventare spazio della grazia.

In questo quadro si colloca il momento del rinnovo delle promesse sacerdotali, uno dei passaggi più intensi della Messa Crismale. L’Arcivescovo ha richiamato l’attenzione sull’amore di Cristo come fondamento e misura del ministero: un amore che vincola, sostiene e orienta. Da esso scaturisce una vita di carità che si esprime in un triplice movimento: amore verso Dio, verso il prossimo e verso se stessi, in una sintesi che custodisce l’equilibrio della persona.

Particolarmente incisivo è stato il richiamo alla comunione presbiterale. In un contesto culturale segnato da individualismo e narcisismo, vivere relazioni autentiche di fraternità rappresenta una sfida non secondaria. Mons. D’Angelo ha invitato i sacerdoti a non lasciarsi risucchiare da logiche autoreferenziali, ma a riscoprire la bellezza e la necessità della vita condivisa. Citando Tonino Bello, ha delineato un ideale concreto di comunione fatto di condivisione, sostegno reciproco, capacità di correggersi e di camminare insieme.

Uno dei passaggi più significativi dell’omelia si è concentrato sulla storia recente del territorio. Mons. D’Angelo ha richiamato con realismo e partecipazione il cammino che la comunità sta vivendo, ricordando come “tra qualche giorno celebreremo il diciassettesimo anniversario del terremoto”, un evento che – ha sottolineato – “ha segnato profondamente questo territorio e soprattutto i cuori”. Parole essenziali, ma cariche di significato, che restituiscono la profondità di una ferita ancora presente nella memoria collettiva.

Proprio a partire da questa consapevolezza, l’Arcivescovo ha invitato a non fermarsi al passato, ma ad assumere uno sguardo di fede capace di aprirsi al futuro: “Ora però, da uomini di fede, guardiamo avanti, consapevoli di avere tra le mani una storia da ricostruire”. In questa prospettiva, la responsabilità non è delegabile: “Noi, noi in prima persona siamo chiamati ad essere protagonisti”. È un appello diretto al presbiterio e all’intera comunità ecclesiale, chiamati a vivere questo tempo non come spettatori, ma come soggetti attivi del cammino di rinascita.

L’identità stessa del ministero sacerdotale si intreccia con questa responsabilità storica. “Noi siamo pastori di questa comunità ecclesiale – ha ricordato mons. D’Angelo – e come tali spetta a noi la responsabilità di essere guide sagge per accompagnare, sostenere e discernere il cammino di questo tempo”. Parole che delineano con chiarezza il compito affidato ai presbiteri: essere presenza che orienta, che incoraggia, che aiuta a leggere la realtà alla luce del Vangelo.

Il riferimento al riconoscimento de L'Aquila come capitale italiana della cultura ha offerto un ulteriore spunto di riflessione, collocando questo impegno in un orizzonte più ampio. La storia, la bellezza e la ricchezza spirituale del territorio diventano così non solo motivo di orgoglio, ma anche responsabilità da accogliere e trasmettere.

L’omelia si è conclusa con un invito alla speranza, radicata nella grazia di Dio e nella gioia del ministero. Una gioia che non nasce dall’assenza di difficoltà, ma dalla consapevolezza del dono ricevuto e condiviso. La Messa Crismale, in questo senso, si conferma come un momento privilegiato in cui la Chiesa prende coscienza di sé, rinnova la propria missione e si apre con fiducia al futuro.

Un appello finale è stato rivolto anche ai religiosi e al popolo di Dio, invitati a camminare insieme ai presbiteri, sostenendoli e partecipando attivamente alla missione ecclesiale. Solo in questa corresponsabilità, nutrita dalla fraternità evangelica, può prendere forma una Chiesa capace di abitare la storia come luogo in cui Dio continua a operare e a guidare il cammino del suo popolo.

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