Porta Santa aperta a Collemaggio: il perdono che ricostruisce l’uomo e la comunità
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L’AQUILA – Alle 21.10 di ieri sera, 28 agosto, si è aperta la Porta Santa della Perdonanza nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio. A compiere il rito che ha dato inizio alle ventiquattro ore del Perdono è stato il cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede e delegato per la 732ª Perdonanza Celestiniana, con l’arcivescovo metropolita mons. Antonio D’Angelo e il sindaco Pierluigi Biondi al suo fianco. La Porta resterà aperta fino a questa sera, quando, dopo la Messa stazionale delle ore 18 presieduta da mons. Antonio D’Angelo, sarà celebrato il rito di chiusura.
L’apertura della Porta ha rappresentato il momento culminante della lunga giornata iniziata alle 16 da Piazza Palazzo con la partenza del Corteo della Bolla. Circa 1.700 partecipanti hanno accompagnato fino a Collemaggio il documento con il quale Papa Celestino V, nel 1294, concesse l’indulgenza plenaria a quanti, sinceramente pentiti e confessati, fossero entrati nella Basilica dai vespri del 28 agosto a quelli del giorno successivo.
Prima dell’apertura della Porta Santa della Perdonanza, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, il cardinale Tolentino de Mendonça ha presieduto la solenne Messa stazionale, concelebrata dall’arcivescovo dell’Aquila mons. Antonio D’Angelo, dal cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo emerito, dal nunzio apostolico mons. Orlando Antonini, da altri sei arcivescovi e vescovi presenti e da circa un centinaio di sacerdoti provenienti dall’Arcidiocesi e da altre Chiese dell’Abruzzo e del Molise. Presente anche il Capitolo Metropolitano dei Canonici dell’Aquila. La celebrazione è stata animata dal Coro Diocesano San Massimo.
Significativa anche la presenza di una delegazione di frati della Basilica di Santa Maria degli Angeli di Assisi, nel segno del gemellaggio spirituale che lega la Chiesa aquilana e la città dell’Aquila alla realtà francescana assisana. Un legame che mette in dialogo due grandi esperienze di misericordia consegnate alla storia della Chiesa: il Perdono di Assisi, legato a san Francesco e alla Porziuncola, e la Perdonanza Celestiniana voluta da Papa Celestino V. Due tradizioni diverse per origine e sviluppo, ma accomunate dall’annuncio di una misericordia che apre all’uomo la possibilità della conversione, della riconciliazione e di un nuovo inizio.
È proprio su questa capacità del perdono di generare un nuovo inizio che il cardinale Tolentino de Mendonça ha costruito la sua omelia. Il punto di partenza è stato volutamente più ampio della stessa celebrazione aquilana: ogni civiltà, prima o poi, deve confrontarsi con la domanda su che cosa fare del male che gli uomini si sono reciprocamente inflitti. La capacità di trasformare «il conflitto in riconciliazione, la colpa in redenzione, la frattura in comunità ricostruita» diventa, nella riflessione del Cardinale, una misura della qualità stessa di una cultura. Una società incapace di perdonare rimane infatti prigioniera della ripetizione delle proprie ferite; una società che impara a perdonare conserva invece la possibilità di continuare a vivere insieme e di riaprire lo spazio della speranza.
Da qui la lettura della Perdonanza Celestiniana non come semplice eredità medievale, né come rievocazione folkloristica, ma come una delle più antiche forme nelle quali il perdono è diventato esperienza collettiva, pubblica e ripetibile. Il gesto di Celestino V fu rivoluzionario proprio perché il perdono non veniva riservato a pochi, ma offerto universalmente a chi fosse disposto ad attraversare con cuore sincero la soglia della misericordia di Dio. Una intuizione che permette di comprendere anche perché la Perdonanza sia stata riconosciuta come esperienza anticipatrice del successivo Giubileo universale della Chiesa.
Il Cardinale ha insistito soprattutto sulla dimensione comunitaria del perdono. Il Corteo della Bolla, l’apertura della Porta Santa e gli altri segni che L’Aquila rinnova di anno in anno hanno attraversato guerre, terremoti, epidemie e mutamenti profondissimi. Eppure, attraverso epoche tanto diverse, continuano a proclamare la medesima verità: «il perdono è possibile», la speranza di ripartire è necessaria e una comunità ha bisogno di celebrare pubblicamente questa possibilità per potersi rigenerare.
È uno dei passaggi più significativi dell’omelia, perché sposta la Perdonanza dalla sola dimensione individuale a quella sociale. Perdonare nel segreto della propria coscienza possiede già un grande valore morale e spirituale; quando però il perdono viene rappresentato, celebrato e tramandato davanti a un’intera comunità, assume anche una funzione educativa. Costruisce memoria e identità condivisa e insegna alle generazioni successive che la riconciliazione non coincide con la debolezza. Al contrario, nelle parole di Tolentino de Mendonça, essa diventa «la forma più alta di forza civile».
In questa prospettiva il Cardinale ha richiamato il riconoscimento UNESCO del 2019, con l’iscrizione della Perdonanza Celestiniana nel Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Un patrimonio immateriale vive infatti nella decisione di una comunità di continuare a compiere e trasmettere un gesto nel quale riconosce qualcosa di essenziale della propria identità. La Perdonanza dice così non soltanto ciò che L’Aquila è stata, ma ciò che la città vuole continuare a essere e ciò che intende consegnare agli altri.
Inevitabile, in questo percorso, il riferimento alla ferita del terremoto del 2009. Dopo il sisma, ha osservato il Cardinale, la Perdonanza ha acquistato anche il significato della rinascita. Per una città duramente colpita nel corpo e nell’anima, continuare a celebrare il perdono significa scegliere, pur nella fatica, di non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola. Rialzarsi non vuol dire soltanto ricostruire ciò che è stato distrutto, ma anche decidere quale memoria delle proprie ferite consegnare al futuro.
Proprio per questo assume un significato particolare la coincidenza con L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Tolentino de Mendonça ha letto la Perdonanza come una vera «proposta culturale rivolta al presente». In un mondo segnato dalle guerre, dalle polarizzazioni e dalle fratture, la riconciliazione può tornare a essere una categoria collettiva e non soltanto una questione privata delle coscienze. Le comunità ferite possono scegliere se raccontarsi attraverso il rancore e la stanchezza oppure attraverso la possibilità di ricominciare. La Porta aperta a Collemaggio diventa allora il simbolo di ciò che ogni civiltà dovrebbe essere capace di custodire: «la possibilità di ricominciare insieme. Di ricominciare sempre».
Ma l’omelia non si è fermata alla dimensione culturale e civile. Al centro della Perdonanza resta l’annuncio cristiano della grazia. Il Cardinale ha letto la stessa immagine della porta attraverso la Sacra Scrittura: il perdono è un varco che si apre là dove sembrava esserci soltanto un ostacolo, è la possibilità offerta dalla grazia di passare da ciò che siamo stati a ciò che possiamo ancora diventare. Per questo l’affermazione di Gesù nel Vangelo di Giovanni – «Io sono la porta» – consegna il significato ultimo anche del rito di Collemaggio. La vera Porta non è una costruzione di pietra: è Cristo.
Anche la pagina del profeta Isaia è stata riletta dal Cardinale in questa chiave. Non basta una religiosità fatta di gesti esteriori, digiuni e pratiche formali se la conversione non raggiunge la vita dell’altro. Il digiuno gradito a Dio consiste nello sciogliere le catene, spezzare i gioghi, condividere il pane e aprire la propria casa a chi non ne ha una. La conversione deve dunque diventare verificabile nelle relazioni e nella concretezza della carità. Il volto del povero diventa il luogo nel quale ogni discorso religioso è chiamato a dimostrare la propria autenticità.
Ancora più radicale la lettura dell’invito paolino: «Lasciatevi riconciliare con Dio». Tolentino de Mendonça ha sottolineato il rovesciamento contenuto nelle parole dell’Apostolo: non è l’uomo che deve convincere un Dio lontano a concedergli misericordia. È Dio stesso che prende l’iniziativa, si china verso la creatura e la chiama alla riconciliazione. Il perdono divino precede la richiesta dell’uomo. La grazia ha già compiuto il primo passo e proprio per questo il cristiano non deve vergognarsi del proprio bisogno di perdono né delle proprie lacrime di contrizione.
Il Vangelo di Giovanni ha infine permesso al Cardinale di approfondire ulteriormente il simbolismo della Porta. Cristo non si paragona a una legge o a un giudizio, ma a un luogo di passaggio, a una soglia fatta per essere attraversata. Entrare attraverso di Lui significa essere salvati, ma anche essere restituiti alla libertà. Il perdono autentico non mantiene il perdonato in una condizione di dipendenza e non gli ricorda continuamente il debito contratto: lo rende nuovamente capace di camminare. Per questo Cristo promette non semplicemente la vita, ma la vita «in abbondanza», capace di generare relazioni più mature, comunità più ampie e, nell’espressione utilizzata nell’omelia, «cuori civili più dilatati».
La riflessione si è quindi aperta al grande tema della pace. Tolentino de Mendonça ha richiamato le prime parole di Papa Leone XIV, quella «pace disarmata» e «disarmante», umile e perseverante che nasce da Cristo risorto. In un tempo attraversato da conflitti e violenze, il perdono non diventa così evasione dalla storia, ma una delle condizioni per interrompere la logica della contrapposizione e costruire una pace che non abbia bisogno della minaccia per affermarsi.
Da qui l’appello conclusivo: non rimandare la riconciliazione a un tempo ideale. Il «momento favorevole» è oggi; oggi è il «giorno della salvezza», anche dentro le fragilità, le ferite e le divisioni. Aprire la Porta Santa significa perciò rinnovare un patto e accettare personalmente di attraversare la soglia. Non assistere soltanto a un rito, ma lasciarsi coinvolgere dalla misericordia che quel rito annuncia.
Al termine della Messa stazionale, prima che il cardinale Tolentino de Mendonça si dirigesse verso la Porta Santa per compiere il rito di apertura, mons. Antonio D’Angelo gli ha rivolto il saluto della Chiesa aquilana.
Le parole dell’Arcivescovo hanno anzitutto collocato la presenza del Cardinale dentro la comunione con la Chiesa universale. Ringraziandolo per aver presieduto l’Eucaristia e per essere stato chiamato ad aprire la Porta Santa, mons. D’Angelo ha sottolineato che la sua presenza rinnova il legame dell’Aquila con la Chiesa universale e conferma, nello stesso tempo, l’universalità della Perdonanza. Quello affidato da Celestino V all’Aquila è infatti un dono custodito dalla Chiesa locale, ma non appartiene soltanto agli aquilani: è destinato «all’intera cristianità e umanità».
È un passaggio importante anche per comprendere la vocazione della Perdonanza. L’Aquila custodisce la Bolla, rinnova il rito, apre ogni anno la Porta e conserva la memoria di Celestino V, ma proprio la fedeltà a questa eredità impedisce di considerarla un patrimonio chiuso dentro i confini cittadini. Il perdono, per sua natura, tende ad allargare i confini, a creare comunione e a raggiungere l’uomo nella sua universale necessità di misericordia.
Il secondo elemento messo in evidenza da mons. D’Angelo è stato il rapporto tra la Perdonanza e L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. L’Arcivescovo ha definito il riconoscimento un dono importante per un territorio che negli ultimi anni ha conosciuto eventi calamitosi e che, nonostante le ferite, «ha saputo rialzarsi e riprendere il cammino». La cultura viene così collegata alla capacità di una comunità di non restare immobile davanti alle proprie ferite, ma di trasformare la memoria in una forza per il futuro.
Tra le molte ricchezze storiche e culturali dell’Aquila, mons. D’Angelo ha però indicato nella Perdonanza «la perla di maggior valore». Non semplicemente perché si tratta di una tradizione secolare o di un patrimonio riconosciuto internazionalmente, ma perché essa custodisce un «dono di grazia» capace di raggiungere il cuore dell’uomo. E il frutto di questo dono è la speranza: «il perdono, infatti, riaccende la speranza».
Nelle parole dell’Arcivescovo si incontrano così tre dimensioni: perdono, ricostruzione e futuro. La resilienza della comunità aquilana non viene presentata soltanto come capacità umana di resistere alle difficoltà, ma come un cammino sostenuto dalla forza che nasce dall’amore del Padre. È questa forza, ha osservato mons. D’Angelo, che permette di conservare uno sguardo positivo sul futuro e di continuare con perseveranza verso nuovi traguardi.
Il saluto si è concluso con una prospettiva ecclesiale e insieme universale. Mons. D’Angelo ha assicurato la preghiera della comunità aquilana per il Santo Padre e per il cardinale Tolentino de Mendonça e ha chiesto al porporato di continuare ad accompagnare L’Aquila con la propria preghiera. È nella comunione, ha ricordato, che diventa possibile contribuire alla costruzione di «un mondo di giustizia e di pace alimentati dall’amore di Dio».
Il saluto di mons. D’Angelo e l’omelia del cardinale Tolentino de Mendonça hanno così finito per convergere su un medesimo orizzonte. La Perdonanza non è memoria da custodire staticamente, ma un dono da trasformare in responsabilità. Il perdono ricevuto da Dio diventa speranza per la persona, possibilità di ricostruzione per una comunità e, quando riesce a entrare nella cultura di un popolo, una strada concreta verso la giustizia e la pace.
Subito dopo, ha avuto inizio il solenne rito di Apertura della Porta Santa, con una processione litanica che dalla Basilica a cui ha partecipato tutto il clero presente alla celebrazione e alcuni rappresentanti delle istituzioni cittadine e nazionali e dopo le preghiere previste dal proprio liturgico diocesano, il cardinale José Tolentino de Mendonça, con l’arcivescovo metropolita mons. Antonio D’Angelo e il sindaco Pierluigi Biondi al suo fianco, ha percosso per tre volte la Porta Santa con il ramo d’ulivo e alle 21.10 l’ha aperta. Con quel gesto la celebrazione è passata dalla parola al segno: quanto annunciato nell’omelia è diventato una soglia concretamente offerta ai fedeli.
Già nella serata di ieri e dalle prime ore di questa mattina numerosi fedeli hanno raggiunto Collemaggio, anche per accostarsi al sacramento della Riconciliazione. Per tutta la giornata sarà assicurata nella Basilica la presenza di numerosi confessori. Per ricevere l’indulgenza, per sé o per un defunto, è richiesta la visita alla Basilica nel periodo compreso tra l’apertura e la chiusura della Porta Santa, con la recita del Credo, del Padre Nostro e della preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, insieme alla Confessione sacramentale e alla Comunione eucaristica secondo le condizioni previste.
Il programma religioso di oggi è iniziato alle ore 6 con la Perdonanza dei Lavoratori e la Messa presieduta da don Sergio Nuccitelli, direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale del Lavoro. Alle 7.30 il Rosario e alle 8 la Perdonanza dei Religiosi e delle Religiose, trasmessa in diretta da Radio Maria, con la Messa presieduta da fra Simone Calvarese, Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini del Centro Italia.
Alle 9.30 sarà celebrata la Perdonanza delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine, presieduta dal nunzio apostolico mons. Orlando Antonini e animata dal Coro della Scuola della Guardia di Finanza. Alle 11 sarà la volta della Perdonanza dei Catechisti e dei Ragazzi, degli Insegnanti e degli Studenti, con la Messa presieduta dal vescovo di Termoli-Larino mons. Claudio Palumbo.
Alle 12.30 la Perdonanza delle Famiglie sarà presieduta dall’arcivescovo metropolita di Campobasso-Bojano mons. Biagio Colaianni. Alle 15.30 la Perdonanza dei Malati e delle Confraternite coinciderà con il Pellegrinaggio regionale dell’UNITALSI. Durante la celebrazione, presieduta dal rettore della Basilica di Collemaggio mons. Stefano De Paolis, sarà amministrato il sacramento dell’Unzione degli Infermi.
Alle 17.15, verranno celebrati i secondi vespri della Solennità del Martirio di San Giovanni Battista, che saranno presieduti dal Can. Sergio Maggioni, Arcidiacono del Capitolo metropolitano aquilano, con la presenza dei canonici della Cattedrale.
Alle ore 18 le ventiquattro ore del Perdono giungeranno al loro compimento. L’arcivescovo metropolita mons. Antonio D’Angelo presiederà la solenne Messa stazionale, animata dal Coro Diocesano San Massimo, e successivamente compirà il rito di chiusura della Porta Santa della Perdonanza.
Fino ad allora migliaia di persone continueranno ad attraversare quella soglia. Ma il messaggio consegnato a L’Aquila dal cardinale Tolentino de Mendonça ricorda che il significato più profondo della Perdonanza non consiste semplicemente nel passare attraverso una porta di pietra. La vera Porta è Cristo e attraversarla significa accettare che la misericordia di Dio trasformi la propria vita, restituisca libertà e renda possibile ricominciare.
È qui che si incontrano la vocazione dell’Aquila Capitale del Perdono e quella dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. La Perdonanza diventa cultura quando il perdono non rimane soltanto un sentimento individuale, ma entra nella storia, ricostruisce le relazioni, educa le generazioni, guarisce le memorie e rende nuovamente possibile una comunità.
È forse questo il significato più attuale della Porta Santa della Perdonanza: ricordare, dopo 732 anni, che una ferita non deve necessariamente diventare un destino e che il male ricevuto non è obbligato a generare altro male. Esiste una soglia oltre la quale la storia può ricominciare. Per la fede cristiana quella soglia ha un nome: Cristo. Per una comunità che accetta di attraversarla, può diventare riconciliazione, speranza e pace.
