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Settimana Santa: il grido della pace dalla croce
3 settimane ago

La Settimana Santa si apre così, sotto il segno di una contraddizione: da una parte la mitezza disarmata di Cristo, dall’altra la violenza che continua a segnare le relazioni tra i popoli. Eppure, proprio in questo scarto si colloca il cuore dell’annuncio cristiano. Gesù non si sottrae alla logica del conflitto con una fuga, ma la attraversa con una logica nuova: non risponde alla violenza con altra violenza, ma la disarma dall’interno, offrendo sé stesso.
Le parole del Papa sono chiare e quasi taglienti: Dio rifiuta la guerra, non può essere invocato per giustificarla. È un’affermazione che interpella credenti e non credenti, leader politici e coscienze personali. Perché se Cristo è davvero «la nostra pace», allora ogni guerra rappresenta una sconfessione concreta del suo Vangelo.
In queste ore, mentre la liturgia ci conduce verso il Calvario, non possiamo ignorare ciò che accade nei luoghi stessi dove quella storia si è compiuta. Il gesto che ha visto protagonista il Pierbattista Pizzaballa, a cui è stato impedito di entrare nel Santo Sepolcro per celebrare la Domenica delle Palme, assume un valore che va oltre la cronaca. Non è solo una limitazione di movimento o un incidente diplomatico: è il segno tangibile di una terra in cui la pace è ancora lontana, dove perfino i simboli più universali della fede cristiana diventano attraversati da tensioni e divisioni.
E allora lo sguardo si allarga. Dalla Terra Santa all’Ucraina, dove la guerra continua a consumare vite e speranze; dall’Iran, attraversato da tensioni interne e internazionali, fino alla Palestina, ferita aperta della storia contemporanea. Sono nomi che non possono restare astratti: sono volti, famiglie, bambini, città distrutte, paure quotidiane.
L’omelia del Papa invita a riconoscere nei “crocifissi di oggi” le vittime di tutte queste situazioni. Non è una metafora spirituale, ma una lettura concreta della realtà: ogni uomo e ogni donna colpiti dalla violenza partecipano, in qualche modo, alla passione di Cristo. E da quella croce continua a levarsi un grido: «Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli».
È un appello che rischia di sembrare ingenuo, quasi disarmato di fronte alla complessità geopolitica. Ma è proprio questa la sua forza: non nasce da un calcolo strategico, bensì da una verità antropologica e spirituale. La pace non è semplicemente l’assenza di guerra, ma il riconoscimento dell’altro come fratello. Senza questo passaggio, ogni tregua resta fragile, ogni accordo precario.
La Settimana Santa, allora, non è solo memoria di eventi passati, ma provocazione per il presente. Ci chiede da che parte stiamo: se dalla logica della spada o da quella dell’asino, se dalla forza che impone o dalla mitezza che costruisce. Ci invita a interrogarci non solo sulle grandi decisioni dei potenti, ma anche sulle nostre piccole guerre quotidiane, sulle parole che feriscono, sulle chiusure che alimentano distanza.
Nel silenzio del Venerdì Santo e nella luce ancora nascosta della Pasqua, si custodisce una promessa: la violenza non ha l’ultima parola. Come ricordava Tonino Bello, le guerre sono destinate a spegnersi, come luci crepuscolari. Ma questa speranza non è automatica: chiede di essere accolta, incarnata, scelta.
All’inizio di questa Settimana Santa, il dono della pace non è un tema tra gli altri. È la via stessa della fede. È il nome concreto della conversione a cui siamo chiamati. È il volto di Cristo che passa, ancora una volta, nelle strade del mondo — disarmato, mite, e ostinatamente fedele all’uomo.

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