Giovani, istituzioni e informazione a confronto: all’Aquila la V edizione della Giornata di studi “Immaginari di legalità” nel ricordo del beato Rosario Livatino
1 mese ago

All’Aquila una giornata di studio per riflettere sul rapporto tra legalità, comunicazione e responsabilità civile, nel ricordo del beato Rosario Livatino, il giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990 e proclamato beato dalla Chiesa cattolica nel 2021. Al Palazzetto dei Nobili si è svolta la quinta edizione della Giornata di studi “Immaginari di legalità (e mistificazione della comunicazione)”, promossa dall’associazione L’Aquila che Rinasce in collaborazione con istituzioni, mondo del giornalismo e realtà educative del territorio. L’iniziativa, accreditata dall’Ordine dei Giornalisti come momento di formazione professionale ha riunito magistrati, giornalisti, volontari e soprattutto giovani per una riflessione condivisa sui valori della legalità e sul ruolo dell’informazione nella costruzione della coscienza civile.
A moderare i lavori è stato Salvatore Santangelo, che ha sottolineato il carattere aperto e dialogico dell’incontro, pensato per mettere in relazione esperienze diverse – istituzioni, operatori dell’informazione, realtà educative e volontariato – attorno a un tema decisivo per la vita democratica del Paese. «La legalità – ha osservato – non è soltanto repressione, ma soprattutto educazione. Lavorare con i giovani significa prevenire e costruire coscienza civica prima che intervenga la logica punitiva». La giornata si inserisce nel percorso culturale avviato dall’associazione L’Aquila che Rinasce, nata nel 2012 negli anni successivi al sisma per accompagnare alla ricostruzione materiale della città anche una rinascita culturale e sociale. Nel tempo l’associazione ha promosso iniziative dedicate alla comunicazione culturale, all’innovazione e alla prevenzione della dispersione scolastica.
Tra gli interventi di apertura quello della giornalista Germana D’Orazio, responsabile della formazione dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, che ha portato i saluti della presidente regionale Marina Marinucci e del consigliere nazionale Stefano Pallotta. Nel suo intervento ha richiamato la responsabilità sociale dell’informazione e il valore della credibilità nel lavoro giornalistico: «Il giornalismo deve essere credibile prima ancora che credente. Il nostro compito è verificare le notizie, rispettare le persone e contribuire a costruire un rapporto corretto tra cittadini e istituzioni». Il tema della credibilità è stato richiamato anche attraverso una frase spesso attribuita allo stesso Livatino: «Quando moriremo nessuno ci chiederà quanto siamo stati credenti, ma quanto siamo stati credibili».
Un contributo particolarmente significativo è arrivato dal presidente vicario della Corte d’Appello dell’Aquila Fabrizio Rigo, che ha evidenziato il valore educativo della cultura della legalità. «Il rispetto delle istituzioni – ha osservato – nasce prima di tutto nella famiglia e nella scuola. Ma le istituzioni devono anche meritare questo rispetto attraverso la propria credibilità». Parole che hanno richiamato il ruolo delle istituzioni come presìdi di fiducia pubblica, soprattutto in un tempo segnato da sfiducia e polarizzazione del dibattito civile.
Nel corso dell’incontro è stato proiettato il cortometraggio “Un giudice ragazzino”, diretto dal regista Pier Glionna, tratto dal romanzo di Salvatore Renna e sceneggiato da Marika A. Carolla, realizzato nell’ambito delle attività formative della Roma Film Academy. Il film racconta attraverso il linguaggio cinematografico la figura del magistrato siciliano, offrendo alle nuove generazioni uno strumento narrativo capace di contrastare l’immaginario mediatico che spesso tende a trasformare il crimine in spettacolo. Secondo gli organizzatori è necessario restituire centralità alle figure positive della storia civile italiana, perché troppo spesso l’immaginario collettivo finisce per esaltare i protagonisti della criminalità più di chi la combatte.
Tra gli interventi anche quello di Marco Boleo, presidente provinciale del Movimento Cristiano Lavoratori, che ha ricordato come la legalità sia prima di tutto una responsabilità quotidiana. «Non è un concetto astratto – ha detto – ma una scelta che riguarda ogni cittadino e ogni comunità». Particolarmente significativa la partecipazione di giovani provenienti da strutture educative e case famiglia del territorio, coinvolti nel dialogo finale e invitati a riflettere sul valore della responsabilità personale e dell’impegno civico.
Nel corso della mattinata è stata più volte richiamata la figura di Rosario Livatino, nato a Canicattì nel 1952 e entrato giovanissimo in magistratura. Da pubblico ministero condusse delicate indagini contro la criminalità organizzata e i fenomeni di corruzione politico-amministrativa, seguendo la pista dei patrimoni e dei flussi finanziari della mafia. Il 21 settembre 1990 fu assassinato da un commando mafioso mentre si recava al tribunale di Agrigento, intercettato lungo la strada statale mentre viaggiava da solo, senza scorta. La sua testimonianza di fede e il rigore morale con cui esercitò la funzione giudiziaria lo hanno reso una figura simbolo della lotta alla mafia, nel solco della stagione segnata anche dal sacrificio dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino contro la criminalità di Cosa Nostra.
La figura del magistrato siciliano continua a rappresentare un riferimento non solo civile ma anche spirituale. In questo senso, a distanza di anni, appare significativo ricordare anche uno dei passaggi storici che hanno segnato il rapporto tra la Chiesa cattolica e la lotta alla mafia: la visita apostolica di Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio 1993. A meno di un anno dalle stragi che avevano colpito Falcone e Borsellino, il Pontefice scelse la cornice della Valle dei Templi per pronunciare parole destinate a segnare una svolta nella posizione della Chiesa nei confronti della criminalità organizzata. Durante la celebrazione eucaristica deviò dal testo preparato e lanciò un appello diretto agli uomini della mafia: «Convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio». Con quell’intervento definì la mafia come espressione di una “civiltà della morte”, incompatibile con il Vangelo, invitando la società siciliana a rifiutare la violenza e l’omertà. Quelle parole suscitarono un forte impatto anche negli ambienti mafiosi, come dimostrarono intercettazioni successive che registrarono l’irritazione dei boss, tra cui Totò Riina, per la durezza di quel discorso.
In quella stessa visita avvenne anche un incontro particolarmente significativo tra Giovanni Paolo II e i genitori del giudice Livatino. Nel colloquio privato con la famiglia, il Papa definì il giovane magistrato «martire della giustizia e indirettamente della fede». Parole che contribuirono a delineare la figura spirituale del magistrato come esempio di fede vissuta nell’impegno civile e nella difesa della legalità, aprendo di fatto il percorso ecclesiale che avrebbe portato alla sua beatificazione.
La giornata di studio si è conclusa con un momento di confronto con i giovani, nel segno dell’impegno educativo che ha caratterizzato l’intera iniziativa. Il ricordo di Livatino non è stato proposto soltanto come memoria storica, ma come testimonianza capace di parlare ancora alle nuove generazioni. In un tempo in cui il rapporto tra informazione, giustizia e opinione pubblica appare sempre più complesso, l’incontro ha voluto ribadire un principio semplice: la legalità non è solo un tema giuridico, ma un patrimonio culturale che si costruisce attraverso l’educazione, il dialogo e la responsabilità condivisa. Ed è proprio nella credibilità delle persone e delle istituzioni – come ricordava lo stesso Livatino – che si misura la forza autentica di una democrazia.

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