Controcorrente. Episodio 3 – Magari
3 giorni ago

Abbiamo iniziato questo percorso parlando di fatica, restituendole il valore dell’impegno consapevole. La settimana scorsa ci siamo fermati sulla vita lenta, come scelta di misura in un tempo accelerato. Oggi il cammino di Controcorrente entra in una parola. Una parola quotidiana, leggera, quasi distratta. Eppure densissima: magari.
La usiamo decine di volte al giorno.
Magari vincessi.
Magari fosse così semplice.
Magari domani.
E raramente ci chiediamo cosa stiamo davvero evocando.
“Magari” affonda le sue radici nel greco antico makários, che significa “beato”, “felice in senso pieno”, ma non di una felicità qualsiasi. Makários era la condizione degli dei: liberi dalle preoccupazioni, sottratti al peso delle necessità, non toccati dalla sofferenza umana. Non indicava una gioia passeggera, ma uno stato di grazia, una beatitudine stabile.
Quando diciamo “magari”, stiamo — senza accorgercene — pronunciando un desiderio che ha una dimensione quasi metafisica. È come se dicessimo: sarei beato come un dio se questo accadesse. In quella parola breve si condensa la nostalgia dell’assoluto. Un ponte tra il limite umano e l’idea di una pace perfetta, ultraterrena.
Perché oggi è importante fermarsi su questa parola?
Perché “magari” racconta molto del nostro modo contemporaneo di desiderare.
Viviamo in una cultura dell’obiettivo. Tutto deve essere pianificato, programmato, misurabile. Il desiderio è diventato progetto, il sogno è diventato piano strategico. Anche la felicità è spesso tradotta in traguardi concreti: carriera, riconoscimento, stabilità economica, performance personale.
“Magari”, invece, non è un piano. È un’apertura.
Non contiene una strategia, ma una possibilità. Non stabilisce un percorso, ma esprime un’intuizione. È un desiderio forte, ma senza la rigidità dell’obiettivo. In questo senso, è una parola sorprendentemente controcorrente.
Se la fatica ci ha insegnato il valore dell’impegno e la lentezza ci ha invitati a ricalibrare il tempo, “magari” ci mette davanti alla dimensione più fragile e più autentica dell’essere umano: la capacità di desiderare senza possedere.
E qui si gioca una questione di salute profonda.
Un desiderio trasformato solo in pressione genera ansia. Un desiderio che diventa ossessione produce frustrazione. Ma un desiderio che resta aperto — che si esprime in un “magari” — mantiene uno spazio di leggerezza. Non pretende, non impone. Si affida.
In una società che ci chiede di controllare tutto, “magari” è una piccola resa consapevole. Riconosce che non tutto dipende da noi. Che esiste una parte imprevedibile della realtà. Che la vita non è interamente governabile.
E questo, paradossalmente, è liberante.
La parola “magari” custodisce anche un’altra dimensione: la consapevolezza del limite. Se il significato originario rimanda alla beatitudine divina, allora ogni nostro “magari” è anche il riconoscimento che quella perfezione non ci appartiene del tutto. È una tensione verso qualcosa di più grande, ma senza la pretesa di afferrarlo.
In questo senso, “magari” è una parola profondamente umana.
Non è la felicità realizzata, ma la felicità intravista. Non è il possesso, ma l’attesa. E qui il collegamento con la vita lenta diventa evidente: solo chi sa rallentare può ascoltare davvero i propri desideri. Solo chi accetta la fatica può distinguere tra un capriccio e una vocazione.
Nella cultura moderna, spesso polarizzata tra cinismo e autoaffermazione, “magari” rappresenta una terza via. Non è rassegnazione, ma neppure arroganza. È una forma di speranza che non si impone. Un desiderio che non diventa pretesa.
Dal punto di vista psicologico, questo atteggiamento riduce la pressione interna. Permette di mantenere un orientamento positivo senza trasformare ogni aspettativa in un esame. “Magari” non garantisce l’esito, ma protegge la salute emotiva. Introduce uno spazio di possibilità che non schiaccia.
Forse abbiamo bisogno di recuperare proprio questo: un modo di desiderare meno aggressivo, meno performativo. Un desiderio che non coincida sempre con il dover ottenere. In un tempo che ci chiede risultati, “magari” ci ricorda che possiamo anche semplicemente sperare.
E sperare non è debolezza.
Con questo terzo episodio, Controcorrente ha attraversato tre dimensioni fondamentali: l’azione (fatica), il tempo (lentezza), il desiderio (magari). Tre movimenti che parlano di salute in senso ampio: equilibrio, misura, apertura.
La prossima settimana chiuderemo questo percorso con un’espressione che tutti conosciamo e che spesso pronunciamo per rassicurarci: “C’è sempre un lieto fine”. E se non c’è, forse significa che non è ancora la fine. Sarà un modo per interrogarci sul nostro bisogno di senso, di conclusione, di speranza. Perché anche il finale, in fondo, dice molto di come scegliamo di vivere il presente.

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