È morto Enzo Bianchi, da Bose alla Casa della Madia una vita nel segno della Parola e della fraternità
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È morto Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e tra le figure più conosciute della spiritualità cristiana italiana degli ultimi decenni. Monaco, scrittore e predicatore, ha legato il suo nome soprattutto all’ascolto della Parola di Dio, alla ricerca della comunione tra i cristiani, alla vita fraterna e a una lunga opera di divulgazione biblica e spirituale.
Nato a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943, dopo gli studi universitari a Torino, alla fine del 1965 si trasferì a Bose, piccola frazione di Magnano, nel Biellese. Proprio lì maturò l’intuizione che avrebbe segnato gran parte della sua esistenza. Nel 1968 fu raggiunto dai primi fratelli e sorelle e prese progressivamente forma la Comunità monastica di Bose, della quale Bianchi fu fondatore e priore fino al gennaio 2017.
Fin dalle origini Bose si caratterizzò per una forte vocazione ecumenica. Uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane scelsero di condividere una vita scandita dalla preghiera, dal lavoro, dall’ascolto delle Scritture e dall’ospitalità. Nel corso degli anni la comunità divenne un punto di riferimento conosciuto anche oltre i confini italiani, in particolare per il dialogo ecumenico e per l’incontro con la tradizione spirituale e monastica dell’Oriente cristiano.
Alla vita della comunità Bianchi affiancò un’intensa attività di predicazione e di scrittura. Nel 1983 nacquero le Edizioni Qiqajon, attraverso le quali furono divulgati testi biblici, patristici, liturgici e monastici. Numerosissimi furono anche i libri firmati personalmente da Bianchi, insieme agli interventi sulla stampa e agli incontri tenuti in Italia e all’estero.
La Parola di Dio rimase il centro della sua ricerca. Bianchi insistette particolarmente sulla necessità di restituire la Scrittura alla vita quotidiana dei cristiani, attraverso la lectio divina e un ascolto capace di tradursi in fraternità, accoglienza, misericordia e perdono. La sua riflessione affrontò nel tempo anche i grandi temi dell’esistenza umana: l’amicizia, la solitudine, la vecchiaia, la sofferenza, la morte e la speranza cristiana.
Il suo impegno gli procurò un’ampia notorietà nel mondo ecclesiale. Benedetto XVI lo chiamò come esperto alle Assemblee del Sinodo dei vescovi del 2008, dedicata alla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, e del 2012, sulla nuova evangelizzazione.
Anche L’Aquila conserva un ricordo particolare della sua predicazione. Era il 2011 quando Enzo Bianchi giunse nel capoluogo abruzzese in preparazione alla 717ª Perdonanza Celestiniana. Nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio tenne una lectio divina incentrata sul tema «Vivere il perdono oggi».
La basilica celestiniana era gremita di fedeli. Numerosa anche la presenza dei sacerdoti dell’Arcidiocesi dell’Aquila, insieme all’allora arcivescovo mons. Giuseppe Molinari. A poco più di due anni dal terremoto del 6 aprile 2009, in una città ancora profondamente segnata dalle ferite del sisma, quella meditazione acquistava un significato che andava oltre l’appuntamento culturale o spirituale.
Bianchi entrò nel cuore del messaggio della Perdonanza attraverso la categoria evangelica del perdono, interrogandosi su che cosa significasse viverlo nel presente. Nella basilica che custodisce le spoglie di san Pietro Celestino, la sua lectio richiamò il perdono non come semplice sentimento o cancellazione del passato, ma come esperienza cristiana capace di aprire nuovamente il futuro e di ricostruire le relazioni.
A distanza di quindici anni, quella serata rimane una delle pagine che legano Enzo Bianchi alla storia recente della Chiesa aquilana. Il tema scelto allora conserva una singolare attualità proprio nella città della Perdonanza: «Vivere il perdono oggi», riportando l’intuizione di Celestino V alla concretezza della vita cristiana e alla responsabilità di trasformare la misericordia ricevuta in riconciliazione offerta.
Gli ultimi anni della vita di Enzo Bianchi furono segnati dalla dolorosa separazione dalla comunità da lui fondata. Dopo una visita apostolica e l’intervento della Santa Sede, nel 2020 gli venne disposto di lasciare Bose. La vicenda determinò una profonda frattura e nel 2021 Bianchi lasciò definitivamente il luogo nel quale aveva vissuto per oltre mezzo secolo.
Quell’uscita, tuttavia, non segnò la conclusione della sua esperienza monastica. Ad Albiano d’Ivrea iniziò una nuova stagione attorno alla Casa della Madia. Qui, insieme ad alcuni fratelli e sorelle che avevano condiviso con lui l’esperienza precedente, riprese una vita caratterizzata dalla preghiera, dall’ascolto della Parola, dal lavoro, dalla fraternità e dall’accoglienza.
«Ricomincio a 80 anni» fu l’espressione con la quale Bianchi sintetizzò quella nuova fase della sua esistenza. La Casa della Madia divenne così il luogo degli ultimi anni: una realtà più raccolta, nella quale continuò a scrivere, meditare il Vangelo, incontrare persone e vivere quella dimensione comunitaria che aveva accompagnato la sua scelta fin dalla giovinezza.
Anche il nome della nuova casa custodiva un’immagine profondamente evocativa. La madia è il luogo nel quale si impasta e si conserva il pane. Un’immagine che sembra raccogliere alcuni dei temi più cari alla spiritualità di Bianchi: il pane della Parola, il pane condiviso nella fraternità, il pane offerto all’ospite.
Con la morte di Enzo Bianchi si conclude una vicenda umana e monastica che ha attraversato più di mezzo secolo della vita della Chiesa italiana, dagli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II fino a oggi. Una storia segnata da una feconda esperienza spirituale e culturale, ma anche, nell’ultima parte, da tensioni e sofferenze che non possono essere ignorate.
Rimangono i suoi numerosi scritti, l’esperienza da lui avviata a Bose, l’ultima stagione vissuta alla Casa della Madia e una lunga predicazione che ha cercato costantemente di riportare il cristiano all’ascolto del Vangelo.
E per L’Aquila rimane anche il ricordo di quella Basilica di Collemaggio gremita nel 2011 e di una domanda consegnata alla città di Celestino: come «vivere il perdono oggi». Una domanda che, nel giorno della morte di Enzo Bianchi, torna a risuonare nel luogo nel quale egli stesso, quindici anni fa, volle affidarla all’ascolto della Parola di Dio.
