Giovedi Santo – Messa in Coena Domini. Commento liturgico alla Parola di Dio

1 mese ago

Coena Domini

La sera del Giovedì santo, nella Messa in Coena Domini, mentre la Chiesa entra nella grande soglia del Triduo, la liturgia fa risuonare una Parola che non è soltanto annuncio, ma evento che accade oggi per noi. Tutto converge verso un unico mistero: il Signore passa, ama, si dona, e il suo passaggio diventa forma della vita della Chiesa.

La prima lettura fa memoria della Pasqua d’Israele e ci pone davanti a un popolo in cammino, segnato dal sangue dell’agnello e radunato per un pasto consumato nella fretta, con i segni di chi è pronto a partire. È la notte del passaggio, la notte in cui Dio libera. Ma la liturgia, proclamando questo testo, ci fa comprendere che quel sangue, che un tempo segnava le porte, ora è compiuto nel sangue di Cristo, versato per una liberazione definitiva. Il comando del memoriale – “farete di questo giorno un ricordo perenne” – trova qui la sua pienezza: non un ricordo lontano, ma un oggi di salvezza che si rende presente nell’assemblea radunata.

Il salmo responsoriale raccoglie la risposta della Chiesa e la trasforma in rendimento di grazie: “Il calice della benedizione è comunione con il sangue di Cristo”. Il linguaggio si fa eucaristico, e ciò che Israele cantava come gratitudine per la liberazione, ora diventa confessione del dono ricevuto nel Figlio. Il calice non è soltanto segno, ma partecipazione; la lode non è soltanto parola, ma comunione. La Chiesa riconosce che il sacrificio di Cristo è la sua vita, e che ogni Eucaristia è il luogo in cui essa alza il calice della salvezza e invoca il nome del Signore.

La seconda lettura consegna le parole stesse del Signore nella notte in cui veniva tradito. In quella notte, segnata dalla fragilità e dall’infedeltà, Cristo pronuncia parole che aprono un orizzonte nuovo: “Questo è il mio corpo, che è per voi… questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. La liturgia non ripete semplicemente queste parole, ma le riceve come viva tradizione, come consegna che attraversa il tempo. Ogni volta che la Chiesa spezza il pane e offre il calice, essa entra in quella notte e la trasfigura: il tradimento non ha l’ultima parola, ma il dono. Il corpo è “per voi”, il sangue è “versato”: tutta la vita di Cristo è consegnata, e la Chiesa è chiamata a vivere di questa consegna.

Il Vangelo conduce nel cuore del mistero attraverso il gesto della lavanda dei piedi. L’evangelista apre con una parola che è come una chiave: “avendo amato i suoi… li amò fino alla fine”. Tutto ciò che segue è rivelazione di questo amore che non si trattiene. Gesù si alza da tavola, depone le vesti, si cinge il grembiule, versa l’acqua e si china. I verbi sono lenti, solenni, carichi di significato: è la discesa del Figlio, è il suo abbassamento, è la sua Pasqua. Colui che viene dal Padre e ritorna al Padre attraversa la via del servizio.

In questo gesto, la Chiesa contempla l’Eucaristia in forma visibile: il corpo donato è il corpo che si china, il sangue versato è l’amore che si fa servizio. Pietro resiste, come ogni uomo che fatica ad accogliere un Dio che si abbassa. Ma la parola del Signore è decisiva: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. La comunione nasce dall’essere serviti, dall’accogliere un amore che purifica. Solo chi si lascia lavare può entrare nella logica del dono.

Quando il Signore riprende le vesti e si siede, la sua parola interpreta il gesto e lo consegna alla Chiesa: “Vi ho dato un esempio”. Non si tratta di un semplice modello esterno, ma di una forma di vita che nasce dal mistero celebrato. L’Eucaristia e la carità sono un unico movimento: il dono ricevuto diventa dono vissuto, il servizio del Signore diventa servizio dei discepoli. La beatitudine promessa – “beati se le mettete in pratica” – è la gioia pasquale di chi entra in questa logica.

In questa luce si comprendono anche le preghiere della liturgia della Messa in Coena Domini, che non accompagnano semplicemente i riti, ma ne rivelano il senso profondo. La colletta raccoglie l’assemblea e la introduce nel mistero con una supplica che tiene insieme memoria e trasformazione: chiede di partecipare pienamente al dono di Cristo, di entrare nella sua Pasqua, di non restare spettatori ma di diventare partecipi. In essa la Chiesa impara che il mistero non si comprende dall’esterno, ma si riceve nella preghiera, si accoglie come grazia.

Il prefazio eleva lo sguardo e fa cantare la Chiesa nel rendimento di grazie, proclamando Cristo sacerdote e vittima, colui che istituisce il sacrificio nuovo ed eterno e lo affida alla sua Chiesa. Il linguaggio si fa solenne, ma rimane profondamente biblico: il sacrificio non è separato dal banchetto, e il banchetto è memoria viva del sacrificio. La Pasqua antica trova qui il suo compimento, e la Chiesa riconosce che ciò che celebra è il centro della sua vita, la fonte da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna.

La preghiera sulle offerte esprime il mistero dell’offerta ecclesiale: il pane e il vino, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, diventano il luogo in cui la vita della comunità è assunta nell’offerta di Cristo. Non si tratta di dare qualcosa a Dio, ma di essere introdotti nel dono che il Figlio fa di sé. E la preghiera dopo la comunione chiede che ciò che è stato ricevuto nel sacramento diventi vita concreta: la comunione sacramentale si apra alla comunione fraterna, il dono ricevuto generi carità, il mistero celebrato trasformi i cuori.

Anche i gesti liturgici della Messa in Coena Domini parlano con forza. La lavanda dei piedi rende visibile ciò che la Parola annuncia e ciò che l’Eucaristia compie: è il segno di una Chiesa che si lascia plasmare dal servizio del suo Signore. La processione eucaristica e la reposizione del Santissimo prolungano la Cena nella notte del Getsemani: la comunità veglia, resta, accompagna. Non trattiene il Signore, ma si dispone a seguirlo nella via della passione.

Infine, lo 'spogliamento' dell’altare introduce nel silenzio del mistero. L’altare, segno di Cristo, appare nudo: è l’icona del Signore consegnato, privato e offerto. La liturgia si fa essenziale, quasi povera, perché la Chiesa impari a sostare davanti al dono senza parole, lasciando che sia il mistero stesso a parlare.

Così, nella Messa in Coena Domini, tutto converge e si armonizza: la Parola, il pane, il servizio, la preghiera. La Chiesa riceve ciò che è chiamata a diventare. Nutrita del corpo del Signore e lavata dal suo amore, essa è inviata a vivere ciò che celebra, perché il mondo possa vedere, nei gesti umili e quotidiani, il riflesso di quell’amore che “fino alla fine” non viene mai meno.

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