Mattarella a Grosseto per dire no al femminicidio
1 settimana ago

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà a Grosseto giovedì 17 settembre per visitare la «Stanza Rosa» del Pronto soccorso dell’ospedale Misericordia, uno dei luoghi simbolo in Italia della tutela delle donne e delle persone vulnerabili vittime di violenza. Una visita che assume un significato particolare dopo un’estate segnata da una drammatica successione di uccisioni di donne e che porta ancora una volta al centro dell’attenzione pubblica il fenomeno del femminicidio e la necessità di una risposta capace di unire prevenzione, protezione delle vittime, educazione e azione delle istituzioni.
Ad accogliere il Capo dello Stato sarà un territorio nel quale proprio la collaborazione tra istituzioni, sanità e forze dell’ordine ha dato vita a un’esperienza divenuta nel tempo un modello. La Prefettura di Grosseto è guidata dal prefetto Paola Berardino, in carica dal 2021.
La scelta di Mattarella di recarsi proprio nella «Stanza Rosa» non è casuale. Nell’ospedale Misericordia di Grosseto prese forma nel 2009 l’esperienza del «Codice Rosa», il percorso pensato per garantire accoglienza, assistenza e protezione alle vittime di violenza, inizialmente con particolare attenzione alle donne e ai minori e successivamente esteso alle persone vulnerabili vittime di differenti forme di abuso. Il principio che ne sta alla base è semplice ma decisivo: una persona che arriva in ospedale dopo aver subito violenza non presenta soltanto ferite da curare. Porta con sé paura, fragilità, spesso una situazione familiare o affettiva dalla quale è difficile sottrarsi e, non di rado, il timore delle conseguenze di una denuncia.
Per questo la risposta non può essere affidata a un solo soggetto. Occorre una rete capace di mettere insieme personale sanitario, forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali e strutture specializzate nell'accoglienza e nella protezione. La «Stanza Rosa» rappresenta concretamente questa concezione: offrire alla vittima uno spazio protetto nel quale essere ascoltata e assistita, evitando che proprio il momento nel quale chiede aiuto possa trasformarsi in una nuova esperienza traumatica.
La visita del Presidente della Repubblica arriva inoltre in settimane nelle quali il tema è tornato drammaticamente nell'attualità. Dalla metà di agosto si è registrata in Italia una nuova e preoccupante successione di donne uccise da partner o ex partner, dopo che i dati della prima parte del 2026 avevano mostrato una tendenza alla diminuzione. Dietro i numeri, tuttavia, ci sono persone, famiglie, figli e comunità colpite da tragedie che troppo spesso maturano dentro relazioni segnate dal possesso, dal controllo e dall'incapacità di accettare la libertà dell'altra persona.
Sul significato stesso della parola «femminicidio» si è riaperto nelle ultime settimane anche il confronto pubblico. Senza trasformare un fenomeno tanto grave in terreno di contrapposizione politica, appare particolarmente significativo quanto affermato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni pochi giorni fa a Bari. Ricordando Lorena Isceri, uccisa dall'ex compagno, Meloni ha affermato con nettezza che «il femminicidio esiste, eccome», precisando che riconoscerne la specificità non significa attribuire un valore diverso alla vita di un uomo e a quella di una donna. Il punto, nelle parole della presidente del Consiglio, è riconoscere la particolare matrice di una violenza nella quale una donna viene uccisa perché ha scelto di essere libera.
È proprio questo uno degli elementi essenziali per comprendere il fenomeno senza semplificazioni. Non ogni omicidio di una donna è automaticamente un femminicidio. Il termine individua quella forma estrema di violenza nella quale l'uccisione si colloca dentro una dinamica di dominio, possesso, sopraffazione o rifiuto dell'autonomia della donna. È spesso il tragico punto terminale di una catena che può cominciare molto prima, attraverso il controllo delle relazioni, la gelosia ossessiva, le minacce, lo stalking, la violenza psicologica, economica o fisica.
Negli ultimi anni lo Stato ha rafforzato anche gli strumenti legislativi. Nel 2025 l'ordinamento italiano ha introdotto nel codice penale una specifica fattispecie di femminicidio, accompagnandola con un inasprimento della risposta nei confronti di altre forme di violenza contro le donne. La repressione penale, per quanto indispensabile, interviene però quando la violenza è già avvenuta. La sfida più difficile resta quella di riuscire a riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi.
È qui che l'esperienza nata a Grosseto acquista un valore che supera i confini della Toscana. Una donna che trova il coraggio di chiedere aiuto deve incontrare istituzioni capaci di riconoscere immediatamente il pericolo, di ascoltarla senza pregiudizi e di costruire intorno a lei una protezione effettiva. Anche una sola richiesta di aiuto sottovalutata può avere conseguenze irreparabili.
Ma la prevenzione non riguarda soltanto gli apparati dello Stato. Interroga la famiglia, la scuola, le comunità educative, il mondo dell'associazionismo e anche le comunità cristiane. Contrastare la violenza significa educare alla libertà dell'altro, insegnare che l'amore non coincide mai con il possesso e che nessuna relazione affettiva autorizza il controllo sulla vita di un'altra persona. Significa soprattutto aiutare le nuove generazioni a comprendere che la fine di una relazione, un rifiuto o una scelta di autonomia non possono mai diventare ragione di aggressione o vendetta.
In questo quadro la visita di Sergio Mattarella a Grosseto assume un valore che va oltre il pur importante appuntamento istituzionale. Il Presidente sceglie di entrare fisicamente in uno spazio costruito per accogliere chi ha subito violenza. È il segno di uno Stato che vuole essere presente non soltanto dopo una tragedia, nel momento del cordoglio e della condanna, ma prima, là dove una donna ferita trova la forza di chiedere protezione.
La «Stanza Rosa» diventa così il simbolo di una responsabilità condivisa. Le leggi sono necessarie, le pene devono essere applicate, le misure di protezione devono funzionare con tempestività. Ma accanto a tutto questo serve un cambiamento culturale profondo. Perché la battaglia contro il femminicidio non si vince soltanto nelle aule dei tribunali: comincia molto prima, nell'educazione al rispetto, nella capacità di riconoscere la dignità e la libertà dell'altro e nella costruzione di una società nella quale nessuna donna debba avere paura di essere libera.

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