Alla scoperta della enciclica Magnifica Humanitas. Capitolo quarto

2 giorni ago

Il capitolo quarto della prima lettera enciclica del Vescovo di Roma Leone XIV, Magnifica Humanitas, porta il titolo: “Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà”, e propone di tradurre le «analisi generali» in vie concrete che custodiscano: «la verità come bene comune», «la dignità del lavoro» e la salvaguardia della «libertà contro ogni dipendenza e mercificazione» (131).

Il primo aspetto di cui si occupa il Documento è la verità come bene comune; al fine di evitare narrazioni distorte e confusione di confini tra vero e falso, nella mescolanza tra dati e opinioni, manipolando contenuti. La verità viene – dunque – definita come «relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta» (132). «La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. – sottolinea il Pontefice – Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. Essa, infatti, non vive soltanto di regole e procedure, ma anzitutto di un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene delle persone e del corpo sociale. Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo» (134). La meta indicata è quella di una «ecologia della comunicazione»: «la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità» (137); accompagnata da una «alleanza educativa per l’era digitale» (cfr. 139-142). La scuola rimane una realtà centrale, luogo di formazione, di accoglienza inclusiva, di riflessione, di ricerca, di pensiero critico e creativo, di discernimento (cfr. 143-147).

La seconda parte della Magnifica Humanitas è dedicata al lavoro, nella sua dignità e tutela; viene sottolineata la necessità di «progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione» (150); così come di «ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perché l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale» (154). Ne consegue la accorata raccomandazione di Leone XIV: «In questa transizione non basta reagire quando i posti scompaiono, ma occorre governare in anticipo la trasformazione. Una via praticabile consiste anzitutto nel fissare criteri sociali per l’innovazione: ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, perché la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione. In secondo luogo, è necessario che politiche attive rendano accessibili a tutti formazione continua e passaggi professionali, senza scaricare sui singoli l’intero costo dell’adattamento alle trasformazioni. Infine, serve una responsabilità d’impresa che includa la qualità e la dignità del lavoro tra gli indicatori di successo» (156). La dignità della persona umana e il bene comune sono indicati come valori supremi (cfr. 157). Un ulteriore accento è stato posto su famiglia e giovani, «condizioni sociali della speranza» (cfr. 165-169).

La libertà è presentata dalla Enciclica come «una questione pubblica, che domanda regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati all’uso di tecnologie invasive, affinché la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze» (171). La messa in guardia è contro «le catene delle nuove schiavitù» (cfr. 173-179); a vantaggio della vigilanza, del discernimento e della responsabilità.

Il capitolo si chiude con un invito alla «responsabilità condivisa»: «In tale prospettiva, la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza: da istituzioni capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi; da imprese che riconoscano nel lavoro e nella dignità un criterio di successo; da corpi intermedi e comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero. Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna» (181).

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