Ascensione del Signore (A). Commento liturgico alla Parola di Dio

2 ore ago

Ascensione del Signore

La solennità dell’Ascensione del Signore ci introduce nel compimento del mistero pasquale. Spesso questa festa viene interpretata come il semplice racconto di una “partenza” di Gesù verso il cielo. In realtà la liturgia ci conduce molto più in profondità. L’Ascensione non racconta un allontanamento di Cristo dal mondo, ma il suo ingresso definitivo nella gloria del Padre, portando con sé la nostra umanità redenta. È la rivelazione del destino ultimo dell’uomo e della creazione: ciò che si compie nel Cristo risorto anticipa ciò che anche noi siamo chiamati a vivere.

Per questo la colletta della Messa fa pregare la Chiesa con parole di grande intensità: «poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria». La liturgia non ci invita soltanto a contemplare ciò che accade a Gesù, ma a riconoscere ciò che accade anche alla nostra umanità in Lui.

La prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, presenta il racconto dell’Ascensione con un linguaggio ricco di simboli. Luca non vuole descrivere un fenomeno straordinario o un “volo” verso il cielo, ma offrire una lettura di fede sul significato dell’intera vicenda di Gesù. Dopo aver percorso le strade della Galilea annunciando il Regno e rivelando il volto misericordioso del Padre, Cristo giunge ora alla mèta definitiva del suo cammino: la piena comunione con Dio.

La nube che lo sottrae allo sguardo dei discepoli richiama la presenza misteriosa di Dio nell’Antico Testamento. È il segno di un Dio che si manifesta senza mai lasciarsi possedere completamente. Anche i due uomini in bianche vesti orientano lo sguardo degli apostoli nella giusta direzione: «Perché state a guardare il cielo?». Non è un invito a disprezzare il cielo, ma a comprendere che la fede non consiste nel fuggire dal mondo. I discepoli sono inviati nella storia, chiamati a testimoniare il Vangelo fino ai confini della terra. Lo sguardo rivolto al Signore glorioso deve tradursi in responsabilità, missione e testimonianza concreta.

Questo tema ritorna con forza nel Vangelo di Matteo. Gli undici si recano sul monte indicato da Gesù, ma il loro atteggiamento rimane fragile: adorano il Risorto e, nello stesso tempo, sono attraversati dal dubbio. È significativo che proprio a uomini segnati dalla paura e dall’incertezza venga affidata la missione universale della Chiesa: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». La missione cristiana non nasce dalla perfezione degli uomini, ma dalla potenza del Risorto.

Gesù invia i suoi discepoli a battezzare e a insegnare, cioè a introdurre ogni uomo nella comunione con Dio e nella vita nuova del Vangelo. La Chiesa non esiste per ripiegarsi su sé stessa, ma per annunciare Cristo e servire il Regno. E il fondamento di questa missione è la promessa conclusiva del Vangelo: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». L’Ascensione, allora, non significa assenza, ma una presenza nuova e universale del Signore.

Anche il Salmo responsoriale apre il cuore della Chiesa alla gioia e alla lode: «Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba». Il Cristo risorto è proclamato Signore della storia e del cosmo. La sua glorificazione non lo separa dall’umanità, ma inaugura una comunione nuova tra cielo e terra. Tutta la creazione è chiamata a riconoscere la signoria del Risorto.

La seconda lettura, dalla lettera agli Efesini, approfondisce ancora di più questa prospettiva. Paolo prega perché i credenti comprendano «la speranza alla quale sono stati chiamati». Cristo glorificato è costituito capo della Chiesa, che è il suo corpo. L’Ascensione non riguarda soltanto Gesù, ma coinvolge l’intera comunità dei credenti, chiamata a vivere già ora orientata verso la gloria futura.

Il prefazio della festa riprende e sviluppa questi temi con straordinaria ricchezza teologica. La Chiesa proclama che Cristo «non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna». L’Ascensione è così il compimento del mistero dell’Incarnazione: il Figlio di Dio, disceso nella nostra fragilità, conduce ora l’umanità nella vita stessa del Padre.

Per questo la liturgia dell’Ascensione è attraversata dalla speranza. Non si tratta di una speranza evasiva o disincarnata, ma della certezza che la storia umana è ormai aperta alla vita eterna. Cristo glorificato continua a essere presente nella Chiesa, nella sua Parola, nei sacramenti e nell’opera dello Spirito Santo. La sua apparente assenza diventa spazio di una presenza più profonda e universale.

La festa odierna prepara così la Pentecoste. Gli apostoli non devono restare immobili a fissare il cielo, ma attendere lo Spirito e lasciarsi trasformare in testimoni del Risorto. Anche oggi la Chiesa è chiamata a vivere questa tensione: con lo sguardo rivolto alla gloria promessa, ma con i piedi immersi nelle fatiche e nelle ferite del mondo.

Nell’Eucaristia questo mistero si rende presente. Ogni celebrazione è partecipazione anticipata alla liturgia del cielo. Cristo asceso al Padre continua a radunare il suo popolo e a renderlo partecipe della sua vita gloriosa. Così la Chiesa, pellegrina nella storia, vive nella speranza di raggiungere il suo Signore, sapendo che il Risorto continua a camminare con il suo popolo fino alla fine dei tempi.

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